Vincenzo Luciani, Vanzature/Avanzi (rec. di Patrizia Sardisco)

Seguendo un odore di alloro e di mare.
Su Vanzature /Avanzi di Vincenzo Luciani.
di Patrizia Sardisco

Nulla di cui stupirsi, dato il titolo, né peraltro di disdicevole, se quelli che si leggono in Vanzature/Avanzi, il libro che Vincenzo Luciani ha pubblicato per Cofine nell’aprile del 2020, fossero i testi per qualche ragione espunti durante la compilazione di altre raccolte, poesie e pensieri residuali o avvertiti come estranei a quanto si andava componendo, e qui infine riuniti e presentati al lettore: non lo so, in effetti, ma dal mio non sapere non esito nell’affermare che sarebbe un errore, e dei più grossolani, leggere questa raccolta lasciandosi precedere dall’idea che ci si trovi al cospetto di un disomogeneo repêchage, perché se ne sminuirebbero (se non addirittura smarrirebbero) le motivazioni forti, le ragioni di poetica e il filo di nostalgia, i moniti come nodi e la memoria come collante, che cuciono e tengono insieme le pagine e consegnano a chi legge legami e legati, “senza imbrogliare/carte, cose, persone”: ancora e sempre vivi nomi, terra, voci.
Voci che sono echi lontani, voci distanti, perse per sempre o solo momentaneamente scollegate, voci che intrecciano lingue e dialetti, voci come vento nelle stanze, dai balconi, tra le vie bianche di Ischitella o di Rodi Garganico, tra pergole e cascate fiorite e persiane accostate come mani antiche, in preghiera.
Terra «di vento e nuvole», di vento «straccia pezzente», di bora, di vento «terrano», terra «vestita di verde/a primavera coperta di grano», «pianura assetata», terra «sorgiva dell’infanzia», terra che odora «di alloro e di mare».
E nomi: cari, di chi va e tuttavia resta, vivo, nella poesia.
Legati dal bilinguismo, legato di un bilinguismo che è sostanza, prima ancora che forma, in questo libro – leggero: ché levità è nel tratto di Luciani, il verso è solare e l’ironia non punge e non è amara, non più di quanto occorra a dire vero il vero – gli avanzi, le vanzature, non sono fondiglio ma “prelibatezza”, resistente sopravvivenza alla dissipazione che è in agguato in ogni mutamento, resistenza allo “sporco lavoro” della morte e alla dimenticanza che cancella per dispersione e talora perfino per soverchio accumulo.
Certo, lo sappiamo, Lavoisier non approverebbe. Nella sua formulazione di quella che probabilmente è la più famosa tra le leggi della fisica classica, in ogni trasformazione nulla si crea e nulla si distrugge: ma tale pacificata conservazione di masse e di energia vale nell’universo chiuso della materia inerte.  Nella vita a ancor più nella poesia, che della vita è voce acuta, Luciani ci avverte che “poco si crea e molto si disperde”. I poeti lo sanno, lucidamente scrivono “senza sapere/se qualcheduno se ne accorgerà”: e tuttavia scrivono, profondamente sanno che voci, terra e nomi potranno continuare a vivere condensandosi in simboli, che ogni cosa muta ma resiste se “vive nella poesia” e che dalla poesia i nomi, la terra e le voci ancora e di nuovo parleranno. Le orme del nonno, il biancore di Rodi all’improvviso apparso una notte al palesarsi della luna, il sapore di una spiga, un sorriso che apriva e chiudeva il cielo.
Sereni, ne Gli strumenti umani, lo sapeva bene: «I morti non è quel che di giorno/in giorno va sprecato, ma quelle/toppe d’inesistenza, calce o cenere/pronte a farsi movimento e luce». E anche Vincenzo Luciani lo sa: e vivi nella sua poesia, i morti, i luoghi, le voci, non andranno “sprecati”, destinati alla polvere. Sono qui. E a colmare quelle «toppe d’inesistenza», in ciò che passando oltre e nell’oltrepassare avanza, «seguendo un odore/di alloro e di mare», ancora, parleranno.

©Patrizia Sardisco

 

Vanzature

Quidde ch’aveva dice
te lu so’ ditte.
Quidde che rumane
so’ sckitte vanzature.

Vote so’ i megghje cunte
i vanzature. Scine,
i vanzature.

AVANZI – Quel che avevo da dire/ te l’ho detto/ Quello che resta/ sono solo avanzi.// A volte sono il meglio/ gli avanzi. Sì./ Sì, gli avanzi.

 

Ascoltare prima di poetare

Ascoltare prima di poetare.
Immaginare.
E pazientare.

Zitto su una panchina il mare
non cessa se lo ascolti di parlare.

Mi trovo in un paese senza mare.

 

Manghe u latte

Nta nu tratture de lune
strascinijave i pide
papanonne. E ji
addrete, pede catapede
secutanne n’addore
de làvere e de mare
e via via appiccianne
na fratte de vucidde e
de vermelucente quanne
arruate a na vanne
accumparette a lune
e Rode
bbianghe, ma bbianghe
che manghe u latte.

NEPPURE IL LATTE – In un tratturo di luna/ trascinava i piedi/ mio nonno. E io/ dietro di lui passo dopo passo/ seguendo un odore/ di alloro e di mare/ e via via incendiando/ una fratta di uccelli e/ di lucciole quando/ arrivati ad un punto/ apparve la luna/ e Rodi/ bianco, ma così bianco/ che neppure il latte.

 

De vente e nùvele 

Ji de vente e de nùvele so’ fatte
accume a te Scketedde
che cagne facce a ’gni sciusce
che i nùvele cagne.
Nùvele a morre,
numunne, accume i prete
nu mare de prete
maje li stesse
prete e maje
li stesse nùvele.
Càgnene accume a mme
che maje m’affije
eppure stenghe
accume a tte
tu che de vente e nuvele m’hé fatte. 

DI VENTO E NUVOLE – Io di vento e di nuvole son fatto/ come te Ischitella/ che cambi aspetto a ogni soffio/ che le nuvole cambia./ Nuvole in massa/ tante, come le pietre/ un mare di pietre/ mai le stesse/ pietre e mai/ le stesse nuvole./ Cambiano come me/ che mai mi fermo/ eppure io sto/ come te/ tu che di vento e nuvole mi hai fatto. 

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