Lorenzo Pompeo, Dai poeti Menglong ai post-menglong

Lorenzo Pompeo
Dai poeti Menglong ai post-menglong. breve panorama della poesia cinese contemporanea

Alla loro apparizione, con la pubblicazione nel 1978-1980 della rivista indipendente «Jintian» (in it. “Oggi”), un gruppo di poeti contemporanei cinesi venne ribattezzato dalle autorità letterarie cinesi con un nome che intendeva essere denigratorio: menglong. Il termine, che di solito viene tradotto come “oscuro”, e che altro non era se non una accusa di “incomprensibilità”, veicola in realtà più sensi contigui, tra i quali prevale quello di una “semioscurità in cui si vela una luce”. Il termine menglong è, paradossalmente, rimasto, sia in Cina che fuori, il nome più comune per indicarli. Per analogia, i poeti più giovani apparsi verso la seconda metà degli anni Ottanta sono stati chiamati “post-menglong”.1
Scrive Gu Chen, uno dei maggiori poeti di questo gruppo: «La poesia contemporanea cinese si differenzia dalla poesia straniera contemporanea, come pure da qualunque altra poesia della storia cinese. Anzitutto in Cina c’è stata la Rivoluzione culturale: è stata un’epoca davvero vuota, isolata da tutto come un vaso di ferro; ciascuno ne ha sofferto la pressione, senza poter ricevere alcun aiuto dalla cultura, dalla storia o dal mondo esterno. In questa situazione la gente voleva ancora esistere, e tra costoro un piccolo numero non ha potuto che dissetarsi con le proprie lacrime, con la propria voce o con i propri sogni; la poesia è diventata praticamente l’unica forma della loro esistenza. In questa solitudine alcuni sono morti, altri sono impazziti, altri ancora scrivono tuttora, sono conosciuti, sono diventati i poeti contemporanei. […] Ancora oggi non siamo in grado di stabilire se la Rivoluzione culturale sia stata una punizione del Cielo o solo una verifica involontaria, ma possiamo chiaramente vedere che la poesia nasce della vita in sé, nasce dagli anni intollerabili della vita».2
Per Yang Lian, che fu tra i redattori di «Jintian», la nuova poesia cinese nasce da una rottura con tutta la “lingua e la logica” della poesia cinese, che la fine fallimentare della Rivoluzione culturale ha portato a completa saturazione, esaurendone ogni possibile verità. Non si tratta però, egli sostiene, di una poesia “politica”, o di una “critica sociale”, benché la politica indichi una certa coloritura del “contesto esistenziale” nel quale essa è sorta. Le caratteristiche più profonde sono invece per lui “un severo senso dell’esistenza” (e soprattutto di una modalità d’esistenza “non socializzata”) e la capacità di trattare una difficoltà radicale: nulla, egli dice, garantisce che il “saputo” sia realmente “esistito”. «Fin dall’origine della poesia cinese contemporanea v’è l’abbandono di tutto il lessico, nonché della logica, delle menzogne politiche in Cina. La politica è solo un certo colore del contesto esistenziale nel quale si genera questa poesia. Perciò i problemi socio-politici non sono mai diventati il tema della poesia cinese contemporanea […]. La modalità fondamentale con cui la poesia cinese esprime l’esistenza è individualizzata, non socializzata, è concreta, non astratta. Infatti la tonalità poetica fondamentale è permeata dalla sofferenza, dal dolore, dalla disperazione, dalla fluttuazione, dalla morte e dalla predestinazione».3
La Rivoluzione culturale resta ancora, agli occhi dei cinesi, un enigma soggettivo, ma è chiaro che ciò che essa interrompe definitivamente è il credito intellettuale di tutta la “cultura rivoluzionaria”. Dal punto di vista che qui ci interessa, ovvero per quel che riguarda le questioni poste da questi poeti, ciò che la Rivoluzione culturale porta irrimediabilmente a esaurimento è un determinato nodo fra “fedeltà artistica” e “fedeltà politica”.
La recente silloge di Bei Dao, La rosa del tempo. Poesie scelte (1972-2008) a cura di Rosa Lombardi (Elliot, Roma 2018), ripropone i versi di quello che è forse il più celebre tra i poeti menglong, noto anche al di fuori della Cina (attualmente vive a Hong Kong dopo aver vissuto a lungo in Europa e negli Stati Uniti). Addentrandomi nel libro e nella biografia dell’autore, mi sono reso conto che, pur non avendo alcuna nozione sulla lingua cinese, ero in possesso di alcune chiavi per entrare nella sua creazione poetica. Si tratta di un autore che è ha vissuto sulla propria pelle le più nefaste conseguenze delle scelte derivate da una intransigente interpretazione dell’ideologia comunista. Appena sedicenne, Bei Dao (al secolo Zhao Zhengkai, il suo pseudonimo si traduce come “Isola del nord”), che proviene da una famiglia di quadri del partito, abbandona la scuola e si unisce alle Guardie rosse, rispondendo agli appelli di Mao che chiama i giovani alla lotta per cancellare la vecchia cultura. Nel 1966, appena ventenne, viene mandato in una zona remota a trecento chilometri dalla sua Pechino, per svolgere lavoro manuale, vi rimarrà per quasi tredici anni, lavorando come operaio prima e poi come fabbro in un cantiere edile. In questi anni la censura mise al bando la quasi totalità dei libri che non fossero classici del marxismo e opere di Mao (tuttavia Bei Dao aveva avuto la possibilità di leggere alcuni libri “proibiti” come classici della letteratura dell’inizio del ’900 che aveva trovato nella soffitta della sua casa).
Paradossalmente proprio questo “grado zero” dal quale l’autore è dovuto partire lo rende in qualche modo decifrabile anche per chi, come me, non ha alcuna familiarità con la tradizione letteraria cinese. Bei Dao tenta di discostarsi dalla poetica del realismo, unico indirizzo consentito e promosso dalle autorità, ma deve farlo in modo molto accorto. Non può nemmeno rifarsi a una tradizione culturale che è stata completamente cancellata. Fin dall’inizio i suoi versi venivano considerati incomprensibili, e quindi anche non molto pericolosi, da parte delle autorità preposte alla vigilanza in campo culturale. I messaggi lanciati nelle sue poesie sono per lo più cifrati (e anche l’uso degli pseudonimi è nato per eludere il controllo delle autorità). A volte si riesce a intuire facilmente il bersaglio della sua poesia, come ad esempio in Risposta, nella quale scrive: «Sono venuto in questo mondo,/ portando solo carta, corda  e ombra,/ per proclamare prima del giudizio,/ la voce giudicata:// lascia che ti dica, mondo,/ io – non credo!/ se mille sono gli sfidanti sotto i tuoi piedi,/ considerami allora il millesimo e uno.»4
Tuttavia non bisogna fare l’errore di inquadrare quella di Bei Dao come una semplice “poesia di protesta”. Lo stesso autore, in un’intervista citata nella Introduzione della curatrice del volume, Rosa Lombardi, in merito alla sua poesia dichiara: «Ho cominciato a scrivere poesia all’età di vent’anni […]. Ma quando ripenso a quel momento, cercando di individuarne le ragioni, provo sentimenti complessi e resto confuso: come iniziai a scrivere? Da dove venne l’impulso originario? È il cosiddetto destino che ci porta a scrivere, oppure è scrivere che determina il nostro destino? […] questo mi ricorda i primi tempi da fabbro, quando ero frustrato dai primi oggetti che producevo. Mi accorgo che un poeta e un fabbro sono molto simili: entrambi inseguono un sogno di irrealizzabile perfezione».5
Scrive la curatrice della silloge di Bei Dao Speranza fredda Claudia Pozzana: «Quello di Bei Dao è innanzitutto un mondo di pensiero, come rivela la calibrata astrazione dei suoi versi. Ciò che egli condivide con gli altri autori della configurazione cinese contemporanea – di cui «Jintian» costituì l’evento fondativo – è principalmente la visione della poesia come singolare forma di razionalità: spazio d’intellettualità capace di proprie procedure di pensiero indipendenti».6
La tradizione poetica cinese è onerosa sulle spalle del poeta quanto “la montagna, che nei manuali di storia sale e scende”, come si legge nella lirica A proposito della tradizione. Nel confrontarsi con essa, la poesia, precaria “candela che sprofonda nel buio”, flebile luce nella notte, “cerca reperti tra gli scisti del sapere (dalla lirica Stagione movimentata). Il pensiero della poesia non può esimersi dai saperi filologico-letterari, tuttavia cerca alimento nelle loro discontinuità – gli scisti – piuttosto che nella loro integralità, e in definitiva tende a istituire con i saperi un rapporto analogo a quello che stabilisce con la lingua, nella quale cerca di far brillare fessure e interstizi.

D’altra parte la poesia non può fare a meno dei saperi letterari, problema che come s’è detto è cruciale per l’intera configurazione poetica contemporanea. La soluzione che propone Bei Dao è una riappropriazione diretta dei saperi letterari, saltando inevitabilmente, almeno per ora, la mediazione educativa. E tale soluzione è praticata da tutti gli altri autori menglong, i quali, pur essendo profondi conoscitori della loro tradizione letteraria, sono tutti degli autodidatti, e comunque hanno svolto la loro formazione poetica e letteraria al di fuori delle istituzioni educative.
In L’arte della poesia, Bei Dao tratta esplicitamente fin dal titolo di questa esigenza di reinventare lo spazio di un sapere della poesia a partire dall’odierna indigenza:

versione di Rosa Lombardi

Nella grande casa cui appartengo
resta solo un tavolo, intorno
è una palude sconfinata
da ogni parte la luna splende si di me
il fragile sogno di uno scheletro ancora in piedi
in lontananza, come un’impalcatura non smantellata

e impronte di fango sulla carta bianca
la volpe nutrita per tanti anni
con un colpo della sua coda fiammeggiante
mi lusinga, mi ferisce

naturalmente, ci sei anche tu, seduta qui davanti
i lampi a ciel sereno che brillano nelle tue mani
diventano legna da ardere, mutano in cenere;

versione di Claudia Pozzana, in: Speranza fredda, p. 37

Arte poetica

Di quella enorme dimora di cui appartengo
resta solo il tavolo, intorno
sterminate paludi
il chiarore lunare mi illumina da angoli diversi
il sogno dalla fragile ossatura sta lì come sempre
in lontananza, come un’impalcatura non ancora smantellata

e ci sono impronte di fango sulla pagina bianca
quella volpe allevata per tanti anni
agitando la coda fiammeggiante
mi loda, mi ferisce

e poi, certo, ci sei tu, seduto di fronte a me
le scintille azzurro cielo che ostenti nel palmo
diventano legno secco, si trasformano in cenere

Non resta nulla di quell’enorme dimora a cui la soggettività poetica appartiene (letteralmente: “è subordinato”). In questa indigenza, nella condizione di degrado dello spazio culturale della poesia, per essere nuovamente poeta, anche se circondato dall’immensa palude, basta quel tavolo, e il “chiarore lunare”, che anche in, come in Domande al cielo, è la luce rarefatta di una tradizione poetica, capace ancora di illuminare “da angoli diversi”. La precarietà congenita dell’esistenza della poesia appare in questo reticolo di luci dall’ossatura fragile come un sogno, orizzonte di riferimenti lontani, ma persistenti “come un’impalcatura non ancora smantellata”. Come nota giustamente la curatrice dell’edizione Einaudi Claudia Pozzana: «La meditazione sulla lingua, ricorrente nei versi di Bei Dao, costituisce un ampio orizzonte problematico, peraltro intensamente esplorato anche dai migliori poeti cinesi contemporanei […]. Essi hanno messo a fuoco, fin dalla fine degli anni Sessanta, una “questione della lingua” in Cina, tuttora investita con prospettive teoriche originali e trattata, con un crescendo di riflessioni intrinsecamente poetiche, come “questione” propriamente politica, che riguarda infatti le difficoltà soggettive dell’essere-insieme cinese, Al di là dei simulacri comunitaristici che dominano la scena pubblica del paese.»
È inevitabile che le tracce della sterminata palude riappaiano come macchie sul foglio, ma la posta in gioco è riuscire a ripulire la scrittura poetica da quel fango, o forse a trasformarlo in materia prima della poesia stessa.
Ma per quanto difficili siano le condizioni esterne c’è anche una difficoltà interna alla soggettività poetica: “quella volpe allevata per tanti anni” che è, in contesto cinese, oltre che figura dell’astuzia, anche figura della seduzione, come attestato dalle “donne-volpi” della favolistica, fantasmi del desiderio femminile. Qui la volpe appare nella prima accezione, come una qualità interiore, a lungo coltivata come positiva, e pur sempre seducente per l’immagine di sé, ma nel momento in cui sembra appagare un desiderio di riconoscimento (“agitando la coda fiammeggiante/ mi loda, mi ferisce”), infligge l’angoscia del misconoscimento: le lodi feriscono. La “coda” che la volpe agita – che essa non riesce mai a nascondere interamente – in cinese idiomaticamente equivale al “vero volto” che prima o poi si svela.
Nel “tu” del finale convergono due figure possibili. Potrebbe essere rivolto al “tu-lettore”: se tratterai questa poesia come occasione per esibire abbaglianti opinioni costituite, vedrai quelle “scintille” trasformarsi in cenere. Ma potrebbe anche essere la poesia stessa che rivolgendosi al “tu-poeta”, lo ammonisce sui rischi di nullità dell’esibizione di scintillanti virtuosismi.

Han Dong, nato a Nanchino nel 1961 ma, strappato dalla sua città natale insieme alla sua famiglia dalla Rivoluzione culturale (1966-1976), ha vissuto durante l’infanzia e l’adolescenza nelle campagne dell’entroterra per subire la “rieducazione” politica attraverso il lavoro manuale. Dal 1978 studia filosofia all’università dello Shandong, dove entra in contatto con la nuova poesia attraverso la lettura della rivista «Jintian».
Han Dong si laureò nel 1982 e si trasferì per due anni a Xi’an per insegnare marxismo-leninismo presso la locale università. In questo periodo comincia a scrivere e a pubblicare su riviste di poesia. Tornato a Nanchino nel 1985, vi fonda la rivista letteraria autogestita «Tamen» (in it.: “loro”), della quale usciranno nove numeri fino al 1995. Due anni prima, nel 1992, aveva pubblicato La pietra bianca, la sua silloge d’esordio. L’anno successivo decide di ritirarsi dall’insegnamento per dedicarsi alla scrittura. Alla poesia affiancherà saggi e prosa (romanzi, racconti), articoli e interventi critici, collaborando con diverse riviste. Ha dato vita, insieme ad altri poeti, a un sito dedicato alla letteratura d’avanguardia, un premio letterario. Inoltre conduce un suo blog.
Col passare degli anni la sua è diventata una delle voci della poesia cinese contemporanea più autorevole e carismatica tra quelle degli autori che avevano collaborato alla rivista «Tamen» che fu il punto di riferimento della cosiddetta “Poesia post-oscura” (ovvero post-menglong), o della “Terza generazione”. Il nome di questa rivista, scelto dallo stesso Han Dong, ispirato al romanzo di Joyce Carol Oats Them, sottolinea una distanza rispetto al sistema letterario ufficiale, allora ancora sotto il rigido controllo delle autorità. Come spiega Rosa Lombardi: «Uno degli elementi di maggior novità rispetto al passato e alla scena contemporanea è che la rivista “Tamen” non vuole rappresentare un determinato gruppo poetico o una corrente letteraria, per questo non lancia un manifesto né segue canoni o principi guida prestabiliti, come spesso avviene in Cina. Il suo intento è creare un ampio spazio ospitale e di confronto, una sorta di utopica repubblica, per accogliere contributi originali e indipendenti da tutto il Paese, nel rifiuto di qualsiasi forma di omologazione o appiattimento indotti dal sistema politico o editoriale».7 Han Dong e i poeti della sua generazione si trovano in una situazione radicalmente cambiata rispetto a quella nella quale vissero e scrissero Bei Dao (nato nel 1949, dodici anni prima di Han Dong) e la generazione dei poeti Menglong (la cosiddetta “poesia oscura”). La generazione del caposcuola della “poesia oscura” era stata direttamente travolta dalla Rivoluzione culturale (lui stesso aveva fatto parte, come tutti gli studenti della sua generazione, delle famigerate “Guardie rosse”). Quando nel corso degli anni ’80 caddero i veti e le censure, Han Dong poté leggere gli autori “occidentali” fino a quel momento proibiti in Cina. Le riforme economiche, le aperture ai capitali stranieri e al libero mercato, avviato timidamente nei primi anni ’80, avevano avviato un cambiamento irreversibile dell’economia e della società cinese, che trasformarono in modo radicale le abitudini, la mentalità dei cittadini e il paesaggio urbano delle città. La poesia di Han Dong registra questa mutazione epocale, che investì inevitabilmente ogni forma di espressione artistica e letteraria. Lo stesso Han Dong in proposito ha giustamente scritto: «La ricerca della ricchezza è diventata la nuova visione del mondo cinese, il nuovo sogno. A mio parere, l’avidità è diventata la forza motrice della modernizzazione materiale, e non solo in Cina la letteratura è stata in gran parte abbandonata dai lettori cinesi, perché non è di alcuna utilità pratica. Guide per fare soldi, giocare in borsa, commerciare nel settore immobiliare, gestione aziendale, abilità sociali e così via ora in cima alla lista, seguite da libri sulla salute, collezionismo di oggetti d’antiquariato, libri di benessere – “zuppa di pollo per l’anima” – e memorie di personaggi famosi».8 Essendo confinato ai margini del mercato editoriale, il poeta, per la prima volta, è esentato dalla sua funzione civile. «Han Dong decide presto di intraprendere una strada del tutto diversa, opponendo all’estetica dei poeti oscuri un’ironica e antiretorica volontà di demistificazione che si esprime in una lingua solo in apparenza neutra o trasparente, o anche, come è stata definita, “colloquiale”».9 Dal limbo nel quale si trova, senza un particolare statuto, è finalmente libero di rivolgere il suo sguardo ironico al mondo che lo circonda e proprio questo e ciò che fa Han Dong nelle sue poesie, ambientate in una delle tante metropoli cinesi investite da quella convulsa e frenetica metamorfosi che nel giro di pochi anni ha cancellato definitivamente il volto della città realsocialista.  Assurda scena invernale, con la sua curiosa citazione del tutto straniata di Roma e Parigi, viste attraverso lo sguardo di un “nuovo ricco” cinese, può essere considerata un ottimo esempio della poetica di questo autore.

Assurda scena invernale10

Questa è un’assurda scena invernale
questa è la via Roma in Cina
il portachiavi del sole ancora appeso alla cintura
la luce del mattino apre la porta al giorno

Questo è un ramo d’albero disegnato a carboncino
bruciato ancora per fare carboncino
questa è carta bianca offerta dalla terra innevata
disegniamoci la terra innevata

Guarda, l’automobile esprime personalità
il negozio mette in vendita se stesso
il platano allarga le sue foglie gialle, qualcuno a Huaiyin
sogna Parigi giorno e notte

Segnali di fumo si alzano dalla spazzatura
palazzi vanno alla deriva come nebbia
uomini e bestie si battono
per pellicce che in realtà appartengono alle bestie

Questo è il freddo del nord nel meridione
questa è una stanza dove le sciarpe irrigidiscono
questo non è tempo di letargo per i virus informatici
ma sono i giorni in cui i fiori del pensiero avvizziscono

1993

 


1 Si veda Claudia Pozzana, Alessandro Russo, Introduzione, in: Nuovi poeti cinesi, Einaudi, Torino 1996. pp. VI-VII.
2 Ibidem, p. 214.
3 Ibidem, p. 209.
4 Op. cit., p. 45.
5 Op. cit., pp. 33-34.
6 Claudia Pozzana, La distanza della poesia. Introduzione a Bei Dao, in: Bei Dao, Speranza fredda, Einaudi, Torino 2003, p. VIII.
7 Rosa Lombardi, Han Dong, la rivista Tamen, il Movimento di Rottura, la lingua della poesia, in: Han Dong, Un forte rumore, Elliot Lit-edizioni, Roma 2020, p. 17.
8 Citazione da: Chinese literature – where are we now? pubblicato su «English Pen» il 12/04/2012.
9 Rosa Lombardi, cit., p. 18.
10 Tratta da: Han Dong, Un forte rumore, Elliot Lit-edizioni, Roma 2020, p. 63.

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