Felicitas Hoppe, Pigafetta (recensione di Sandro Abruzzese)

Il viaggio di Felicitas Hoppe con Pigafetta

Di cosa ci parla la scrittrice di Hamelin, Felicitas Hoppe, in Pigafetta, Del Vecchio editore 2021, nella traduzione di Anna Maria Curci?
Mentre scrivo ancora non ne sono certo, tuttavia la lettura mi ha dato una gran voglia di rileggere la lezione sulla leggerezza scritta da Italo Calvino per le conferenze americane che purtroppo il ligure non riuscì mai a svolgere.
Se il titolo di questo libro rimanda al vicentino Pigafetta, che nel 1519 sopravvisse alla spedizione di Magellano e la raccontò nel suo diario, sembra chiaro che Hoppe consideri il suo favoloso viaggio intorno al mondo non solo un gioco, bensì una metafora onirica per parlarci della vita. O meglio, per parlarci del rapporto tra scomparsa e presenza, tra sogni e realtà, tra dimorare e risiedere, nella vita.
La nave che parte da Amburgo e in nove giorni compie la circumnavigazione del globo assomiglia tanto al mondo intero, così come il suo carico prezioso – «Il carico ha la priorità» – assomiglia all’umanità, e via dicendo per i pericoli e le piccole gioie narrate, insieme agli strampalati personaggi e alla protagonista.
Il viaggio, dicevamo, è il vero protagonista di questa storia e non solo per il rapporto tra nostos e algos, nostalgia e ritorno, che fa capolino verso la fine del libro, ma per via di protagonisti che sono quelli che «non trovano la strada di casa e che a casa sono ospiti»: i Pinocchio, i Giona, gli Ismaele. Comparse quasi senza volto, abbozzati nei loro tratti essenziali, involontari o disperati avventurieri, oppure ignare vittime di disavventure. La scrittrice consapevolmente indugia su taluni aspetti, richiama la tradizione del romanzo d’avventura e di formazione, avendo cura di lasciare, nel doppio fondo del romanzo, il suo scrigno di enigmi.
Tuttavia, se in Pigafetta si avverte che il tutto rimanda a qualcos’altro, la sua semplicità è un velo oltre cui scorgere il proteiforme multiverso che è l’esistenza. Vi è una tensione costante nella prosa di Hoppe, un gioco continuo tra superficie e profondità, tra spazio e tempo, per cui l’io narrante è costretta ad avvertire che «qui non si fa il conto in ore e in giorni, ma in mesi e in anni». È dunque nel viaggio (e nella vita) che vediamo «tutto ciò a cui non siamo preparati». In questo perdersi e ritrovarsi, la voce narrante, ingenua scolara della navigazione, riesce pian piano a guardare per sprazzi oltre l’orizzonte e il ripetersi delle cose. Ed ecco che i frammenti di questo libro, le frasi, i pensieri, all’improvviso si uniscono in un discontinuo bagliore sotto traccia.
E allora esiste una terra che sia realmente lontana?
Occorre il remoto per tornare e raggiungere una reale vicinanza?
Il mondo è per davvero come lo vediamo e raccontiamo?
Queste e tante altre sono le domande che scaturiscono dalla lettura di Pigafetta, che ha raggiunto l’obiettivo di ogni buon libro, cioè interrogare il lettore, costringendolo a mettere in ordine il suo personale cosmo, per cercare le proprie risposte.
La scrittrice, con la sua prosa trasognata, ricorda pure che «due linee di chiglia possono incrociarsi, senza che si incrocino le rotte», e nella vita occorre manovrare e faticare per incontrarsi realmente e non deragliare o finire tra le sirene delle finte libertà, se non peggio, dei finti affetti.
Un racconto è sempre una menzogna che contiene del vero, e l’essere umano è fatto «come pesci senza branchie inventati male», per citare ancora l’autrice.
Se Pigafetta strizza l’occhio alla tradizione del romanzo di formazione, questa costruzione del sé non può che passare per la crisi dettata dalle incertezze di un mondo ostile, dalle fattezze oscillanti tra antico e moderno: «Che tempi sono questi, in cui tutto all’improvviso cambia proprietario».
In fondo, questa nave in mezzo al mare, che solca oceani e lambisce popolazioni nuove, dai tanti nobili richiami, anela alla ricerca della verità finendo per «inventare tutto onestamente», per usare cioè la menzogna razionale e coprire l’eros o il capriccio che è dietro ogni cosa che ci spinge e ravviva.
«Siamo solo ospiti su questa Terra e senza sosta vaghiamo», conclude Hoppe, e lo fa senza mai scordare il pericolo odierno e di ogni tempo: «chi è dappertutto non è da nessuna parte», occorre saper scegliere dove stare, chi e cosa essere, per questo è ancor più necessario il senso del limite. Ora risulta chiaro: laddove fossimo tutti ospiti, non ci sarebbero più forestieri, bensì un unico mondo da condividere.

© Sandro Abruzzese

 


Felicitas Hoppe, Pigafetta. Traduzione di Anna Maria Curci, Del Vecchio Editore 2021

Un commento su “Felicitas Hoppe, Pigafetta (recensione di Sandro Abruzzese)

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