Grazia Procino, Di albe e di occasi

Grazia Procino, Di albe e di occasi
Prefazione di Alessandra Corbetta
Macabor 2021

Anni fa, in un mattino d’estate, mi capitò di poter lasciare libera la vista e la visione sulla valle d’Itria, sui suoi colori in dialogo tra natura e opere umane, tra rinascite cicliche e brusche incursioni del tempo, tra le ‘vicende minute’ e la Storia. Tornai, allora, a interrogarmi sulla domanda che Vittorio Bodini mi rivolge idealmente da tanto tempo: tu lo conosci il Sud? E da tempo i suoi versi – «Tu non conosci il Sud, le case di calce/ da cui uscivamo al sole come numeri» – sono uno sprone a superare questa negazione.
La lettura della raccolta di Grazia Procino Di albe e di occasi ha riportato, chiara e vivida, urgente e continua, quella domanda, alla quale l’autrice risponde con la grazia della parola, una grazia non effimera, bensì, al contrario, decisa a sovvertire, smascherandone le intenzioni riduttive e soporifere, l’immagine tranquillizzante di una grazia docile e pronta a dileguarsi al primo attrito, al primo scontro, al primo accenno di ribellione.
Da una posizione centrale nel volume, il componimento Per la valle d’Itria libera la vista e la visione sull’intera raccolta:

Per la valle d’Itria

Macchie di alberi, qua e là,
mi accompagnano lungo il tragitto
trulli come piccole chiese con guglie
che calmano i pensieri.
È tutto qui il brillio della quiete
la pace verde
il battito furente del sole
la visita luminosa della luna
le greggi sulle pietre belanti
acqua tremolante di vita.
I nomi fioriscono in questa valle
come trame sottili di fulgida bellezza.
Le nostre mani giunte.

Da qui, dalla «pace verde» così come dal «battito furente del sole», ciò che a una percezione distratta e superficiale può apparire come un semplice, perfino nostalgico, idillio, spicca invece il volo per raccogliere e accogliere il carico di vita, di esperienza, di memoria, nei gesti, nei dettagli, negli utensili, negli abiti di chi ‘procede avanti’ e precede: «In questa casa corone di rossi pomodori/ secchi con le zanzare che frullano/ nel fuoco dell’estate vigilano/ come guerrieri scesi dai monti lucani» (La veglia agli assenti).
Se i versi di Taranto cancellano ogni dubbio sulla tempra rigorosa e vigorosa del dire poetico di Grazia Procino – «Da colonia dorica a terra colonizzata/ da potenti approfittatori/ (uno Stato che ha preferito i soldi alla salute)/ cielo a chiazze/ polveri rosse sulle auto in corsa/ lacrime di bimbi sui volti/ che non diverranno grandi» –, ogni componimento reca testimonianza di «Mani vive a scorticare l’anima» (Una sera con un poeta), dello scrivere e vivere «Furiosamente» (Notturno di suoni antichi), di un «amore lento e solido/ con il mondo».
Il canto d’amore non indulge nell’autocompiacimento, non si compatisce. Guida lo sguardo fuori di sé verso la terra, accogliente e pure devastata – «Ognuno ha in mente il suo Sud,/ da depredare o da contemplare./  Il mio Sud ha gli occhi neri della terra/ quando si sposa con la pioggia» (Il mio Sud si tocca con gli occhi) –, verso la Storia e verso l’aspirazione al trascendente, non artificiosamente separati, bensì uniti nella creazione poetica, verso l’altro da sé, lungo la strada indicata dal nonno, verso gli «alberi alti e fitti», per tornare a imparare: «Non crederti mai sola, diceva mio nonno».

© Anna Maria Curci

 

Corteo a Matera

Pietre di Matera imbiancano giorni protetti
di pazienza.
Scorrono in fila esposti
riposti nei sassi
santi anacoreti
poeti sindaci e contadini
mia nonna e la schiera nera delle sue donne,
parenti intessute
con scialli parlanti di fatiche e nostalgia.
Sorridono a Scotellaro – lui non manca ai potenti! –
di riverente ammirazione.
Fremono di pane alto e di sudore.

 

Dall’alba al tramonto

Nel vocabolario
dei miei antenati contadini
esisteva solo la parola sacrificio.
Nessuna rima con amore
nascosto sotto il materasso
buono solo per procreare
attenti al primo sangue delle fanciulle da maritare.
Dall’alba al tramonto chini sui campi
a strappare la sopravvivenza
i tumulti delle piazze lontani.
Nell’oscurità delle case senza elettricità
il braciere riscaldava mani e cuori
in movimento precario
minestre di legumi e pane duro.
Alla sera per ricordarsi
di essere uomini devoti alla Provvidenza
i rosari chiedevano di rivedere all’indomani
il sole e la zappa.
L’amore in fondo in fondo
al cuore.

 

A luglio, la vanità della poesia

Lungo la strada del mare, di luglio,
i poeti guardano le case
con le persiane verdi e le porte rosse
i freni assordanti degli scooter
il sole calante sulle rovine di Pompei.
La fatica dei poeti non è nel sudore della fronte
è nel non essere creduti,
fanfaroni di vanità
solo educatori di lucertole
sospettose di tutto.
Quando nel borgo dipinto di blu
si intravvedono i primi bagliori
raccattano i cappelli di paglia
e si incamminano verso il tempo immobile
del non ancora creato.

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