Thanassis Hatzopoulos, Più di tutti, i poeti distruggono la lingua (trad. di Chiara Catapano)

Più di tutti, i poeti distruggono la lingua

di Thanassis Hatzopoulos
traduzione di Chiara Catapano

È talmente noto, famoso il confino, l’esclusione dei poeti dallo stato platonico, da non sfuggire all’orizzonte conoscitivo dei censori sotto le dittature, i quali si sono pronunciati sul tema del ruolo dei poeti, argomentandone come segue la sconvolgente posizione: «I letterati devono [rispetto] alle desinenze delle parole e all’aumento nei verbi al passato. Più di tutti, i poeti distruggono la lingua. Platone, come è notorio, li aveva esclusi dal suo stato.»[1] Trovandosi così il poeta investito d’una carica d’eccezione, che nella situazione sopracitata rappresenta un riconoscimento al merito, bisogna forse venga espulso non solo dalla comunità, ma ricacciato fin dentro l’inferno. Per allontanare i catastrofici effetti dell’influenza linguistica dei poeti che non rispettano le regole, ai censori è richiesto quel genere di controllo che rimette le cose al loro posto, affinché le coniugazioni dei verbi non abbiano a soffrirne. La grammatica può prendere il posto dei tutori che gli ortopedici adottano per sostenere una parte del corpo allorquando il sistema muscolare non se la cavi bene con la forza di gravità. Certamente in questa condizione, come nel caso del politicamente corretto ai nostri giorni, il tutore lavora a favore dell’asfissia, se non addirittura dello strangolamento, dell’espressione. Ed ecco che le stesse norme che regolamentano un sistema vengono adoperate al fine di dissolverlo, grazie ad una ben programmata fin da principio e meccanica liturgia. E che i poeti, rinnovatori della lingua comune usurata dall’uso continuo, debbano essere allontanati per lasciare infine l’opera della catastrofe al tempo, alla staticità, alla ripetizione mortifera.

Proseguono incontenibili i Grandi Fratelli della lingua: «Il Governo Nazionale, allo scopo di arrestare il subdolo avvelenamento dell’anima nazionale, necessita d’imporre la censura nei libri. Perciò, vista la probabilità di trovare parole di senso ambiguo o non immediatamente comprensibili o non entro il limite e il significato del delineato spirito della cultura greco-cristiana secondo la Rivoluzione Nazionale, esige la presenza dello scrittore al fine di discutere con le autorità competenti i passaggi o le parole controverse, e di apportare le debite modifiche oppure di dimostrare, facendo ricorso presso il grado immediatamente più alto nella gerarchia oppure se necessario a quello immediatamente a questo più alto o se necessario al comando generale, l’innocenza delle proprie intenzioni.»[2] Credo così sia più chiaro lo scopo del censore, che ad altro non punta se non al significato. «Vista la probabilità che ci siano parole di senso ambiguo o non immediatamente comprensibili» è scritto nel passaggio, e ci si stupisce di non assistere all’abrogazione delle parole stesse. Ma avrebbero dovuto denudare la lingua convertendola in una terra desolata, che poi è ciò a cui puntano. Perché è difficile imbattersi in parole che non funzionino nel doppio senso o nell’ambiguità, o in altre che risultino immediatamente chiare. Di certo l’univocità del senso, come ci informano in modo da toglierci ogni dubbio, altro non è che il limite e il significato «del delineato spirito della cultura greco-cristiana secondo la Rivoluzione Nazionale». Può suonare ridicolo oggi, ma questa guida ideologica della lingua e del pensiero è in sostanza l’imperativo di ogni regime dittatoriale. Palese o nascosto, implicito o esplicito. Ma pure di chi voglia lavorare in sintonia con questi principi, palesemente o di nascosto, implicitamente o esplicitamente. Il politicamente corretto, come ogni genere di correttezza, di ortodossia, può potenzialmente agire anch’esso in modo simile. Il significato univoco è la bandiera, la polisemia il nemico. Obbiettivo, la totale anchilosi della parola, e dunque della lingua stessa.

L’attitudine della poesia è quella di una rivoluzione permanente nel campo della lingua e del significato, nel tentativo di una significazione ricorrente di ciò che si trova oltre il senso o i suoi confini. Una battaglia ai margini della lingua, una lotta di confine con la materia del cosmo, con ciò che ancora non ha nome e non è racchiuso nel rapporto tra parola e valore. Certo il significato potrà non essere “immediatamente comprensibile” oppure i passaggi pullulare di equivocità; e oltre questo segno eccoci nei focolari creativi della poesia, quelli che procurano il mal di testa ai filologi e a quanti chiedano nutrimento premasticato in parole premasticate. A quanti allo stesso modo invochino significati diretti; a quanti ignorano la ricchezza del sottosuolo e chiedono una superficiale rassicurazione. Sono quelli che si lagnano e tramano contro ogni oscurità, del senso o dello stile, che consenta margini a prospettive ambigue. La densità infastidisce, così come ogni genere di allusione. La parola poetica, che si condensa nel nome della metafora, li infuria. Loro stessi desidererebbero procedere in modo censorio se solo gliene venisse offerta l’opportunità e, in poche parole, così agiscono quando giudicano. Ci troviamo qui dalla parte di quanti vogliono limitare il linguaggio – e la lingua da cui questo germoglia senza confini – nelle loro ristrette misure, nel loro cosmo senza orizzonte. Come per le piante potate in forme geometriche dai giardinieri d’Occidente. Sono gli stessi che “sanno” come si debba scrivere poesia e non vedono oltre il loro naso. E sono sempre gli stessi che credono di sapere come la si insegna, assieme a quanti suppongono di farsela insegnare, nei famosi laboratori di scrittura. Che meglio farebbero a chiamarsi laboratori di lettura “creativa”, e ciò sarebbe sufficiente.

Di certo, al pari dei censori, agiscono a favore della distruzione della lingua, privandola dell’ossigeno. Perché l’opera congiunta di poesia e lingua trova compimento sulle vette ove l’ossigeno si espande, nelle profondità dove l’ossigeno impingua l’acqua, verso i limiti dove la poesia lotta corpo a corpo con la pietra. Recalcati, da un altro punto d’osservazione ricapitola ciò che è evidente, ovvero il rapporto tra Codice e linguaggio, come segue: «Il Codice della lingua determina le leggi cui la parola è assoggettata, ma l’esercizio della parola – il suo evento singolare – deborda sempre da quel Codice. Accade in modo esemplare nella poesia, dove l’atto singolare della parola stravolge la dimensione del Codice sovvertendone il fondamento. Per questa ragione Paul Celan definiva la parola poetica come una catastrofe del linguaggio[3] Qui certamente la poesia come “catastrofe del linguaggio” si posiziona agli antipodi della distruttività per come la intendevano i censori. La catastrofe ha qui come obbiettivo la ricostituzione e lo sviluppo del senso, il lato duro dei significati come li porta alla luce dalla pietra lo scultore. Si tratta di una catastrofe creativa. Per questo Paul Celan è stato un poeta estremo. Ha scritto poesia spingendosi fino alle frontiere della lingua e della vita, cosa che l’ha messo in pericolo – perché ne beneficiassimo noi – di perdersi, e si perse. Lavorò in parte come il bimbo che smonta un giocattolo per vedere cosa vi si nasconda all’interno. E comunque i frammenti che ha portato alla luce hanno forgiato una perfetta vetta poetica, con cocci potenzialmente presenti dentro ognuno di noi. L’integralismo della censura incontra qui l’integralismo della catastrofe. Solo che le conseguenze della seconda aprono i significati come le compagnie dei lavori pubblici i tunnel nelle montagne. Celan non abbrevia i percorsi. Indica un altro approccio alla profondità della pietra.

Questo traboccare dal Codice è la poesia. Questo straripamento è in nuce il funzionamento della poesia, ove anch’essa si trovi in stretto rapporto con il Codice. La rottura degli schemi, mentre determina, è in pari misura determinata da questi limiti. È parte di loro. Il Codice, e così la sua trasgressione, rappresenta di nuovo la cornice, che significa evasione dalla stessa. La poesia nasce dalle regole COME dalle eccezioni della lingua. Costituisce una messe raccolta da entrambe le parti, con scopo l’esplorazione di nuove terre. Semplicemente, come scrive ancora Recalcati: «la parola non può essere mai del tutto contenuta nel Codice; essa sguscia, esorbita, eccede la dimensione universale (pre-stabilita) del linguaggio. Non c’è infatti Codice che possa ospitare o anticipare la traiettoria imprevedibile della parola».[4] In sostanza le traiettorie della parola si ricreano all’interno delle nuove interpretazioni da parte dei poeti: sono loro gli ultimi esploratori dell’umano. E in questa esplorazione si cela l’imprevisto. Si tratta del modo in cui la parola arricchisce il Codice e lo spinge all’estremo, lo incita ad un certo punto a superare il baratro, facendolo diventare parte di sé; fosse pure una regione dalla natura selvaggia, una sorta d’Amazzonia dell’epoca moderna. Quanto è rimasto prima della spogliazione. Allo stesso tempo compreso nel Codice, ma infine fuori delle regole. Così l’eccezione agisce poeticamente, lo straordinario s’innalza sopra la regola. È il luogo della poesia. Conferma la regola poiché da lì è scaturita, ma facendolo una volta dall’interno, un’altra dall’esterno. Il superamento, o diciamo la distruzione del confine, permette alla lingua di colonizzare territori che, senza la poesia, si troverebbero al di là dalla sua giurisdizione. La parola colonizza una nuova deserta Patagonia.

 

 

L’articolo è apparso sulla rivista «Chartis», n. 23, Novembre 2020 (qui l’articolo originale)


 

[1] Comando Generale delle Forze Armate: lingua nazionale. (Dal quotidiano «I Kathemerinì», 22.7.2018, articolo di Maria Rota, L’edizione dei Diciotto testi, una raccolta di diciotto autori, uscita nel 1970, in risposta alle censure imposte dalla dittatura in Grecia.
[2] Ibidem.
[3] Massimo Recalcati, Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato, Feltrinelli, 2017. (Per l’edizione greca: Kèleythos, 2019).
[4] Ibidem.


Thanassis Hatzopoulos è poeta e traduttore, psichiatra infantile e psicanalista, membro della Société de Psychanalyse Freudienne (Parigi) e della International Winnicott Association (San Paolo). Sedici libri di poesia (1986-2016) di cui diversi tradotti in Francia, Spagna, Italia. È stato insignito del Premio Poesia dell’Accademia di Atene (fondazione Petros Charis, 2013) per la sua opera letteraria. Nominato dalla Repubblica di Francia Cavaliere delle Lettere e delle Arti (2014). Ha pubblicato inoltre: Una scatoletta di legno (racconto, 2014), I dimenticati (due novelle, 2014), Presente storico (2020). Ha tradotto dal francese scrittori, poeti e pensatori (dodici libri), e psicanalisti inglesi (quattro libri di D. W. Winnicott). Dirige e cura presso le edizioni Gabriilìdis (Atene) la collana Scritti di Psicanalisi (ad oggi quindici libri). In Italia, per i tipi di Besa, è stato pubblicato il volume Il morto consanguineo. 


Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975, studia filologia bizantina all’Università degli studi di Trieste e all’Università di Creta. Poetessa e traduttrice, ha collaborato e collabora con riviste italiane e internazionali, tra cui: «Il Mangiaparole» (Roma); «TraduzioneTradizione» (Rivista internazionale, con sede a Milano); «L’ombra delle parole» (Roma). Suoi articoli sono apparsi in diverse online e cartacee. Ha curato, assieme al prof. Andrea Aveto, la riedizione dei Discorsi militari di Giovanni Boine, per il centenario della I Guerra Mondiale (Fondazione Museo Storico del Trentino, 2017). Di recente pubblicazione una selezione dalla raccolta Alimono, con prefazione di John Taylor, per Chelsea Editions (New York): How the Trojan War Ended I Don’t Remember. An anthology of Italian Poets in the Twenty-First Century, 2019. Con l’Associazione Culturale Thauma ha pubblicato La fame, 2011 e La graziosa vita, 2013. Nel 2015 Rec Movie produce il corto poetico Alimono, dalla raccolta omonima, con Iula Marzulli e Gaetano Fidanza. Collabora con il Festival della poesia e della letteratura di Duino.

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