Philip Morre, Istantanea di ippopotamo con banane (rec. di G. Ferrara)

Philip Morre: istantanea di Callimaco a Venezia
di Giuseppe Ferrara

Iniziamo subito col dire che la poesia di Philip Morre (eteronimo poetico del traduttore inglese John Francis Phillimore) è una poesia felice perché se ne avverte la varietà, l’ironia, la generosità, la ricchezza di sentimento. Non sempre la poesia riesce a trasferire tutto questo: la maggior parte delle volte è proprio la monotonia, l’austerità, l’avarizia (ermetica), l’obbedienza alla pesantezza quello che resta a chi legge o ascolta poesia.
Questo finisce per impaludare, costringere (e restringere) qualunque presentazione poetica riducendola a un rituale mesto, fintamente lirico e sentimentale. Con John/Philip, sia nella lettura sia nella presentazione dei suoi testi, questo non accade e la felicità alla fine prevale su tutto.
Intendiamoci Morre, da buon poeta quale è, tocca le grandi questioni ma le insaporisce, addolcendole o inasprendole, di volta in volta, con le piccole questioni, cosicché la scala delle domande viene percorsa interamente passando da interrogativi di memoria salingeriana («[…] dove vanno le anatre quando il lago gela?» Gli ippopotami mangiano banane?) a quelli più propriamente classici (Dove risiede l’anima? Il sangue è una marea?).
Come dice il poeta Patrick McGuinness, amico di John/Philip e prefatore di questa raccolta (Philip Morre, Istantanea di ippopotamo con banane, nella lineare eleganza di carta e segno dell’edizioni di Andrea Cati), la poesia di Morre «è cosmopolita e allo stesso tempo tipicamente profondamente inglese. […] Queste poesie, sull’invecchiamento, la malattia, la solitudine […] l’affievolirsi degli appetiti […] sono esplorazioni accuratamente modulate di ciò che è piccolo, comune, di ciò che passa e che è passato».
La capacità di espandere l’esperienza nel tempo (indietro e avanti) e agli altri («soli insieme a noi»), credo, che sia una peculiarità del fare poetico di Morre. Un esempio su tutti per intenderci:

Pastorale (p. 27)

Visto che il gregge ha occupato la strada
tu spegni il motore e accendi una sigaretta,
abbassi scrupolosamente il finestrino
e la fai penzolare all’esterno come
per ficcarla nell’occhio del montone capobranco.

Abbiamo un traghetto da prendere,
eppure sembri indifferente, forse ti gusti
il piccolo brivido di spingere al massimo
le quattro miglia che costeggiano la baia
e giù fino all’abbraccio quasi circolare
del litorale del porto. 

Così restiamo seduti, lo sguardo perso nella foschia,
mentre la marea lanosa si frange coi suoi belati
a destra e sinistra della Saab e il tempo si adatta
all’andatura lenta del pastore che noncurante
sfila dietro la prua del suo naso
come un principe che nobilmente ignori un neo.

Questa apparente quiete istantanea (quasi dormiente: non si contano le pecore per questo?) è il presagio di un ritardo che qui viene… anticipato. E dunque viviamo ora e qui il piacere di un brivido che non ci sarebbe senza questo istante e che non potrà essere provato se la sigaretta venisse fumata in fretta e se il tempo non venisse rallentato da un pastore-Mosé che governa indifferente la sua marea lanosa.
Si noti l’ambiguità (l’ombra) perfettamente calibrata fra il movimento e l’atto, fra ciò che passa nella testa e quello che si vede: la gamma delle emozioni è così amplificata e rilanciata da piccoli, sapienti gesti reali (spegnere il motore, accendere una sigaretta, abbassare il finestrino…) e da altrettanti ipotesi ideali (dissimulata indifferenza, l’inevitabile accelerazione, l’intreccio ansiogeno con il tempo…) e dunque siamo contemporaneamente fermi nella Saab ma anche agitati dalle prossime curve dei tornanti fino al porto, siamo cullati nell’abitacolo della macchina e sbattuti tra le onde (di lana? di mare?).
Tra queste espansioni e dislocazioni di sentimenti ed emozioni nella poesia di Morre si avverte poi la marea (il sangue!) classica, quella che segna «il paese della mente», quel paese che, come ci ricorda ancora Patrick McGuiness «solo gli espatriati ricordano perché resta fissato al momento in cui l’hanno lasciato».
John Francis Phillimore è nato a Londra ma ha vissuto per gran parte della sua vita in Italia, da ultimo a Venezia, dove per dieci anni ha tenuto una libreria di libri usati nel Ghetto. Ora nella sua poesia le coste e i contorni di questo paese mentale acquisiscono sonorità, colori e immagini tipicamente mediterranee e molto riconoscibili per noi italiani a cominciare dai suoi “tradimenti” (le mistranslations) da Callimaco, fino ai pamphlet su Fra Angelico e alle tante poesie che lo stesso poeta definisce “intraducibili”. Proprio nella sua nota d’autore John/Philip confessa: «[…] questa voluta imprecisione delle mie versioni inglesi è il pretesto per la loro traduzione in una terza lingua».
Una confessione che rende ancora più apprezzabile il lavoro di traduzione fatto da Giorgia Sensi che ha curato la magnifica resa in questa “terza lingua” di Istantanee di ippopotamo con banane.

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