Bustine di zucchero #42: Robert Lowell

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Lowell

È noto che il Lowell – il «Poeta Laureato dell’Età dell’Ansia» (Massimo Bacigalupo) – che avviò col suo stile un nuovo sentire nella tradizione della poesia americana, è quello da Life studies (1959) in poi. Il nostro letterato, appartenente all’aristocrazia bostoniana, abbandonò certe forme poetiche rigide e impersonali per far vibrare di vita i suoi versi, di una sostanza personale spogliata di ogni orpello ed etichetta. Lavorò poeticamente sul suo materiale autobiografico, in particolare nelle penultime raccolte For Lizzie and Harriet e The Dolphin – rispettivamente dedicate alla sua ex-moglie Elizabeth Hardwick e alla figlia Harriet, e alla sua nuova moglie, l’angloirlandese Caroline Blackwood – in cui «confessò» se stesso e i suoi affetti, il suo travaglio coniugale (Rolando Anzilotti), il che comportò forti critiche all’uomo e al poeta. Fu rimproverato da Elizabeth Bishop, sua cara amica, e la poetessa Adrienne Rich inveì furiosamente contro di lui per essersi appropriato e aver utilizzato, proprio per The Dolphin, alcune parti delle lettere dell’ex-moglie Lizzie. La poesia Dischi («Records») è un esempio di questa “appropriazione indebita” che Lowell, per dare maggiore crudezza e incisività, intercalò e virgolettò nei versi, a dimostrare che certe poesie si costituiscono in buona parte di scritture private, dialoghi o resoconti intimi. In Lizzie, che commenta con la figlia Harriet la voce di Lowell incisa su un disco, si legge desiderio e rabbia verso l’ex-marito, una storia turbata dalla consapevolezza della tragica condizione di «uno che lotta contro l’irrealtà» e di un amore ormai «vinto dalla misteriosa sconsideratezza di lui». Per Lowell la sostanza poetica doveva ormai affondare le mani nella piena esistenza, per quanto sgradevole potesse apparire dire di sé e della sua vita privata. A quanto pare la critica britannica si mantenne obiettiva nel giudicare il libro e non l’uomo, concentrandosi «sulle ragioni della poesia» (Rolando Anzilotti). Per il poeta statunitense, ammiratore di Pound e Berryman, si potrebbe parlare di un atto d’ispirazione dal vissuto personale come un principio di esplorazione indirizzata più a se stesso che al pubblico. Nel meccanismo, naturalmente, c’è di più: oltre a dare rilievo a un dettaglio personale, l’angoscia registrata nei versi raggiunge il suo climax, come in una narrazione, esprimendosi in silenziosa esasperazione, momento topico, sorda lacuna, persistente e insopportabile rumore, per poi risolversi in metafore e immagini più attenuate. A fronte di un atto sacrificale, quello cioè di operare nei versi un taglio chirurgico senza anestesia sulla sua vita e quella altrui, a fronte di questo «colpo basso», così definito da Adrienne Rich, Lowell riesce dal personale a cogliere i motivi profondi del gesto poetico, indagare se stesso e il mondo. Chi legge Lowell sa, nonostante la “cartella clinica” umana ed esistenziale da lui raccolta nel tempo, che i fatti personali raggiungono, ad un certo livello, un punto di rarefazione per far posto a un silenzio saturo in cui tutto si concentra. Perché, qualcuno aveva scritto, è fra i silenzi che bisogna indagare le ragioni di una scrittura. Il rumore diventa di fondo e, ad un dato momento, cessa di essere assordante.

 


Bibliografia in bustina
R. Lowell, Il Delfino e altre poesie (a cura di R. Anzilotti), Milano, Mondadori, 1989.
M. Bacigalupo, Robert Lowell. Poeta laureato dell’età dell’ansia, articolo apparso sulla rivista «Poesia», n. 334, (febbraio) 2018.
P. Sehgal, «The Dolphin letters shine light on a famous marital and literary scandal», pubblicato sul New York Times, 3 dicembre 2019, disponibile a questo collegamento. Il rimprovero di A. Rich, inserito nell’articolo, è espresso laconicamente nella domanda: «What does one say about a poet who, having left his wife and daughter for another marriage, goes on to appropriate his ex-wife’s letters written under the stress and pain of desertion, into a book of poems nominally addressed to the new wife?» [Cosa dire di un poeta che, dopo aver lasciato moglie e figlia per un altro matrimonio, si appropria delle lettere dell’ex-moglie scritte sotto la tensione e il dolore dell’abbandono, in un libro di poesie dedicato nominalmente alla nuova moglie?].

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