John Taylor, “Oblò/Portholes”. Nota di Carlo Tosetti

John TaylorOblò/Portholes
Edizioni Pietre Vive, 2019

Nota di Carlo Tosetti

 

Così come l’altissimo Jorge Luis Borges – penso senza alambiccarsi, ma con superba eleganza – accostò la sconfinata pianura argentina alla retta («La pianura è un dolore elementarissimo e che non ha tregua […]»), allo stesso modo, senza sforzo d’analisi, la silloge di John Taylor, Oblò/Portholes (Edizioni Pietre Vive, 2019; tradotta dall’inglese da Marco Morello e con postfazione di Franca Mancinelli), ci trasporta nella ciclicità del giorno e del mare, della vita, richiamando la elementare figura del cerchio.
Tale involgersi dei versi è veicolato a più livelli da superficiali evidenze, fino a sottili e profonde dinamiche, queste affondate dal tempo nell’intimo di Taylor.
John Taylor, americano di Des Moines (Iowa), arriva in Europa nel 1975. Approda ad Amburgo, dopo avere vinto una borsa di studio in matematica, che sfrutta però nella facoltà di Lettere e Filosofia.
Nel 1976 compie un viaggio in Grecia. Durante una traversata in traghetto, dal Pireo a Samo, matura la decisione di rimanere in Europa e di dedicarsi alla scrittura.
L’oblò del titolo, autentico palco per i versi, non è tuttavia una mera trovata del poeta: è la finestra circolare attraverso la quale l’autore seguì il viaggio in traghetto.
L’oblò è un’apertura che circoscrive il campo visivo, possiede nel macrocosmo il medesimo potere che il microscopio ha nel microcosmo, isola i dettagli, rendendoli a sé stanti, avulsi dall’ambiente nella sua totalità. Sono i dettagli che fanno da mattoni a questa raccolta, dettagli esteriori, del fuori da sé, che si alternano, o risuonano con affratellati dettagli intimi, che gorgogliano dall’inconscio.
Quali esempi riporto l’isola che compare a p. 9 e una lacerazione “interiore” emersa a p. 7:

attraverso la foschia
l’isola
sorge
verso ciò
che è sorto
[…]

[…]
ciò che si lacera
tra notte e giorno 

chissà se
le parole lo rammenderanno

Il secondo richiamo circolare è dato dalla copertina e dalle illustrazioni interne, opere dell’artista francese Caroline François-Rubino, visioni colte dalla pittrice dagli oblò della casa del fratello, in Grecia.
Sono questi dipinti a rievocare nell’autore i ricordi del viaggio verso Samo e a ispirare i versi della silloge. Un cerchio che si completa dopo molto tempo, nell’estate del 2014, quando John scrive le poesie che popolano la raccolta in un ambiente opposto a quello marino: sulle Alpi a Bessans.
Questo particolare è riportato in calce all’ultima poesia, a p. 28:

tu sapevi
che un’altra notte
avrebbe accerchiato
l’albeggiare

sempre meno illuminato

Samos, August 1976
Bessans, August 2014

Poesia, questa, che mi permette di introdurre un ulteriore elemento circolare: il trascorrere del tempo, il transito dal crepuscolo (la prima poesia, a p. 5) all’alba e ancora verso la notte, percorso che il poeta esprime attraverso il cambiamento della luce, dei colori e la comparsa delle ombre cangianti sul mare: «[…] di tanto in tanto/ chiazze d’ombra più scure / sull’ombra notturna// sempre meno luminosa […]»; p. 6: «[…] sulle acque// anche se/ ingrigite dal roseo/ bluastre dal roseo/ decorate dalla notte […]»; p. 16: «l’oblò/ del ricordo// che cerchia/ tingendo/ di blu/ la vacuità […]».
Non dimentichi che una raccolta è composta di versi, occorre sottolineare che questi – nella struttura e nel ritmo – sostengono la forma imperante del libro.
Sono versi iper-frammentati, radunati in poche poesie, che paiono composti seguendo la cantilena dello sciabordìo, dell’andirivieni delle onde. Non richiede grande sforzo figurarsi il rumore ripetitivo del mare, o il ciclo perpetuo della respirazione, ed è con questi sottofondi che la lettura di questa silloge essenziale – essenziale, in quanto del verso compaiono solo parole chiave, brevi lampi di parole, ombre, luci, isole, navi, realtà che l’oblò inquadra fuggevolmente – trova la sua naturale collocazione, permettendo la massima resa della lettura e guadagnando la giusta atmosfera, da raccolta sussurrata e fluttuante.
Il libro è tradotto dall’inglese da Marco Morello, che mantiene integra l’atmosfera rarefatta e risulta molto utile, nonché apprezzabile graficamente, l’affiancamento del testo italiano a quello inglese, in centro pagina.
Infatti, soffermandoci sulla versione in lingua madre, emerge più chiaramente il ritmo cantilenato del verso, per via del gioco dei suoni: assonanze, allitterazioni, ripetizioni e sporadiche rime che la versione italiana non può mantenere.

© Carlo Tosetti

 


John Taylor è scrittore e traduttore. Nato nel 1952 a Des Moines (Stati Uniti), vive in Francia dal 1977. È autore di racconti, prose brevi e di poesie. Tra i suoi libri più recenti: The Dark Brightness (2017), Grassy Stairways (2017) e Remembrance of Water & Twenty-Five Trees (2018). In italiano sono usciti, nella traduzione di Marco Morello: Gli Arazzi dell’Apocalisse (Hebenon, 2007), Se cade la notte (Joker, 2014) e L’oscuro splendore (Mimesis-Hebenon, 2018). Portholes (Oblò) è in uscita nell’autunno 2019 per Pietre Vive Editore. Ha tradotto dal francese diversi poeti tra cui Philippe Jaccottet, Pierre-Albert Jourdan, Pierre Chappuis, Pierre Voélin e José-Flore Tappy. Nel 2013 ha vinto il premio dell’Academy of American Poets per un progetto di traduzione delle poesie di Lorenzo Calogero: An Orchid Shining in the Hand: Selected Poems 1932-1960 (Chelsea Editions, 2015). Recentemente, ha tradotto Libretto di transito di Franca Mancinelli: The Little Book of Passage (The Bitter Oleander Press, Fayetteville, New York 2018).

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