Fabio Libasci, Simone de Beauvoir e l’utilità del vero

Simone de Beauvoir e l’utilità del vero
di Fabio Libasci

 

Verso la fine di A conti fatti, quarto e ultimo volume autobiografico, Simone de Beauvoir scrive: «dissipare le mistificazioni, dire la verità, è uno dei fini che ho più ostinatamente perseguito attraverso i miei libri»1 e non le si può dare certo torto se si considerano tutti i libri che ha scritto fin lì. Del resto che cos’è Il secondo sesso, la sua prima grande opera filosofica uscita nel 1949 e subito messa all’indice dei libri proibiti, se non il tentativo senza precedenti di demistificare il discorso sulla donna affermandone la sua verità e cioè quella di essere il secondo sesso? Simone de Beauvoir aveva allora quarant’anni e il successo e lo scandalo in egual misura di quell’opera la convinsero a proseguire su quella strada di verità inscindibile dall’utilità che poteva essere tratta dal dire il vero. Forse è per questo che in fondo alla de Beauvoir romanziere si preferisce la saggista o la donna che dice io raccontando la propria vita.
Il fatto che oggi si racconti, si scriva la propria vita e la si narri continuamente e con ogni mezzo non deve farci dimenticare il tempo in cui il racconto della propria vita era qualcosa che non si faceva neppure al proprio marito o ai propri figli; la vita delle donne non più di un secolo fa era avvolta nel pudore, nella discrezione e conservata in qualche cassetto tra le righe di lettere ingiallite che sarebbero state riaperte solo dopo la morte. Solo tenendo presente tutto ciò possiamo capire la portata di un libro come le Mémoirs d’une jeune file rangée, le memorie di una ragazza per bene, appunto quel che lei non era più e ormai da tempo. Dà sempre una certa emozione riaprire la prima pagina e leggere «je suis née à quatre heures du matin, le neuf janvier 1908, dans une chambre aux meubles laqués de blanc qui donnait sur le boulevard Raspail»2 e continuare sapendo che troverai scritta la vita di una bambina, poi di una ragazza e infine di una donna che prende coscienza di essere privilegiata, rispetto alla sorella anzitutto, poi rispetto alle altre bambine, che si accorge che il mondo cambia e le sicurezze acquisite vengono meno con la posizione economica del padre sempre meno sicura e poi la perdita della fede, gli studi di filosofia, l’incontro decisivo con Sartre e Zaza, l’amica leggendaria che per il tramite della scrittura ha consegnato all’eternità.
Letto a diverse età, questo primo volume di memorie non smette di far pensare; da adolescente pensavo a come uscire dall’angustia della mia età per il tramite dei libri facendo come lei, da giovane adulto cercavo nelle pagine il disprezzo che anche io provavo verso l’ambiente da cui provenivo e adesso provo lo stesso rimpianto per non aver capito i miei genitori, per non aver salvato qualche amicizia. Da insegnante ho provato a far leggere questo libro ma senza troppo successo, l’ho messo nelle mani dell’alunna che ne avrebbe avuto più bisogno, ma la sua lettura ha suscitato solo un freddo compte-rendu. Mi sono chiesto allora se questo libro, se i suoi libri, se i libri di tanti altri autori hanno smesso di parlare ai più giovani, se non sia forse il caso di rileggerli per vedere che cosa avevano di tanto importante da dirci e perché queste cose non riescono a dirle a chi ha meno di vent’anni oggi. Sta forse sparendo davvero la letteratura?
Così, in questa lunga quarantena ho ripreso in mano i suoi libri e nell’attesa di poter leggere il suo romanzo inedito che a breve uscirà in Francia, ho riletto alcune frasi e passaggi che avevo sottolineato al tempo della prima lettura. Mi sono reso conto così che dei suoi libri ho amato e sottolineato tutti i finali, tutte le ultime frasi, soprattutto quelle; il finale struggente di Mémoirs d’une jeune file rangée e dedicato a Zaza: «souvent la nuit elle m’est apparue, torte jaune sous une capeline rose, et elle me regardait avec reproche. Ensemble nous avions lutté contre le destin fangueux qui nous guettait, et j’ai pensé longtemps que j’avais payé ma liberté de sa mort»3 e quello di A conti fatti: «non ho resuscitato il baluginare delle sensazioni e catturato in parole il mondo esterno come Virginia Woolf, Proust, Joyce. Ma il mio scopo non era questo. Volevo farmi esistere per gli altri comunicandogli nel modo più diretto il sapore della mia vita: vi sono abbastanza riuscita. Ho dei solidi nemici, ma mi sono anche fatta tra i miei lettori molti amici. Non desideravo altro»,4 passando per le parole struggenti dedicate a Sartre e contenute ne La cérémonie des adieux: «sa mort nous sépare. Ma mort ne nous réunira pas. C’est ainsi; il est déjà beau que nos vies aient pu s’accorder longtemps».5
Poi ho letto il finale de I mandarini, il suo romanzo Premio Goncourt nel 1954 e dedicato al mondo degli intellettuali parigini, la cerchia esistenzialista di cui lei stessa faceva parte: «poiché il cuore continua a battermi, bisognerà bene che batta per qualcosa, per qualcuno. Poiché non sono sorda, mi sentirò di nuovo chiamare. Chissà? Forse un giorno sarò di nuovo felice. Chissà?»6 e quello de La terza età, altro suo libro utile e vero: «quando si sia compreso qual è la condizione dei vecchi, non ci si può più accontentare di esigere una “politica della vecchiaia” più generosa, un aumento delle pensioni, alloggi sani, divertimenti organizzati. È tutto il sistema che è in questione, e l’alternativa non può che essere radicale: bisogna cambiare la vita».7
Oggi più che mai queste parole e l’intero suo libro che in francese ha il titolo più crudo e più vero, La vieillesse, la vecchiaia, torna o dovrebbe tornare prepotentemente d’attualità. Oggi che abbiamo visto la fine di molti anziani soli morti di corona virus e già prima condannati a una morte in silenzio in strutture efficienti ma fredde, tra personale formato ma estraneo. Oggi dovremmo rileggerlo prima di dimenticare tutto quello che è successo in queste settimane.
Bisogna cambiare la vita, scriveva Simone de Beauvoir cinquant’anni fa, bisogna cambiare la vita sarei pronto a scrivere oggi e ancora più forte domani. Il lavoro, il profitto, l’immagine di una vita vincente e piena, sempre giovane fin quando lo spettro della vecchiaia e dell’inutilità non si presenta in modo ingombrante ci hanno allontanato dai figli troppo piccoli e dai genitori troppo grandi, gli uni sistemati a scuola e in molteplici attività pomeridiane e perfino serali e gli altri chiusi in strutture e avvicinati solo telefonicamente, poi grazie alla diffusione di iPad e social che hanno regalato la crudele illusione della prossimità. La pandemia ha scardinato entrambi i sistemi: la scuola come luogo fisico è chiusa e gli ospizi, le residenze sanitarie anziani, le RSA, acronimo dietro il quale nascondiamo l’imbarazzo della cosa, si sono dimostrate delle gabbie mortali trasformando in realtà l’incubo di molti anziani: morire da soli. Oggi che l’intera vita è in questione e il sistema che ci ha portato fin qui già malato non potrà reggere a lungo l’urto della pandemia, sarebbe il caso di leggere la de Beauvoir, con calma, certo, e scoprire magari quanta potenzialità c’è in ognuno di noi, quanto la letteratura aiuti a capire e sopportare le avversità, a trasformare il dolore in azione, quanto la verità che possiamo dirci dopo un lungo esercizio possa essere utile a noi e agli altri.
Simone de Beauvoir non fu solo una saggista polemica e impegnata; fu femminista prima che diventasse di moda, scrisse di sé prima che diventasse ovvio e trattò la sua vecchiaia senza compassione, come un fatto, un evento in comune con milioni di altre donne e uomini, qualcosa che meritava di essere indagato in un momento in cui invece erano soltanto i giovani a essere attenzionati dalla stampa e dalla televisione. Accettò di essere la compagna di Sartre senza rinunciare al dolore quando sapeva di essere tradita, ha saputo raccontare l’uomo e il filosofo con eguale sincerità, guidata dai fatti, le è stata vicina in quel lungo cerimoniale degli addii durato dieci anni e raccontato con sconcertate sincerità, la stessa con la quale aveva raccontato anni prima la fine e la morte della madre, quella Morte dolcissima di cui non nasconde nelle ultime righe la violenza e il dolore della perdita: «non esiste una morte naturale: di ciò che avviene nell’uomo, nulla è mai naturale, poiché la sua presenza mette in questione il mondo. Tutti gli uomini sono mortali: ma per ogni uomo la propria morte è una caso fortuito, ed anche se la conosce e vi acconsente, una indebita violenza».8
Simone de Beauvoir fu una donna impegnata quando nessuno capiva cosa questo volesse dire davvero, una donna che scriveva di politica francese e internazionale, di URSS, del conflitto israelo-palestinese come solo gli uomini erano abituati a fare, una donna libera, una donna sincera quando non era neppure chiaro se una donna avesse diritto di parola; in prima linea a vendere il giornale La cause du peuple, quando le donne a casa il giornale neppure lo leggevano, tutt’al più lo sfogliavano. A quelle donne senza voce, senza storia, dedica nel 1971 il Manifesto delle 343 a favore della depenalizzazione dell’aborto. Lei in testa e a seguire altre 343 donne, in verità qualcuna in più, firmavano col loro nome una verità impossibile a dirsi: anch’io ho abortito. Quelle parole, quelle firme segnarono una svolta nel dibattito politico francese assegnando alle donne un ruolo centrale nel decennio che si apriva e che portò alla legge Veil nel 1974. Le donne potevano aspirare alla parola, a disporre del proprio corpo, potevano credere che un giorno non sarebbero state il secondo sesso. Certo, negli anni, trentaquattro ne sono passati dalla sua morte, molti hanno avuto da ridire sulle sue idee, hanno spulciato le sue lettere alla ricerca di debolezze e contraddizioni, quel suo amore per Nelson Algren, quelle parole troppo sdolcinate che lo stesso amante americano trovava insopportabili se lette da tutti, ma le sue vicende private che lei del resto non nascose mai ai suoi lettori non fanno venire meno il giudizio generale sulla sua opera, quell’utilità del vero, quella voce franca e oltraggiosa della quale sentiamo terribilmente bisogno.


1) S. de Beauvoir, A conti fatti, Torino, Einaudi, 1973, p. 444.
2) Ead. Mémoirs d’une jeune fille rangée, Paris, Gallimard, 1958, p. 11.
3) Ivi, p. 473.
4) Ead., A conti fatti, cit, p. 445.
5) Ead., La cérémonie des adieux, Paris, Gallimard, 1981, p. 176.
6) Ead., I mandarini,Torino, Einaudi, 1955, p. 764.
7) Ead., La terza età, Torino, Einaudi, 1971, p. 498.
8) Ead., Una morte dolcissima, Torino, Einaudi, 1966. 

Un commento su “Fabio Libasci, Simone de Beauvoir e l’utilità del vero

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: