Schermi, fantasmi e simulacri. Sulla letteratura di Walter Siti (di Fabio Libasci)

Schermi, fantasmi e simulacri.
Sulla letteratura di Walter Siti

di Fabio Libasci

Da quasi trent’anni ormai Walter Siti fa parlare di sé come scrittore, da quando cioè nel 1994 lo stimato professore dell’Università di Pisa dà alle stampe Scuola di nudo, irrompendo con la forza delle 600 pagine in un panorama italiano non poco disorientato, non fosse altro dalla discesa in campo e dalla vittoria successiva di Silvio Berlusconi. Postmoderno, si disse, autofinzionale si confermò da più parti, pasoliniano per tanti, narcisista per troppi. Quello che sembrava essere un divertissement, uno sfogo di un accademico per sempre precario, destinato a restare un caso unico, fu seguito cinque anni dopo da Un dolore normale e nel 2006 da Troppi paradisi. Una trilogia romanzesca che in più punti richiama il progetto di Dante, una commedia che però in Siti è senza redenzione, senza paradiso o meglio, con troppi paradisi, tutti terreni e tutti artificiali. L’autore ci tiene ad apparire fin dalla prima pagina uno dei tanti, “Walter Siti come tutti”, come scrive all’inizio del terzo capitolo della sua trilogia citando senza scriverlo Satie, uomo comune a cui capitano cose comuni, a cui a dire il vero non capita nulla e ce lo racconta per più di quattrocento pagine. A forza di accumulare appunti, dialoghi, ricordi, letture, incontri, Siti però ci mostra la crisi dell’Occidente, il tramonto della civiltà e negli anni, una volta finito di raccontare di sé, non ha smesso di mostrare le crepe sempre più profonde dell’edificio nel quale vivono sette miliardi di esseri, troppi.
Come Dante anche Siti sceglie la sua guida e la trova in Pasolini, «l’anti-mediocre per eccellenza […], quello che ha gettato il proprio corpo nella lotta» (W. Siti, Troppi paradisi, Torino, Einaudi, 2006, p. 41; d’ora in poi, Tp), l’apostolo delle borgate, colui che aveva usato per primo e con largo anticipo la sua sessualità, la sua differenza come sapere e dunque come strumento per conoscere il proprio paese. Siti, che di Pasolini, insieme a Silvia De Laude, ha curato i Meridiani Mondadori, si mette sulle sue tracce, riparte dalle borgate, dal sesso, da quel che rimane di irricevibile nell’omosessualità per mostrare la fragilità del nostro presente, gli schermi entro i quali riceviamo la realtà, i fantasmi che la circondano e i simulacri con i quali la depotenziamo. Se Pasolini aveva solo intuito la forza delle immagini, della televisione come strumento totalitario, Siti decide di esplorarne la pericolosità, l’estensione, a rischio di finirci intrappolato. Da La magnifica merce ad Autopsia di un’ossessione e fino all’ultimo La natura è innocente, la scrittura di Siti si misura con il potere invasivo delle immagini, fotografiche, filmiche, pornografiche, con la cultura del desiderio che sembra essere propria del nostro Occidente. Se Pasolini non parlò mai apertamente del suo rapporto con il sesso a pagamento, con i giovani prostituti occasionali, quasi sempre minorenni, Siti sembra parlare al contrario solo di loro e laddove in Pasolini il denaro viene occultato nell’estasi dell’incontro amoroso, in Siti viene continuamente menzionato e pare proprio che l’amore l’Occidente lo fa solo pagando, come del resto Michel Houellebecq dice in modo sempre più esplicito. Poi c’è la questione delle borgate, argomento pasoliniano che Siti rovescia in almeno due libri, Il contagio e Resistere non serve a niente: non sono le borgate che si imborghesiscono ma è la borghesia che diventa un’immensa borgata; nel passaggio epocale il denaro, la cocaina, il sesso costituiscono i vettori di questo contagio.
Nel paesaggio italiano delle lettere Siti rappresenta un unicum, il solo che ad ogni romanzo sfida la sua guida e antagonista, il solo che parlando della periferia finisce per parlare del mondo, che dalla singolarità arriva a costruire una mathesis: «potrei essere un romanziere migliore di lui, se riuscissi ad afferrare i connotati tutt’altro che ignobili della decadenza occidentale (forse italiana in particolare), raccontandola da dentro, da microbo tra i microbi» (Tp, p. 41), il solo che non ha paura di toccare la merda che poi descriverà, il solo che non ha paura di barattare la letteratura con la televisione, la scrittura di un romanzo con la scrittura di un programma televisivo, la gloria accademica con il denaro facile, la costruzione di un personaggio con il taroccamento delle vite reali. Siti capisce quel che tutti si ostinano a negare: l’occidente vuole denaro perché tutto può essere posseduto tramite questo, ogni cosa può diventare denaro e il denaro è il lasciapassare per l’unico paradiso possibile, quello sulla terra: il paradiso dell’immagine.
Il corpo, la morte, il sesso è in Siti, come per tutto l’Occidente che diagnostica, solo l’immagine del corpo, della morte e del sesso; è quello che ci mostra la televisione nel suo continuo aggiustamento, depotenziamento della realtà. È il trionfo del modello del Grande fratello. Prendiamo, ed esempio, Marcello, l’escort del quale Walter si innamora in Troppi paradisi e che ritroveremo ancora in molti altri romanzi; che cos’è? Un’immagine, il fantasma realizzato, «muratore e geisha, rinoceronte e antilope» (Tp, p. 246). Per possedere quell’immagine che altri hanno già posseduto e che possederanno ancora – le immagini non appartengono a nessuno – è disposto a pagare e tanto per affittarlo, a immettersi nella dura legge di mercato e a drogarlo se necessario e tutto per ottenere qualche ora di un uomo che non è più un uomo; i suoi muscoli, il suo corpo, il suo desiderio non hanno nulla dell’umano: è allo stesso tempo superiore e inferiore.
Uomini-oggetto, immagini invitanti, esibiti in quanto tali, precari nella loro costruzione artificiale, un’impalcatura che somiglia al nostro occidente, omologa a questa parte di mondo che ormai sempre più contagia anche l’altro mondo con i viaggi, il turismo e l’affannarsi di interi popoli per offrirci l’oriente che vogliamo: un fantasma che trattiamo come cosa vera. L’affitto costoso e folle di Marcello, la frequentazione del suo mondo sociale lo porta verso le ultime pagine di Troppi paradisi ad ammettere che «le borgate non sono adorabili: volerlo seguire, significherebbe sradicare e rinnegare quel che ho imparato negli ultimi cinquant’anni» (Tp, p. 397).
Siti sa che può perdere, sa che non può resistere di fronte a quel mondo che avanza, anzi sa che Resistere non serve a niente, come scriverà nel romanzo Premio Strega, e sa che anche lui dovrà trasformare il suo corpo per poter infine possedere quello di Marcello. Se le leggi della natura schermano il desiderio rendendo impossibile la sola cosa che veramente vuole, la protesi peniene renderà la “cosa” fin troppo facile, sganciata da qualsiasi desiderio e impedimento; automatico, sempre possibile, artificiale, «mi pare giusto entrare in un corpo ritoccato con un cazzo ritoccato; ai problemi della post-realtà si risponde con la tecnologia» (Tp, p. 405). Se redenzione c’è, se di “nascita” dell’eroe si può parlare alla fine della trilogia, è questo l’esempio che ci fornisce.
Troppi paradisi, sul quale mi sono così a lungo soffermato, ci fornisce la chiave per capire la produzione successiva di Siti, da un lato schematizzazione del materiale magmatico espresso in Scuola di nudo e dall’altro serbatoio di temi e personaggi che troveranno spazio ne Il contagio, in Exit strategy e poi in Bruciare tutto e nell’ultima uscita La natura è innocente dove una delle due vite raccontate è proprio quella di Ruggero, ex pornostar che proprio in Troppi paradisi fa una fugace apparizione. Troppi paradisi è anche una scommessa, per quanto paradossale possa apparire: se l’autobiografia sia ancora possibile, al tempo della fine dell’esperienza e dell’individualità come spot» (Tp, p. 2). Ne La natura è innocente questa possibilità sembra venire meno; vite infami, come le chiamerebbe Foucault, ne esistono sempre meno, e sempre più difficile è raccontarle; la televisione ha definitivamente levigato le nostre esistenze e il racconto che ne possiamo fare, il simulacro ha vinto sulla vita, la realtà depotenziata sull’iperrealtà, l’artificio sulle passioni. Quel mondo raccontato in Troppi paradisi dove non succede nulla è davvero diventato il mondo in cui non succede niente e di questo nulla è impossibile fare romanzo. L’Occidente ha finito di esistere e passa il suo tempo a raccontare il suo passato e in questo mondo la letteratura non è possibile. Siti scrive che La natura è innocente sarà il suo ultimo libro, la realtà non lo provoca più, tutto è stato detto e detto più volte. Eppure proprio quest’ultimo libro contiene al suo interno un lungo saggio dove si parla dell’innocenza della natura, appunto, intesa come disinteresse per le nostre umane vicende, l’antirealtà e l’antiartificio e chissà che in fondo Siti non guardi a quell’innocenza, a quella natura adesso fin troppo d’attualità per ritornare alla letteratura, la cosa più innaturale e necessaria del mondo. 

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