Maria Lenti, Arcorass/Rincuorarsi (Nota di V. Angelini)

Maria Lenti, Arcorass/Rincuorarsi
Introduzione di Sanzio Balducci
Postfazione di Manuel Cohen
puntoacapo Editrice 2020
Nota di Vitaliano Angelini

Arcorass/Rincuorarsi, elegante plaquette, presenta l’ultima fatica poetica della poetessa urbinate. La scrittrice, per la prima volta, si mette qui alla prova con il proprio dialetto, “el dialett d’Urbin”. Un vernacolo che, come più volte ha affermato Sanzio Balducci, profondo esperto della materia, al quale di deve appunto l’Introduzione di questa raccolta, «non è morto e non muore […] pur se si sta infittendo di influenze rivierasche pesaresi e romagnole» (dall’Introduzione a Giorgio Giulioni, El dialett d’Urbin, Editrice Montefeltro, Urbino 2002).
Una vitalità indiscutibile quella del dialetto urbinate con cui Maria Lenti si propone, che nel tempo non solo si è contaminato ed arricchito di lemmi delle zone limitrofe e, intercalandosi con l’italiano, si presenta in quella che è la sua forma urbana attuale, usata in città, differente in parte dal dialetto parlato nelle frazioni circostanti. La scrittrice comunque non rinuncia alle profonde conoscenze della propria formazione culturale né alla memoria delle sue letture poetiche e ci offre una poesia colta. Di queste peculiarità ci diceva anche Gualtiero De Santi dialogando con l’autrice nella coinvolgente conversazione svoltasi, il 28 agosto 2021, nell’affascinante cornice del giardino pensile del Palazzo Ducale di Urbino, dove ancora alita l’aura delle grandi personalità che secoli fa hanno soggiornato in quel luogo: Piero della Francesca, Pedro Berreguete, Baldassarre Castiglione, Luciano Laurana, Francesco Di Giorgio Martini, ecc.
Le influenze dialettali dei territori confinanti, la forma multilingue (il dialetto e l’italiano), la stessa italianizzazione del dialetto conseguente alla intensa circolazione di gente proveniente da varie zone, sono tutti elementi che concorrono alla definizione di una possibile chiave di lettura e interpretazione di questa raccolta, la quale segna un momento importante nello sviluppo poetico di Maria Lenti.
A mio parere però l’importanza di questa ultima proposta della poetessa di Urbino, pur individuabile nella presenza delle eterogenee componenti culturali della sua personalità, va individuata in altro e credo che esse non costituiscano gli unici elementi né i più qualificanti in questa sua opera. Dietro all’amore di Lenti per il suo dialetto, la sua lingua familiare, avverte Balducci (e la stessa poetessa lo dichiara: « bel da bestia el mi dialett, titolazione con cui si presenta subito sin dai primi versi), ritengo che ci sia dell’altro.
Già dal titolo Maria lascia arguire che, anche se presente da sempre, c’è qualcosa, non troppo recepibile nella sua precedente produzione, che ora germina dentro con maggior forza, direi un bisogno. Qui, infatti, la presenza di una dimensione umana ed esistenziale, più intima e privata, diviene prioritaria nell’urgenza comunicativa prevalendo sulle componenti letterarie, politico-sociali e sulle influenze formative derivate dagli studi e letture poetiche definitesi (almeno mi sembra) quali strutture portanti della voce poetica, nelle precedenti raccolte. Cioè sono le ragioni esistenziali che hanno indotto la poetessa a recuperare il parlare dialettale dell’infanzia. Il dialetto che le consente di sentirsi pienamente urbinate, di avvertire il senso di appartenenza ad un gruppo, di essere parte dell’insieme e riconoscersi nella sua gente.
Qui, allora, è la grande importanza del nuovo momento poetico di questa scrittrice: nella definizione della propria identità e nel suo identificarsi con la cultura e la storia  della gente urbinate. È attraverso l’uso del dialetto che si determina il recupero delle proprie radici, delle origini; è la sua utilizzazione che consente la certezza della propria identità e rincuorarsi, che permette l’identificazione con i luoghi, le luci, i profumi, il popolo di questa parte del mondo. Nelle “Lettere dal carcere” lo stesso Antonio Gramsci, infatti, raccomandava ai suoi familiari di insegnare ai propri figli il dialetto in quanto necessario per lo sviluppo della  fantasia e per il loro sviluppo intellettuale.

Arcorass vol dì rincuorarsi
in più e al meglio
[…] star bene con se stessi
camminare senza tempo nel mattino
dialogare e non narrarsi
stare bene con se stessi
far scorrere poi l’acqua sulla pelle
tirare un sospiro di sollievo
aprire le finestre nella sera di una giornata canicolare […]

e più avanti:

chiudere la porta a un ospite ventriloquare
s’è levat da torne
m’è nut da rida
e me so’ arcorata tutta.
(Arcorass2)

Con il dialetto Maria dà corpo e suono a ciò che, direbbero gli psicologi americani, è il proprio pattern. Quel che conta e che più le interessa è il suggerimento di un clima, di un ambiente o di una atmosfera che costituiscono l’ elemento  umanamente e storicamente  comune e unificante della gente che vive in queste terre e ne respira gli umori. In questa prospettiva, allora, a me sembra che la proposta assuma, nel processo evolutivo intellettuale e poetico di questa scrittrice urbinate, un valore e un’importanza tutti particolari poiché, di là dell’apparenza, vanno ben oltre l’aspetto dell’uso tradizionale che si fa del dialetto in poesia. Infatti, più della coscienza con cui ciascuno opera e si propone attraverso il dato ambientale, è la forma che lega lei al suo ambiente che la distingue e che rende poetica la sua parola: la luce, la spazialità, il respiro delle cose. Ed ecco quindi: «El cor en sbaja mai/ se c’è un legame tra la mente e il cuore/ se c’è una mano che li tiene uniti/ se quella mano li ha uniti almeno dall’adolescenza/ quando si comincia a nominare/ vivendoli/ el cor la felicità el dolor» (El cor en sbaja mai).
Dell’ultimo impegno della poetessa ciò che, sicuramente, si deve cogliere è lo specifico rapporto con lo spessore grosso e impalpabile delle cose, il respiro di esse, è la sua riappropriazione della natura: «Eccle el prim alber fioritt/ ch’ho vist giorni fa vers Palin/ ha avut la su pentitta/ (un bricoccol o un pesch/ forse un susin un mel un pér un c’reg?/ […] le mi conoscense en poche un gran bel po’ […]» (‘na bella pentitta).
La riappropriazione degli aspetti della vita, del proprio vissuto anche ambientale ci dicono come per Maria essi siano e costituiscano, con ragione, una presenza fondamentale da “dire” giustamente con il dialetto avendo ben presente anche ciò che aveva detto Pier Paolo Pasolini, a Lecce nel 1975, in un corso per docenti delle scuole superiori sul tema ”Dialetto e scuola”: lo scrittore affermò che gli insegnanti, considerando il dialetto una espressione della cultura popolare, erroneamente lo relegavano in una dimensione di carattere archeologico, indirettamente considerando statica nella sua immutabilità la cultura popolare.
A mio parere allora ciò che rende ancor più rilevante questa nuova proposta poetica di Maria Lenti, oltre alla sensibilità nell’alternato uso del dialetto e dell’italiano nella versificazione, che però si presentano con una finezza totalmente unificante, è la chiara consapevolezza che sia l’italiano sia il dialetto sono continuamente soggetti a processi di trasformazione i quali impediscono loro di essere archeologici e conservatori. A ragione Sanzio Balducci nell’introduzione avverte che il dialetto usato da Maria: «è quello di Urbino di oggi, quello di città, cambiato rispetto a quello delle periferie e al dialetto di una miriade di paesini e case di campagna». Un dialetto perciò, come ricorda anche Manuel Cohen nella sua postfazione, «costantemente soggetto a un processo di italianizzazione».
Un ulteriore valore di Arcorass/Rincuorarsi deve individuarsi in un modo di essere e di sentire più sottile che proviene da quel pattern a cui si è accennato precedentemente e che unisce la poetessa a Urbino, a quello spazio immenso e modesto che questa città è: un luogo che ha avuto,  e per certi aspetti ancora mantiene,  un’ aura di grande capitale culturale.
Occorre dire concludendo che quest’ultima silloge si presenta con una duplice proposta: da un lato la consapevolezza dei debiti contratti con il dialetto, le origini, la storia, ben sapendo che non si può prescindere dalle origini; dall’altro la coscienza della necessità di una riflessione sul presente proiettandosi verso il futuro avendo vissuto e maturato esperienze culturali e di vita differenti, nonostante il fascino che questo luogo con i suoi limiti e la sua grandezza esercita.

© Vitaliano Angelini

Un commento su “Maria Lenti, Arcorass/Rincuorarsi (Nota di V. Angelini)

  1. E’ da parecchio che lo aspettavo e ora che c’é faccio fatica a ordinarlo: è possibile avere l’indirizzo e-mail della casa editrice? Grazie

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