Riletti per voi #25: Alberto Bertoni, “Ho visto perdere Varenne”; (ri)letto da Renzo Favaron

Il momento della responsabilità e altri momenti.
Ho visto perdere Varenne di Alberto Bertoni (Manni)

di Renzo Favaron

 

È frequente che la musa di un poeta abbia a che fare con la malattia dell’anima e del soma. E subito il pensiero va all’esistenziale “male di vivere” montaliano. Più raro che la poetica di un autore sia espressa attraverso i tratti di una sintomatologia precisa e dalle manifestazioni perturbanti. È questo il caso di Ho visto perdere Varenne, dove la malattia di Alzheimer è fortemente in primo piano non solo perché ad essa è riservata una sezione del libro, ma anche e soprattutto perché ciò che gli è proprio si estende fino a caratterizzare i momenti e i passaggi attraverso cui si può concretare l’esistenza individuale. Dal punto di vista eziologico questa malattia ci pone di fronte a un essere che c’è e che non c’è, un essere in cui non è rara l’amnesia e poi, di conseguenza, una sequela intermittente di falsi riconoscimenti, attribuzioni nominali improprie e, in una fase avanzata, perdita della coscienza e capacità di giudizio. Al poeta spetta un compito non facile, cioè recuperare un senso da ciò che in apparenza non sembra averne. Operazione opposta a quella dell’ermetismo, dove si tendeva a nascondere il senso di una situazione anche estremamente scoperta ed esteriormente chiara.
Bertoni, attraverso questo libro, dimostra una modernità che si oggettiva a partire da una puntuale osservazione del magma esistenziale, cosa da cui deriva, dopo una congrua fase di distillazione, la scelta di un linguaggio che traduce la realtà con una sincerità disarmante, lasciando decisamente da parte il ricorso a giochi lessicali e a tutto ciò che potrebbe alterare/tradire, anche per comprensibile opportunismo, le inevitabili asprezze, le spigolosità e gli incidenti che sono imprescindibili in ogni esistenza considerata nella sua interezza. Ecco un esempio, tratto dalla sezione Di là, in cui un uomo si gode alla televisione «la bella partita». Non aspetta nessuno, ma ecco che sente «un colpo lieve alla porta». Apre e si trova davanti «una fascinosa di mezza età/ in top dorato e pantaloni in tinta». L’uomo la guarda e lei, dice: «Nessa». È la donna con cui era stato sposato quindici anni prima. Quando la donna se ne va, lui ne ha «avuto abbastanza della bella partita» e non riaccende la televisione. Qui, come in altri testi, è il deragliamento del corso consueto delle cose a costituire la scintilla che innesca il processo poetico, lo shock più o meno profondo, comunque qualcosa in cui l’anima è messa a nudo. Eppure è proprio una consapevole e accettata debolezza il punto forte di questa poesia in cui non si nasconde mai il proprio smarrimento e che, anzi, pone l’umana impotenza all’origine di un atteggiamento che non può essere altro che vicinanza e ascolto dell’incomprensibile, della natura delle cose irriducibili alle ordinarie e umanamente possibili categorie di senso. Non sfugge Bertoni di fronte a ciò che ha raggiunto un punto di non ritorno, ma se ne fa carico, ne porta lui stesso la croce e ce lo offre in versi tanto teneri quanto di una feroce durezza come In penombra: «bucando  dal suo male/ si affaccia ogni tanto mio padre/ dove dormo// Un passo ed è qui/ vicino al letto/ ne riconosco l’odore/ i gesti non a fuoco// Si piega sul mio sogno/ mi chiede in un sussurro/ se l’accompagno io, fra poco// Non ricorda chi sono/ – il cugino, un amico lontano/ ride nel volto».
C’è in Bertoni un’inclinazione a mostrarsi senza veli, così onesto da dichiarare non solo la sua passione per le corse di cavalli, ma anche per ciò riguardo a cui le corse potrebbero sembrare un pretesto, ovvero le scommesse. Bertoni ha cominciato a frequentare gli ippodromi da bambino (così dichiara nell’auto presentazione), affascinato dalle «sgambe dei cavalli, proprio nel momento preciso in cui la delicata e simmetrica meccanica del trotto… richiedeva il passaggio dal crescendo della dirittura al controllo calibrato ed elastico della curva». A posteriori, questa descrizione tecnica è altresì rivelatrice di un interesse che è divenuto nel tempo un motore che ha nello sguardo il più potente strumento di svezzamento: il ritmo in poesia non è subordinato solo all’andamento sonoro, ma deriva anche, come dice il poeta, da «un pensiero potenziato fino alla visione». Così nella sua poesia ci pare di ritrovare un clima che ha nella gara il suo momento più esaltante, un momento in cui lo stesso driver è solo un deuteragonista ed è il cavallo, in tutti i sensi, a restare impresso, a monopolizzare la scena. Uno su tutti: Varenne, baio oscuro, il trottatore non solo più ricco della storia ma, al pari di Bucefalo (ci riferiamo all’avvocato descritto da Franz Kafka in una breve prosa ambientata a Parigi),[1] anche e soprattutto simbolo di una passione in cui si intrecciano vita e scrittura. Ecco, allora, attuarsi una specie di rispecchiamento, un’immedesimazione attraverso la quale Bertoni si accorda alla «delicata e simmetrica meccanica del trotto» e se ne appropria, la sceglie come elemento ritmico che riunisce e lega, operazione altrimenti impossibile, l’Alzheimer e l’atmosfera degli ippodromi. Così dietro ogni verso non si può non cogliere questo lavoro di individuare una misura che non si esaurisca all’interno di un circuito esclusivamente poetico e letterario. In particolare, si nota una cura quasi maniacale nell’elaborazione di una personale prospettiva che ci viene offerta attraverso precisi scorci, dove ogni poesia non ammetterebbe una parola in più o in meno, non fosse che per quell’esigenza di senso a cui il poeta non si può sottrarre, come se ne dipendesse qualcosa che va al di là dello stesso esito poetico. Dunque, un’altra qualità di questo lavoro è la sua tenuta, risultato di quell’attenzione a creare la giusta miscela tra opzioni lessicali e temi che investono la sfera privata e quella civile, infilando versi che rimandano sempre a una presenza vigile e improsciugabile, cosa esemplarmente sintetizzata dalla seguente poesia: «Il giorno – anche se piove  –  non funziona// Vedo sosia/ per lo più di gente morta/ e provo a scambiare una parola/ lunga crepa per risposta/ che porta non so dove/ in una luce o per un’ombra/ quando chiedi il ragazzo chi lo salva/ sui gradini della stazione metro/ avvolto fra i cartoni e questo/ slargo gelo.»

[1] Il nuovo avvocato, racconto che apre Un medico di campagna (F. Kafka, Un medico di campagna. Traduzione di Rodolfo Paoli, Arnoldo Mondadori editore, 1981).

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