Michele Paoletti, Foglie altrove (rec. di Fabrizio Bregoli)

Michele Paoletti, Foglie altrove
Arcipelago itaca, 2020

Confrontarsi con la poesia di Michele Paoletti, anche e soprattutto per chi conosce l’autore fin dal suo primo lavoro, dalle origini quindi della sua scrittura, non smette mai di generare sorprese e offrire elementi prima inediti, grazie alla capacità di rinnovamento che questa scrittura è in grado di praticare, in un percorso indiscutibile di crescita e maturazione che punta sempre più a un’essenzialità espressiva, e dunque a una condensazione semantica, che non soccombe mai a un eccesso di minimalismo.
Come ben rilevato da Maria Grazia Calandrone nella prefazione all’opera, l’elemento della natura, del paesaggio, degli oggetti (“gli strumenti umani” per dirla con Sereni) che scandiscono il passaggio delle vite è uno degli elementi principali che domina il lavoro (e non è nuovo alla poesia di Paoletti) fin dal titolo, con quel riferimento alle “foglie” per antonomasia metafora della fragilità dell’uomo, qui combinate con il senso dell’”altrove”, ossia l’ambizione al suo superamento in uno stato al di fuori del tempo e dello spazio comunemente intesi, in cui le vite sopravvivono e assumono la sembianza di nuova “luce” (parola chiave che ricorre molte volte nei testi) contrapposta a “ombra” e “buio”. Come recita l’esergo di Bonnefoy, posto a inizio del libro, Paoletti ci propone con la sua poesia, tutta concreta e con un uso estremamente parsimonioso di metafore e di altre figure retoriche, un viaggio “au-delà du temps” dove tuttavia “le jour se lève”, ossia rimane una traccia di quelle vite capace di rinnovarsi e di rinascere, di continuarsi: è qui che si svolge la sua ricerca poetica “per trattenere sillabe di luce”, ancorarsi a “un punto esatto che non cede”. Il “sentimento del tempo” come agone in cui si confrontano le vite è dunque il quadro di riferimento in cui la poesia di Paoletti cerca e sviluppa – credibilmente – la sua cifra personale.
Se da un lato è evidente come tema la contrapposizione (tutta squisitamente classica: si pensi al Catullo del Carme V, «Soles occidere et redire possunt») fra il tempo lineare della natura, esemplificato dalla resistenza strenua degli alberi («Sono vivi i rami, le foglie/ ripetono ogni giorno/ il gesto di fiorire. Un miracolo/ muto, inaccessibile») e il tempo lineare degli uomini votati invece alla cancellazione di sé, alla irripetibilità dell’esistenza («Stiamo alla catena dei giorni/ senza peso»), questo tema si arricchisce, da un lato, della consapevolezza della importanza del ricordo come viatico o lanterna, alla maniera di Diogene, che possa illuminare la strada e farci riconoscere come uomini (tra gli uomini) e, dall’altro, con l’idea del testimone che si passa di vita in vita, di padre in figlio, come testimonianza di un permanere che va aldilà del singolo, ci fa comunità dei vivi, “coro” che “si spande”. C’è una fiducia nel futuro che non viene mai meno nelle parole di Paoletti, nonostante il dolore che affligge inesorabilmente la quotidianità delle nostre esistenze, nonostante le perdite che siamo costretti a subire, perché è necessario (e la poesia può aiutarci in questo) ritrovare «qualcosa/ da cui ripartire. Appendere al chiodo dei giorni/ un fascio di fogli più chiari», applicarsi nel cercare «di dare all’amore/ la forma di una roccia/ ferma nello stupore che hanno le cose/ quando scoprono di non essere vive», misurare la distanza con la consapevolezza della sua incolmabilità e, al tempo stesso, della volontà irrinunciabile di provare a tendere la mano. L’uomo, come la rosa di cui si parla in una poesia, è “vita insaziabile che” chiede “vita ancora”, senz’altro “materia cruda” ma anche e insieme “culla di germogli”.
L’altro elemento cruciale che si rileva dalla lettura dell’opera è il tema dell’infanzia, quella dimensione della nostra esistenza che, come giustamente fece notare Rilke nella sua Lettera a un giovane poeta, è uno scrigno di memorie, di esperienze, di vissuto capaci di generare un’ispirazione potenzialmente inesauribile; giorni della nostra vita che sedimentano nella nostra interiorità per riproporsi, tanto più quanto sono inattesi, con la capacità di fare luce sul senso delle nostre vite. Sono quei giorni di cui si può dire che «esisteva soltanto la luce in quei cortili», la “promessa” di un futuro capace di offrirsi e di lasciarsi cogliere. E se ogni promessa ha insito in sé il seme del fallimento (Falliremo anche noi), tuttavia occorre il coraggio di poterla pronunciare e si saprà riconoscere come mantenuta: «basta tendere l’orecchio/ e sentirai un’eco orizzontale.» E la nostra infanzia ha la possibilità di ripetersi in noi con il tramite del dono della paternità in cui, grazie «alla fuga del sangue dentro altro sangue», avviene «la meraviglia di un giorno puro». In quella nuova vita che nasce scopriamo che anche la nostra vita ha in sé il germe del rinnovamento, dell’oltre.
L’ultima sezione del libro, Seme che sorge, dedicata alla nascita del secondo figlio dell’autore, è indubbiamente la più intensa e riuscita, da sola in grado di dare prova della grande perizia tecnica, della maestria nel coinvolgimento emotivo del lettore di cui l’ottima scrittura di Paoletti è capace. Paoletti sa esprimere tutta la tenerezza di un padre per il figlio appena nato, senza cadere nel sentimentalismo, con una sobrietà che sa dare forma adeguata a tutta la profondità dell’amore, alla sua semplicità, alla sua necessità di “specie” («dall’interno della specie» come dice Maria Grazia Calandrone nella prefazione al libro). Ogni singolo testo di questa sezione è in grado di costruire in intensità un climax crescente che dà forza alla struttura poematica che la sottende, contribuendo a renderla coesa e convincente. La verità e l’autobiografismo riescono a uscire dalla sfera privata dell’io che scrive e diventano patrimonio di tutti, sentimenti universali in cui ciascuno ha facoltà di riconoscersi: e questo è ciò che avviene solo con la poesia autentica. Credere nella vita, in ogni nuova vita che si affaccia, che sappiamo nostra, “amore” e “gioia che frana intorno”, significa «fidarsi della piena,/ della saggezza limpida dell’acqua», quasi un ricongiungimento alla nostra ἀρχή, in quello stadio originario dove la “lingua” ancora non può accadere, è solo in potenza, gestualità pura (il «pugno che scattava intorno al dito»), eppure contiene in sé “tutte le voci del mondo”, il seme di ogni conoscenza; in quello stadio in cui senza sapere nulla, già si conosce “per intero” tutto ciò che serve, che conta davvero.
Così di padre in figlio la vita si tramanda, inaccessibile nel suo mistero, indispensabile nella sua bellezza. «E nella tua voce questo corso si spande,/una luce che non dice dove andare/ ma benedice il nostro stare fermi/ nel tempo a braccia tese/ a chiedere ancora». E a noi non resta, come lettori, se non ringraziare Michele Paoletti per avercene dato una prova poetica così alta.

© Fabrizio Bregoli

 

Nessun albero qui
soltanto verde d’erba
e un filo di nebbia che non sa
dove aggrapparsi.
In fondo una casa mi saluta
con una mano bianca
d’intonaco bagnato.
Sono vivi i rami, le foglie
ripetono ogni giorno
il gesto di fiorire. Un miracolo
muto, inaccessibile.

 

Ci credi quando dico
che le parole avevano un odore
anche se non le capivo anche se
restavano appese, capovolte.
La lingua era quella della nuca
poggiata nel cavo della mano,
del pugno che scattava intorno al dito.
Non sapevi nulla e già mi conoscevi
per intero.

 

Promessa

I.

Ti ho portato al mare
per ricucire una promessa
la spola delle onde contro
            la scogliera chiara, l’estate
            che scottava la mia pelle bambina.
Qui si torna all’origine
nel buio rivoltato della terra,
i nomi sono suoni tra la schiuma
    l’infanzia scivola tra l’intreccio delle mani
precipita nell’acqua, senza traccia.

II.

Tu sei la traccia, il contorno
di una gioia ripetuta,
l’onda incessante sulla stessa pietra.
  Quell’onda smemorata, buia onda
            che raccoglie la luce e la sparpaglia.

III.

Pochi bambini sulla spiaggia,
gabbiani randagi che rivoltano le alghe
come se cercassero un ricordo.
Tutto è cambiato,
non c’è neppure il palo per le biciclette.
    Anche le pietre non sono più le stesse
spaccate da un taglio verticale
mostrano la polpa polverosa,
il fallimento del tempo e delle cose.

IV.

Falliremo anche noi ma per adesso
tieni stretta questa promessa d’acqua.
Il mare sa dove tornano le cose,
conosce il linguaggio delle rocce.
  Tutte le voci sott’acqua si assomigliano
non serve un esercizio di fiducia
basta tendere l’orecchio
e sentirai un’eco orizzontale.
Tutti i nomi. Promesse mantenute.

 

Ho sciolto un po’ di sangue dentro il tuo
e sentivo risuonare la voce di Domenica
mentre rammendava le calze
con l’orecchio teso oltre la porta,
le dita di Graziano affaccendate,
Margherita dai capelli intrecciati,
padri vedove madri figli di secondo letto,
Anita e Luigi e Margherita ancora.
Poi nomi conosciuti solo dalla pietra
e dalle strade livide di una città di mare
nomi pronunciati da altri nomi,
affogati nel grigio delle foto.
Ti affido anche il nome di mio padre
perché non riesco a pronunciarlo
senza sentire tutto il mare addosso.
E nella tua voce questo coro si spande,
una luce che non dice dove andare
ma benedice il nostro stare fermi
nel tempo a braccia tese
a chiederne ancora.

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