Riletti per voi #24: Edoardo Pisani, Aspettando Faber… Rileggere “Il petalo cremisi e il bianco”

Aspettando Faber… Rileggere Il petalo cremisi e il bianco
di Edoardo Pisani

«Attento.» Miss Sugar e George W. Hunt, invero William Rackham, camminano per le strade di Londra dopo una violenta tempesta, in direzione di un bordello. «Attento» dice Sugar, una prostituta, al suo accompagnatore, cioè watch your step, letteralmente bada a dove metti i piedi, riprendendo l’incipit del romanzo: «Attento. Tieni la testa a posto: ti servirà.» Questa parola, o meglio queste parole, watch your step, attento, faranno innamorare William Rackham, futura guida delle Profumerie Rackham e coprotagonista, insieme a Sugar, de Il petalo cremisi e il bianco. Sugar lascerà il bordello, trasferendosi in una stanza privata e facendosi mantenere da William, fino a diventare istitutrice (lei, una puttana!) di sua figlia, la piccola Sophie.
Michel Faber pubblica Il petalo cremisi e il bianco nel 2002, a quattro anni dal suo esordio, una raccolta di racconti, La pioggia deve cadere. Il libro ci prende per mano e ci guida nei vicoli e nelle case popolari e borghesi di una Londra vittoriana, fra prostitute e uomini d’affari e aspiranti preti e donne malate, con pagine luminose e spesso comiche e danzanti e descrizioni energiche, ritmate, che incalzano il lettore, dandogli del tu fin dalla prima riga, scortandolo nelle vite di Sugar e di William o di Agnes (la fragile moglie di William, che tiene un diario) o di Henry (il fratello di William, un aspirante prete che scrive prediche su prediche) o di Emmeline Fox (una vedova caritatevole, segretamente innamorata di Henry). Anche Sugar sta scrivendo un libro, un romanzo, Splendori e miserie di Sugar, lo intitolerà alla fine, narrando i suoi incontri con diversi uomini e vendicandosi sulla pagina, uccidendoli uno per uno, qualcosa di diverso, si ripete più volte, da ciò che scrivono gli altri, gli uomini da lei tanto disprezzati, come Wilkie Collins, che ha appena pubblicato La novella Maddalena, storia di una prostituta che spera nella redenzione, «un libro da scagliare contro il muro per la rabbia», protesta Sugar, che prostituta lo è davvero. Wilkie Collins, con Charles Dickens, che per inciso è a sua volta citato nel romanzo, in un dialogo fra prostitute («Conosco Charles Dickens» dice una puttana all’altra, all’inizio del libro. «Ma non è morto?» fa l’altra. «Non la parte che mi sono ciucciata io, cara» è la risposta), oltre a Charlotte Brönte e in generale a tutto il romanzo popolare ottocentesco, sono stati spesso citati dai critici quali modelli, seppure distorti, per Il petalo cremisi e il bianco. Ma il romanzo di Michel Faber è più di un semplice feuilleton, anche e soprattutto per la forza dello stile, per la scrittura onnisciente fin nei minimi dettagli, che diventa suono e odori e colori e musica, che dà vita e forma persino a una pozza di vomito per strada, mentre Sugar prende per mano William (e il lettore), guidandolo verso il bordello, verso la loro prima notte d’amore pagante, il «tremolio lattescente di una pozza di vomito sull’acciottolato». Poco prima, chiacchierando con William, Sugar ha detto di aver letto Jonathan Swift e Tobias Smollett e James Thomson, e William ne è stupefatto; possibile che una donna, per giunta una puttana, sia così colta? È stordito, incredulo, seguendola nell’oscurità, fino a Silver Street, dove c’è il bordello della famigerata Mrs Castaway, la madre di Sugar, ossia la casa di malaffare della seconda parte del romanzo.
«Voglio che il lettore si fidi di me» ha detto Michel Faber in un’intervista, all’uscita del Petalo. «E tuttavia non voglio offrirgli una lettura facile e prevedibile. La scena letteraria sembra dividersi in autori per così dire ‘affidabili’, che danno ogni volta ai loro fan una specie di stucchevole Big Mac, e autori più ambiziosi, che trattano i lettori con assoluta indifferenza. Io voglio guadagnarmi la fiducia dei miei lettori pur rimanendo imprevedibile. Voglio portarli in luoghi oscuri e emozionalmente disturbanti…».
Questa complicità con il lettore, che sembra quasi partecipare all’azione stessa del libro, muovendosi con i personaggi e soffrendo o ridendo o godendo insieme a loro, è uno dei punti di forza di Faber, non solo nel Petalo. Il lettore, tu, è attivo, è un personaggio, e può essere accarezzato o graffiato o travolto dalla forza dello stile, dal muoversi, letteralmente muoversi, della parola. C’è qualcosa di estraneo e al tempo stesso luminoso in molte pagine di Faber, che in questo senso, nella scintillante estraneità del suo narrare, è novecentesco, forse più vicino alla Virginia Woolf de La signora Dalloway (per lo scorrere dei personaggi e della narrazione, per il movimento) che all’Ulisse di Joyce, autore a cui Faber rimprovera molte cose (come la stessa Virginia Woolf, che scriveva: «Joyce mi sembra un totale disastro»), pur apprezzandone le opere – «Joyce riteneva» dice Faber, «che le persone dovessero e volessero leggere romanzi con la stessa attenzione a ogni parola e frase che danno alle antiche scritture, e questa è una cosa stupida da pensare per un narratore.»
Nella prima edizione italiana de I gemelli Fahrenheit, la sua seconda raccolta di racconti, uscita tre anni dopo il Petalo, Faber viene paragonato a Conrad, per la sua capacità di scrivere una frase perfetta, o addirittura a Kafka, per l’assurdità e l’ambiguità delle sue storie. Anche la sua prima raccolta di racconti, La pioggia deve cadere, il suo libro di esordio, è assurda, straniante, come nella storia Pesci, con Janet e sua figlia Kif Kif e un mondo subacqueo e terribile, apocalittico. O con la suora Jennifer del racconto In caso di vertigini, forse il migliore della raccolta, scritto in una struttura a paragrafi accavallati simile a quella del racconto Giorgio contro Luciano, di Arbasino (autore che di certo, e purtroppo, Faber non ha letto), con un paragrafo che esalta la preziosità della prosa di Faber, un momento di incanto e di paura, quando la protagonista del racconto è ferma sull’orlo di un burrone, il Promontorio del Suicidio.
«Sorella Jennifer», scrive Faber, «scese di nuovo, fece un giro intorno alla macchina, aprì il portabagagli. Nel mentre un grosso uccello – una specie di airone o di egretta gigante – volò sopra di lei, il becco come un’alabarda e la bianca e abbagliante apertura alare perfettamente allineata al veicolo. Involontariamente, la testa di sorella Jennifer scattò all’indietro mentre il grosso uccello le passava sopra, e quasi perse l’equilibrio, accecata dal sole. Fu un istante talmente straordinario che rimase impietrita dal terrore, come se ora dovesse accadere qualcosa, qualcosa che di certo l’avrebbe strappata come una busta di carta. Ma non accadde altro. Stordita, guardò dentro il bagagliaio, ma ci vide solo il riflesso luminescente del sole.»
Faber interrompe l’attimo, illuminandolo con le parole, con la forza dello stile; la suora rientra nell’auto e si dice che Dio le ha dato un nuovo motivo per vivere, «il miracolo di un uccello in volo, il privilegio di vedere una creatura così diversa da lei manifestare la propria abilità inumana». È un momento di meraviglia e di magia, un’epifania animale. Il racconto si conclude con sorella Jennifer che si prepara a trascorrere la notte di fronte al Promontorio del Suicidio.
Sorella Jennifer è soltanto una delle innumerevoli e memorabili donne di Faber, con Sugar, con la Isserley di Sotto la pelle, con Signorina Grassina e Signorina Magretta dell’omonimo racconto, con la fragile madre Gail di Nuotatori veri, eccetera. E molte di queste donne, a cominciare da Sugar, disprezzano gli uomini, ne sono vittime o nemiche. Isserley li ammazza uno per uno, come la protagonista del romanzo scritto da Sugar, ossia Sugar stessa, sulla pagina. Faber è uno scrittore femminista, o per meglio dire uno scrittore di donne femministe, che si scrivono da sé. In Natale in Silver Street, una raccolta di racconti che riprende i personaggi del Petalo, il figlio di Sophie (la figlia di William Rackham, cresciuta da Sugar), ormai un vecchio in ospedale, racconta una storica marcia femminista di inizio Novecento, organizzata dalla Women’s Social and Political Union. Durante la marcia, Sophie e il figlio faranno una vana visita alla casa del padre, del nonno, cioè di William Rackham, perduto da anni. Sophie scoppierà a piangere. Dopodiché torneranno a Bloomsbury, dove abitano, nello storico quartiere di Virginia Woolf – proprio in quegli anni si sta formando il gruppo di Bloomsbury. Il racconto si conclude con il figlio di Sophie, un vecchio decrepito, che invita il lettore, noi, a tornare il giorno dopo, per conoscere il resto. «Tornate domani, e vi racconterò il resto», dice. «Tutto quello che volete ancora sapere, ve lo prometto.» Siamo ai giorni nostri. Faber ha attraversato oltre un secolo di pura narrazione, con Sugar e il suo universo romanzesco.
Dopo Il petalo cremisi e il bianco, esclusi due romanzetti di un centinaio di pagine, il jamesiano e musicale A voce nuda e una divertente satira sul mondo editoriale-religioso nel periodo de Il codice Da Vinci, Il vangelo del fuoco, Faber ha atteso a lungo prima di tornare a un romanzo di ampio respiro, Il libro delle cose nuove e strane. Prima è accaduto qualcosa, infatti, una tragedia; sua moglie, la misteriosa Eva a cui ha dedicato ogni libro, fin dalla prima raccolta di racconti, si è ammalata di cancro. «Nel 2008 fu diagnosticato a mia moglie Eva un cancro incurabile», racconta Faber in un’intervista. «Avevo cominciato da qualche anno a scrivere Il libro delle cose nuove e strane, ma erano pronti solo pochi capitoli quando ricevemmo la notizia, e abbiamo deciso di votare tutte le nostre energie all’elaborazione dello shock. Abbandonai il libro e mi misi a scrivere email ai musicisti preferiti da Eva, chiedendo a ciascuno di comporre un brano per un cd collettivo da dedicarle. Vi ha partecipato anche Franco Battiato, il cui sublime contributo chiude il disco.»
Il libro delle cose nuove e strane è un romanzo incantevole per chi conosce e ama il mondo narrativo di Michel Faber, scritto con grande difficoltà e maestria, nel dolore della malattia di Eva. Non ci sono i colori e l’ironia del Petalo; i toni sono cupi e lenti, a tratti disperati. Peter Leigh è un missionario spedito a galassie di distanza dalla terra, nel pianeta Oasi, per portare e insegnare il Verbo, la Bibbia, che per gli oasiani, delle creature pacifiche e laboriose e affamate di fede, è il libro delle cose nuove e strane. Bea, la moglie di Peter, che per Faber è proprio Eva, è rimasta sulla terra. Peter e Bea si scrivono. Le loro lettere andranno avanti lungo tutto il romanzo, accompagnando la narrazione; sulla terra ci sono catastrofi, tsunami, terremoti; su Oasi Peter si addentra nel cuore di tenebra, o di quiete, degli oasiani, vivendo con loro. Conoscerà Tartaglione, un personaggio indimenticabile, un linguista impazzito, nella parte abbandonata del pianeta. Poi Bea, che aspetta un figlio, cade in depressione. Smette di credere in Dio. Peter è disperato, vuole tornare a casa e consolarla. Ma lasciare Oasi non è così facile come pensava.
La lontananza tra Bea e Peter è la malattia di Eva, che la sposta a migliaia di anni luce di distanza emotiva da Michel Faber, che la guarda morire. Faber diventerà vedovo. «Questo è il mio ultimo romanzo», dice a proposito de Il libro delle cose nuove e strane, soggiungendo che d’ora in poi preferisce occuparsi dei testi incompiuti di Eva Youren oppure scrivere poesie sul dolore e sulla perdita. Niente più Sugar, dunque, Rackham, Silver Street, niente più giochi di passione e colori. Niente più divertimento? Il libro successivo di Faber, uscito nel 2016, è una raccolta di poesie, Undying, scritto «mentre cercavo di sopravvivere in un mondo dove non c’era più la mia amica più cara», afferma Faber. Eva muore. È il luglio del 2014. Ne Il momento che scegliesti Faber ricorda il quieto istante della sua morte: «You were helpless and scary,/ like a bear in labour,/ like a newborn baby./ For twenty minutes, thirty maybe,/ my eyes were closed./ That was the time you choose.» La morte di Eva, il dolore della perdita, permea tutta la raccolta, ogni singola poesia, tranne le poche scritte in precedenza, da un Faber appena ventitreenne. Non ci sono colori né rime; le filastrocche ottocentesche del Petalo sono lontanissime. Faber dà del tu non più al lettore ma alla propria moglie morta, cercando un impossibile contatto con l’aldilà. E agli incontri pubblici, ai reading di poesia, si porta appresso le scarpe di Eva, piazzandole in prima fila, davanti a una sedia libera, come per sottolinearne la presenza. «Senza di lei sarei stato uno scrittore diverso», dichiara. Senza la moglie avrebbe scritto meno, venduto meno (Faber ha ripetuto più volte che è stata Eva a volgerlo verso una scrittura che includesse il lettore, cioè popolare), amato meno. Senza la moglie Michel Faber non avrebbe potuto vivere. «Da quando Eva è morta», dice ancora, «non sono più depresso. Sono stato sconvolto e triste e devastato e infelice, ma ciò è diverso dalla depressione. In qualche modo la sfida di prendersi cura di lei e aiutarla ha fatto qualcosa per la mia chimica. Penso che abbia creato dei nuovi percorsi nel mio cervello.»
Dei nuovi percorsi nel cervello di Faber: quali? Quali altre opere ci aspettano, dopo il Petalo e i racconti e i romanzetti e Il libro delle cose nuove e strane? Le poesie di Undying si leggono con fatica, con dolore; a tratti, specie per chi ha visto morire un proprio caro, la lettura è insostenibile. Eppure il percorso letterario di Michel Faber non è ancora finito. Il libro delle cose nuove e strane, a quanto sembra, non sarà il suo ultimo romanzo. D, a tale of two worlds uscirà nel settembre del 2020, per l’editore Doubleday. È un libro di oltre trecento pagine. La protagonista è una ragazzina dodicenne, Dhikilo (il gusto di Faber per i nomi strani: Tainto’lilith, Siân, Kif Kif, Isserley, Sugar, etc), che vive in una città di mare, Cawber-on-Sands. Un giorno, e Dhikilo è l’unica ad accorgersene, la lettera d scompare dal mondo. Dhikilo dovrà salvarla, impedirle di svanire dall’alfabeto, aiutata dal professor Dodderfield, il suo insegnante di Storia. Dickens e il Perec de La scomparsa non sembrano lontani. Le premesse sono ottime. Si tratta solo di pazientare qualche mese, forse un anno per l’edizione italiana, dopodiché gli affezionati lettori di Michel Faber, noi, potranno scoprire, e quindi vivere, un altro grande e straniante (e unico nel suo genere) romanzo moderno. Bisogna aspettare Michel Faber.

@EdoardoPisani

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