Inversi spettri, Antonio Vittorio Guarino

da Inversi spettri di Antonio Vittorio Guarino (Fara 2021)

 

 

La mente ha fatto il giro,
circumnavigato il perimetro
della casa. Più volte avvolge
le cose, le incorpora facendone
un’astratta stringa, un codice,
una costellazione priva di
materia: uno schema
tra numero e icona.
È un mistero come
per vedere essa debba
farsi cieca, togliersi
dall’occhio e riprodurne
malgrado tutto la funzione senza
corpo, in un processo inverso
alla sua condizione di
dipendenza dal supporto,
dalle spoglie che transustanzia
con la reale presenza
del fantasma.

 

 

I cani alla terza goccia hanno smesso
di rosicchiare l’osso e se ne vanno
con una fame mai sfamata dove l’occhio
non li segue più, umano…
A passo di animale ti vedo, da dietro,
accoppiare le pietre bagnate, per farne
un cuore da mettere nel golem
seduto nella posa dell’uomo
amato – non nel petto, ma nella giuntura
della coscia, a rinforzo forse di una parte
debole, oppure come a dire che la vita
si disloca in ognuno, e in ognuno trova
la propria sede. Piove e nessuno è forte
sotto questa pioggia, nemmeno le pietre,
che resistono per inerzia, per l’incapacità
di essere altre. Ma immagino
che almeno una volta, scagliandole in cielo,
il piccolo nazareno abbia fatto un miracolo
malinconico, traendo dalla loro durezza
corpi di uccelli leggeri, con ali capaci
di dividere la sottile materia
dell’aria e portare molteplici, in volo,
cuori come semi in seno al vuoto
del padre (invisibile).

 

 

La nostra, a cui ci appendemmo,
gonna, da bravi figli, o donna, maschi,
fu una una campana, un ombrello
di vedute ermetiche, chiuse, giardini
deliziosi dove credemmo di incontrarti,
ma solo dopo, e tardi, capimmo che
l’occhio non vede che quel che si raffigura:
antevisione della forma propria ripetuta
in sembianza nuova, aggraziata, oscura,
per definizione cieca, muta. Tu mi sei
stata amica, e in odio e in amore, senza esser-Tu
(il nome che chiamavo, che ti riconoscevo
nominato da te stessa), ma un’altra irriducibile,
ammetto, alla mia alterità, un’altra
a cui somiglio per il certo opaco specchio
dell’identità premessa nel discorso.
Infatti, tu “Io” dici e “Tu” me dici, così che
a parole uguali continuiamo a non dire.
Corpo prima del costato e accostato corpo
nato da cui nasciamo, siamo, nel sonno
di Adamo, il suo monologo sdoppiato.

 

 

Nel giardino della biblioteca si nasconde
il segreto, di libri ed enciclopedie la materia.
Gli uccelli-prima-del-nome-su-cellulosa incidono
il loro volo, preparano coi detriti i nidi,
che aggiornano con dovizia di particolari,
in incastri tra i rami. Gli alberi predispongono,
col reciproco allontanarsi di tronchi e arti lignei,
triangoli al rovescio, dove si incontrano, ma
non sanno l’incontro, ragazzi all’ortocentro
di tutte le altezze. Essi si guardano, e vedono
solo corpi, davanti, cui protendersi per abbracciarli
e stringerli con la prolunga di braccia che osservano
spuntar loro dal torso come strumento. Dunque non
conoscono della vista che un frammento, una
preclusione all’evento nella sua interezza.
Ma la tenerezza del mancarsi, da protagonisti,
è tutta nella pietà con la quale al reale è concesso
di apparire sempre come la metà di qualcosa, un resto
che alle volte combacia con le loro bocche.

 



In ultima istanza, abbiamo fatto della piaga
una casa, e viceversa, ché è impossibile abitarsi
senza un certo disgusto, una forma di amore,
di renitenza alla presenza ridondante di sé stessi
negli spazi, che ci somigliano e ai quali per osmosi
somigliamo. È un assedio rassicurante, questa carne
su carne di coperte sulle nostre gambe, di pareti attorno,
di celle che sono stanze, dove soggiorniamo replicati
nella distanza degli arti, degli organi, dei pianti
dagli occhi. A coppie di corpi si può vivere solo
se si ha un frigorifero abbastanza grande
da contenere scorte di assenze, dimenticanze,
come pretesti per uscire a prendersi; ma da soli
i vuoti non esistono.

 

 

Il diavolo divide, il santo è separato:
la parte che avanza è del peccato,
quella che manca prega e spera
l’intero, è vuota. A metà ci salveremo,
dividendoci ancora; per l’operazione
diabolica di un redentore verremo
meno ascendendo al pleroma.

 

 

Vivere di scompensi,
allenare la tolleranza
al morso che toglie pezzi,
per arrivare al torso
e trovare i semi: l’inizio
che non abbiamo visto.

 


Antonio Vittorio Guarino, è nato a Napoli nel marzo del 1985. Vive ad Avellino. Si è laureato in Filosofia all’Università di Napoli “Federico II”. Attualmente è borsista presso l’Istituto italiano per gli studi filosofici. In poesia ha pubblicato: La Vita Beota (Il Foglio Letterario 2009), La caduta dalla giovinezza (Onirica 2011), La costellazione dell’assenza (Fara 2016, opera vincitrice del VI concorso nazionale Faraexcelsior) e Cronicismi (Oèdipus 2020). Alcune sue poesie sono presenti in antologie, riviste e siti web.

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