Marvi del Pozzo, La logica delle nuvole (rec. di Claudia Manuela Turco)

Marvi del Pozzo, La logica delle nuvole
Edizioni La Vita Felice 2020

Troppo spesso capita di leggere opere improntate a una visione decisamente pessimistica della vita. Un’autentica sorpresa, invece, è stata la lettura dell’ultimo libro pubblicato da Marvi del Pozzo (Mariavittoria del Pozzo), uscito a giugno del 2020, per i tipi delle Edizioni La Vita Felice di Milano, con il suggestivo titolo La logica delle nuvole e inserito nella Collana “Le voci italiane” (n. 105).
Dall’inizio alla fine ho trovato l’opera molto appassionante e capace di instillare entusiasmo in chi ha la fortuna di immergersi nelle poesie che la compongono. Appena chiuso il libro, ho provato un’immensa sensazione di gratitudine nei confronti dell’autrice e persino della vita in generale, perché, verso dopo verso, segmento dopo segmento, pagina dopo pagina, vi è contenuta la dimostrazione di come la gioia sia non un regalo che riceviamo dopo una più o meno lunga attesa, bensì una conquista che richiede tempo e un costante impegno, ovvero è qualcosa che possiamo costruire armandoci di buone intenzioni e pazienza. La gioia, quindi, può essere a portata di mano.
Guardando la copertina di questo candido volumetto, penso a un lenzuolo di nuvole dietro al quale si nasconde il sole, e all’intima ferita, da cui, però, non necessariamente deve originarsi un’emorragia; la ferita idealmente può anche lasciare intravvedere l’azzurro di un cielo terso («io giungo al di là/ dell’orizzonte/ e più di quella vela/ vado oltre»).
Marvi del Pozzo è molto colta: ha insegnato letteratura italiana e latina, traduce anche dal francese (in La logica delle nuvole il suo amore per la Francia e per la sua cultura vengono testimoniati dai versi dedicati a Monet e Debussy); è coordinatrice da più di un decennio del gruppo “Tempo di Parole” del Circolo dei Lettori di Torino; ha scritto una decina di libri di versi; è autrice di monologhi teatrali; collabora con la rivista torinese «Amado mio»; cura la rubrica di critica letteraria “Letture condivise” sul blog romano «ParolaPoesia»; ha diffuso l’amore per la poesia tra la gente, nei luoghi più diversi (per esempio, ha dato vita a un laboratorio in una casa di riposo). Tuttavia non subito le è stata chiara l’importanza che la stessa poesia avrebbe potuto rivestire nel corso della sua esistenza.
 “Condivisione” è per lei una parola-chiave, poiché essa consente di rendere meno amare le solitudini non volute. La poesia si sprigiona nelle situazioni più diverse, come nelle piccole cose della quotidianità, e diviene cura, farmaco privo di controindicazioni e di effetti indesiderati. Lettura e scrittura, entrando nella dimensione della condivisione, si compenetrano, rendendo possibili il reciproco ascolto e il dialogo, senza prevaricazioni («Di una logica illogica son fatta:/ rompi la roccia grigia e uniforme/ c’è dentro il quarzo rosa trasparente»; «se mantieni il quarzo tra le mani/ trasferisci alla pietra il tuo calore»; «Così per la poesia che prende vita/ da quello che il lettore sa sentire»).
A tal proposito, in un’approfondita nota introduttiva, è la stessa autrice a informarci del suo rapporto con la poesia, da lei considerata canale di comunicazione privilegiato, strumento prediletto per potersi meglio analizzare, per conoscersi e riconoscersi (un suo libro si intitola Esserci e riconoscersi), scavando a fondo nella propria interiorità, ma anche per potere avvicinare il prossimo.
I suoi libri sono scritti con la speranza che una sola pagina o un solo verso o persino anche solamente qualche parola, possano essere faro nella notte, fiammifero che si accenda nel buio, ovvero motivo di conforto per qualcuno, e magari fonte d’ispirazione per qualche altro scrittore, di versi o prosa che sia. E si può essere poeti, oscillando tra consapevolezza e meraviglia in virtù di un «patire felice», anche senza scrivere, perché l’essenza più autentica della poesia sta nell’esistenza stessa.
La prima lirica proposta all’attenzione del lettore funge da premessa (viene riportata anche in quarta di copertina), creando subito un clima di intimità e familiarità: «Scrivere poesia/ è forma di preghiera./ […] Come in vasi comunicanti/ non sai più/ chi dà e chi prende./ […] Sgomenta il pensiero/ che a questo Dio/ invisibile/ sei tu a donare vita».
Dopo tale premessa, il percorso si snoda attraverso cinque sezioni, così in successione: “Filosofia del naturale”, “La folgorazione del frammento”, “Il nutrimento degli affetti”, “Vita dei miei silenzi”, “Fantasticherie”.
Le liriche di Marvi del Pozzo possono catturare lo stillicidio dei giorni nel loro «grigio illanguidirsi/ esangue», ma con sapienti e dosate accensioni di colore, sempre opportunamente distribuite. E allora appare evidente come il «sangue è rossa/ vibrazione/ di vita». Persino il mese di novembre può portare «un lampo di sorriso inaspettato», simile al “piccolo sorriso” di Emily Dickinson che spesso è d’ispirazione per la stessa Marvi, che si sente erede di certe voci a lei più affini.
Ama molto sperimentare, cercando nuove soluzioni e possibilità linguistiche, in rapporto alle diverse categorie di argomenti affrontati, dimostrando di possedere chiarezza di idee e di visione e gusti precisi. La misura del frammento consente un effetto intenso e La logica delle nuvole se ne avvale, ma la tessitura regge bene anche per liriche di maggiore estensione. L’autrice procede decisa nella scelta delle parole, cui vuole dimostrare imperitura fedeltà, evitando ciò che può risultare sdolcinato o accomodante («Meglio balbettii/ indecifrabili d’infante/ o di vecchiaia demente»). Non la via del compromesso, dunque, bensì una parola pulita perché pregna di verità. Un sano appetito che viene soddisfatto dalla parola decisa ed essenziale, parola che si fa nutrimento e cura, rivaleggiando con il silenzio per una maggiore efficacia.
Grazie alla sua particolare linea di ricerca, Marvi del Pozzo riesce a restituire al lettore tutte le infinite gradazioni dei colori dello spettro luminoso. Anche se non ama i girasoli (neanche quelli di van Gogh), né il colore ocra, che le suggerisce scenari aridi (come la terra bruciata), sa bene come l’esperienza possa condurre oltre le apparenze, oltre le fuggevoli sensazioni, le fugaci impressioni. E anche se «La memoria del Bello è lacerante», la poetessa ammette: «Il nuovo/ non sempre corrisponde alle mie attese».
Inoltre, raggiunge un delicato ma solido equilibrio tenendo costantemente presenti sia la «pressante logica/ del cuore» sia le istanze della mente («Nel mare è la metafora del cuore/ come la terra lo è della ragione»), prestando attenzione ai minimi dettagli e a tutto quello che accade, cercando sempre, con sensibilità e curiosità, di immedesimarsi negli altri.
La lettura rimane piacevolissima, tra pagine di freschezza e levità gioiosa, ricordandoci che l’età non è (o non è soltanto) una questione anagrafica: «Sulla tua moto io comprendo il mondo»; «Non mi fare impigrire, amore mio,/ in queste lunghe sere di velluto./ Non sono ore da televisione/ e un vecchio per dormire ha sempre tempo./ Non dirmi che il motore della moto/ riperde colpi e ci vuole il meccanico./ […] Mi sento già drogata dal profumo/ di gelsomini e tigli collinari».
Nei segmenti appena riportati, è ravvisabile un implicito invito a cercare di fare sempre buon uso del proprio tempo, perché non serve andare lontano, per poter vivere l’esperienza del viaggio e dell’avventura nella ricchezza di tutte le sue sfaccettature.
Coppie oppositive definiscono non di rado talune tappe fondamentali del percorso esistenziale. Tuttavia «i pensieri/ freschi/ di un crepuscolo/ rasserenato/ risarciscono/ il travaglio/ di una combattuta/ giovinezza». Qui possono ritornare alla mente alcuni versi di Maria Luisa Spaziani: «Nei miei vent’anni non ero felice/ e non vorrei che il tempo s’invertisse» (da Nessuno dice mai).
Ripercorrendo le varie fasi dell’esistenza, Marvi lascia un messaggio positivo al lettore: i «granelli di sabbia più remoti/ ultimi a scivolar/ nella clessidra./ Un suono inafferrabile di grazia» e il tempo «che resta/ non spaventa».
Infatti, esistono momenti magici in cui «pensi che il cielo sia tuo/ che il salto s’innalzi infinito/ né possa aver fine lo slancio./ Il sole fiammeggia d’incendio/ e d’oro riflettono i prati». La notte di San Lorenzo è occasione per riflettere su quale sia la vera luce amica, quella che ci può guidare. Non quella fredda delle indifferenti stelle, bensì «la luce/ delle lucciole in volo/ caparbie come noi nel rimanere,/ nel mostrare con cuore di fiammifero/ la vellutata volontà d’esistere./ E se ne vanno nella leggiadria/ d’una sera ch’è l’unica possibile/ ma che vale l’eterno/ prima di sprofondare,/ oscure, nel mistero/ di un notturno senza sogni». Come ha scritto Paolo Ruffilli, in Le cose del mondo (Mondadori, 2020), anche se alla fine rimane solamente «il pensiero pensato della rosa», «intanto è geiser,/ soffione boracifero, spumante».
Marvi si sente parte del tutto («Io sono il sole, l’aria, il filo d’erba») e può affermare tranquillamente: «questa inconsistenza dell’umano/ non mi dà pena finché godo il mare». Il ritmo del moto ondoso culla l’autrice, anche se «luce del giorno e buio più profondo» sono due delle tante facce del mare, emblema dell’infinito in una veste che tanto affascina, ma che può pure atterrire. Parole d’acqua ritornano dal mare e riportano con il pensiero, con il ricordo, ai tempi dell’infanzia e della giovinezza, al calore dell’estate. Se la “Mattina” fa dire a Giuseppe Ungaretti: «M’illumino d’immenso», l’estate fa dire a Marvi: «mi voglio ustionare di luce».
L’efficacia rappresentativa si risolve in descrizioni di attimi che più non sono e sempre resteranno: l’infanzia ha «le mani da bambina/ biscottate di granella/ di sale» e «un sorriso/ di sassolini bianchi e madreperla»; la figura materna è divenuta «fantasma giocoso, vitale/ trasformata da madre in sorella».
L’icasticità di espressioni e immagini riporta pure a scenari non accoglienti, come rievocando, invece, la figura paterna: «ti percepivo straniato/ distratto da oscure avventure/ in cui capitavo per sbaglio./ Le due biciclette accasciate,/ nebbiosi fantasmi di ferro/ sul ciglio di sponda spinosa».
Altri versi preziosi sono a testimonianza dell’amore della poetessa per gli animali, e in particolare per i cani; tra le pagine più intense quella dedicata al suo cane, Per Olly, «il mio cane che è rimasto l’unico», circa a metà libro (p. 66), nel cuore dell’opera (in altre pagine compaiono pure una poesia per Argo e una per Ulisse). Pesa gravemente sul cuore, l’assenza di colui che riempiva la casa: «Un buco nel mio cuore e negli affetti/ mi fa male a ogni rientro a casa/ […]Dopo vent’anni io ti aspetto ancora./ Mi domando dov’è quel muso buffo/ […]è sotto il letto/ per il nostro giocare a nascondino?/ Il pensiero va a te, bimbo peloso,/ solo allegria ci davi senza tregua/ […] Non so dove ora sei, certo nell’aria/ […]che ogni parola che ti dico/ abbia il sapore/ massimo del cuore».
Il volume non termina con la solita Postfazione, bensì con un breve scambio epistolare avvenuto tra la poetessa e la curatrice, Cinzia Marulli. Si tratta di due lettere nelle quali ci viene svelato come, per tanti anni, l’autrice abbia preferito scegliere la via dell’autopubblicazione, anziché affidare a un vero editore la sua opera. Tuttavia, a un certo punto, avendo trovato la persona giusta, ovvero proprio la curatrice de La logica delle nuvole, tale sbocco è divenuto necessario.
Indipendentemente dall’editore, ciò che conta è il valore della poesia: e quella di Marvi del Pozzo poggia su solide basi, tra radici splendenti e diramazioni inusuali.

© Claudia Manuela Turco

 


Qui la lettura della raccolta di Anna Maria Curci, pubblicata il 20 dicembre 2020 su «ParolaPoesia»

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