“La scrittura non si insegna”. Giulia Bocchio dialoga con Vanni Santoni

Vanni Santoni, La scrittura non si insegna
Minimum Fax, 2020

 

Nel suo brillante saggio La scrittura non si insegna, edito da Minimum Fax, Vanni Santoni è categorico: bisogna leggere. E molto. E, in secondo luogo, non cedere alla pigrizia e alla vanità.
In altre parole, ben venga l’indole artistica, la voglia di diventare scrittori, purché non si diventi artisti accidiosi. Perché l’accidia, in arte, non paga.
Il lettore, o l’aspirante autore, non si spaventi se non conosce tutti i testi che Santoni ha indicato nella sua dieta: c’è tempo, modo e spazio per tutti.
Certo niente è universale, mai; «avrà avuto anche le doti di un grande pittore, ma gli è mancata la volontà di diventarlo» disse Zola di Cézanne; di Lolita venne fuori un resoconto di lettura altrettanto indicativo: «dovrebbe essere raccontato a uno psicoanalista. Raccomando di seppellirlo per mille anni».
Ma l’arte, la scrittura, la poesia per fortuna non sono una scienza esatta. E ci sono cose che non si insegnano, come il sogno, la passione e la personalità. Ma si può insegnare a vedere le cose da un punto di vista diverso, ci si deve formare per potersi tras-formare nell’idea e nel libro che abbiamo nella mente. E Vanni Santoni, prova a spiegarci come. (Giulia Bocchio)

 

Vanni, bentrovato. Il tuo saggio La scrittura non si insegna è uno scritto corsaro sull’applicazione più che sulla tecnica in sé del saper scrivere. Affronti l’argomento senza fronzoli, in maniera diretta: ma personalità e sogno dove si collocano?

Occupano tutto lo spazio fuori da ciò che è la lettura e l’impegno. Quindi uno spazio enorme, come la materia oscura nell’universo. La letteratura del resto è arte, mica artigianato.
Solo che per mettere a valore personalità e sogno (e anima, e visione) servono tante, tantissime letture, e tanto, tantissimo impegno. Il talento non è così raro: quello che fa la differenza è il duro lavoro. Il resto sono miti romantici che è meglio sfatare, anzitutto per risparmiar dentate agl’ingenui. 

A questo proposito, a ogni aspirante scrittore, prescrivi letteralmente una dieta, ovverosia leggere prima di tutto, leggere però una serie di libri che spaziano dai classici sino ai voli pindarici di Pynchon. Quanto ha influito il tuo gusto personale nella stesura di questi titoli?

Poco. I libri che consiglio nelle già famigerate “liste” di La scrittura non si insegna sono per lo più selezionati in base a quelli che ho constatato avere il maggior potenziale didattico. In particolare, oltre ai picchi raggiunti dall’arte del romanzo nell’Ottocento e negli anni del Modernismo, che non possono non essere conosciuti perché influenzano chi scrive anche oggi, anche se non li ha letti, prediligo quei libri enormi, magari imperfetti, ma che hanno un potenziale potremmo dire psichedelico sulla mente dell’aspirante scrittore, la cui “coscienza letteraria” è indispensabile espandere. 

La maggior parte degli autori presenti nella dieta sono tutti molto diversi fra loro.

L’obiettivo della mia “dieta” è offrire una sorta di shock therapy, formare uno scrittore facendolo leggere ininterrottamente libri di grande impatto per magari duo e tre anni, ma senza chiedergli di prendersi una laurea magistrale in lettere e un dottorato in comparatistica: per questo spazio molto tra le epoche, i formati e i generi.

In scrittura l’essere riconoscibili è una caratteristica fondamentale. Poniamo il caso che ogni aspirante scrittore legga il tuo saggio e segua alla lettera ogni consiglio che tu prescrivi. Il rischio non è di vedere pubblicati qua e là autori tutti simili fra loro, senza una vera voce? Tutti legati allo stesso tipo di impostazione della prosa, tutti scrittori che hanno asciugato e tagliato le parti più discutibili in termini di editing ecc.?

Se un aspirante scrittore leggerà davvero tutti i libri che suggerisco, svilupperà ineludibilmente la propria voce. I libri fatti con lo stampino corrispondono a quelli scritti da autori che hanno letto ancora troppo poco, o male. Chi teme l’influenza in realtà cerca scuse per la sua pigrizia e la sua scarsa motivazione. 

Quanto è importante per un aspirante scrittore “sposare” un genere? O non rappresentarne nessuno?

Non credo nella distinzione manichea tra i generi. L’unica cosa che conta è la qualità del testo. 

Altro punto focale, fra le pagine del tuo saggio, è il ruolo non scontato delle riviste letterarie come fucina di nuove penne. Ma le riviste sono ormai moltissime e il rischio non è quello di avere un numero elevatissimo di recensori, piuttosto che di romanzieri?

Non tutte le riviste pubblicano solo recensioni, ce ne sono che pubblicano racconti, poesie o longform narrativi. Il punto dietro all’utilità di far parte di una rivista non riguarda tuttavia molto i singoli contenuti di ciascuna, quanto la possibilità di far parte di una “società letteraria”: di confrontarsi con i pari sui testi, oltre che con un primo filtro editoriale. Infatti ancor meglio che unirsi a una rivista è fondarne una. 

Creare contatti e legami con altri autori o aspiranti tali, anche a distanza, grazie al web, è la nuova veste del Caffè Letterario del passato?

Non c’è dubbio, ma così come le riviste esistevano anche un tempo, tengo in gran conto anche i caffè letterari del presente. Non quelli farlocchi, che magari mettono pure la scritta CAFFÈ LETTERARIO sull’insegna: i veri bar, magari belli degradati, in cui ancora si ritrovano gli scrittori (e in cui infatti ancora vado a scrivere). 

“Loro sono milioni a scrivere, io sono uno a leggere”. In quale direzione va l’editoria oggi?

Non sono di quelli che si lamentano del fatto che molti, oggi, vogliano scrivere. Mi pare, anzi, positivo: se anche solo una frazione di queste persone intendono farlo seriamente, dovranno leggere molto.
Detto ciò, l’editoria oggi è un po’ vittima del meccanismo distributivo, che impone molte uscite e molte novità, con un “turn-over” ossessivo dei libri sugli scaffali. Il che, accorciando la vita dei libri, ne spinge molti verso un oblio anticipato e magari immeritato; iniziative come le “Classifiche di Qualità” dell’«Indiscreto», o i recuperi editoriali di libri fuori catalogo cercano, in modo diverso, di compensare tale stortura.

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