Lino Angiuli, “Addizioni” (Nota di Antonio Spagnuolo)

Lino Angiuli, Addizioni
Ed. Nino Aragno, 2020

Nota di lettura di Antonio Spagnuolo

 

 

 

 

Un succoso lungo soliloquio («Un poemetto chiaro e tondo») apre questa silloge dal sapore ironico/sentimentale, gioioso/sconsolato, illusorio/rattristato, che si chiude con:

tutto sommato e tutto sottratto dunque si tratta 
di tirare le somme prima dei remi in barca per 
spiattellare ai 4 venti tutti i malori dell’anno 0 
pensati a tavolino da chi mette il cappio al collo 
a quella specie di umanità diciamo vegetale che
con la scusa della poesia resta e resterà la mia. 
In fin dei conti non ha fretta l’uno che ci aspetta.

Lino Angiuli, che realizza da lungo tempo volumi di spessore, sobriamente concepiti e validamente ponderati, ancora una volta ci sorprende per quel suo brillante indagare dentro e intorno alla risonanza della “parola poetica”. Un suggestivo gioco di tessiture tra le innumerevoli proposte che l’allegoria e le “figure” riescono a focalizzare nella vertigine del dicibile. Qui allora ci perdiamo nei labirinti, sempre brillanti e lampeggianti, di un tessuto linguistico volutamente arzigogolato, atto a sorprendere e ad avvolgere il lettore, tra l’ambivalenza della struttura che dispiega nei simboli e nelle metafore il disordine/ordine nascosto nell’oggetto artistico e lo straniamento emotivo, ad effetti perturbanti, nei quali lo smarrimento riesce a concepire un’attività riparativa, raccontata mediante l’emozione lirica di una totalità precocemente perduta.
Il gioco continua imperterrito con il simpatico saltellare delle note musicali, sciorinate ed intrecciate in “due confonie”, che da sole riescono a sostenere l’impatto di una strana onnipotenza, la quale riflette la folgorazione del trascendimento, sovrapponendo il parossismo del recitativo alla fantasia della trappola.
Ma non si arrende il poeta ed affonda nel «sei per quattro di questo e di quello» con la memoria «che sfabbrica i ritratti macinando gli annuari» o per  «poter ascoltare la prima voce del creaturo quella che diceva la parola vecchia come nuova», mentre soggiace la creatività all’aspetto di un effetto luminoso che genera mano a mano la sua struttura nel ritmo.
Improvvisamente Amleto innamorato sussurra:

Unguentami tutto con l’arte del polpastrello 
ma fallo per favore dall’alluce alla luce 
mentre raccogli una nuvola dopo l’altra tra 
pollice e indice e dolcedolce l’accompagni 
nel luogo immenso del balletto universale 
una la impasti con la saliva medicamentosa 
per farla scivolare in bocca come un’ostia.

La ricognizione non conosce ambivalenze, quasi che parole e pensieri non bastano mai per quella suggestione che il verso riesce a modificare. L’assoluto ha un’espansione in un lungo repertorio di immagini, e la “parola” vince a ogni pagina, costruendo in un capitolo, «tot affetti personali», il ricco carosello di testi in lingua, in dialetto, in inglese, in caratteri cirillici. Così, sempre nella fulminante danza delle immagini, non manca un accenno alle patoloogie che possono affliggere l’essere umano:

Fu in verità il duodeno ad attaccare briga 
prendendo a strozzarsi in forma di clessidra piedivolta 
per riguardarsi almeno dalla renosa diarrea 
d’intonaci croste stucchi vari di città naftose 
scaricati a posare nel museo dei bruciori 
di cui si vanta e fa sfoggio ogni gastrite vera.

Il diorama introspettivo va oltre i confini narrativi e lo snodo appartiene a un risvolto che sembra essere psicoanalitico, che concilia i contrari e rinvia alla specularità di una realtà esterna che ci stordisce nel quotidiano. Nella semplicità realistico-esplorativa delle metafore che l’autore propone si coagula argutamente l’apparire e lo scomparire simbolico delle configurazioni, tra sostanze foniche e cromatiche, sinergie di fusione, vertigini paniche.
Redazione variegata, multiforme nelle sue stesure, alternante ritmi che sospendono il fiato o che rincorrono lo scavo in apparenza irrazionale, nutrita da una cultura del tutto particolare per la sua architettura, capace di coniugare le matrici sempre diverse per colori apocalittici e strutture accecanti, nel riflesso del verso che condivide impulsi e visioni. Scrittura che basa il suo dipanarsi su alcuni giochi sonori che tanto sanno di romanza pucciniana, o di armonie magiche agguantate nella loro ondulazione.
Completa preziosamente il volume il saggio di Daniele Maria Pegorari, ricco di acribia, nel quale l’excursus parte dalla poesia di Lino Angiuli del 1967 e attraversa tutta la passione dell’autore sino alla ultima realizzazione delle immagini che si fanno poesia dinamica e fulminante. Iter che sembra volere centellinare gli elementi determinanti dell’opera del poeta nelle dimensioni dalle sfaccettature multiple, dall’inseguimento dei contrari all’aggregamento degli intarsi.

@AntonioSpagnuolo

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