Philip Ó Ceallaigh, La mia guerra segreta (recensione di Raffaele Calvanese

Philip Ó Ceallaigh, La mia guerra segreta
Racconti Edizioni 2019

 

I racconti, dicono, sono difficili da pubblicare in Italia.
Uno di quei mantra a cui molti credono fino a che arrivano persone che lo ignorano inaugurando una casa editrice che basa proprio sulla forma racconto la sua ragion d’essere. È stato con il primo libro di Philip Ó Ceallaigh, Appunti da un bordello turco (testo che gli valse la vittoria del Rooney prize), che Racconti Edizioni si è presentata nel panorama editoriale italiano nel 2016. A tre anni di distanza arriva la seconda raccolta, La mia guerra segreta, che prende il titolo da uno dei racconti principali e che in qualche modo fa da filo conduttore di molte storie contenute nel libro pubblicato con la traduzione di Stefano Friani.
La guerra al terrore, declinata in modo diretto ed indiretto, si riflette sulle storie di molti dei personaggi raccontati dallo scrittore irlandese che vive ormai stabilmente a Bucarest. Le storie si contraddistinguono per una serie di elementi comuni che, oltre alla guerra al terrore, mettono insieme il concetto del viaggio, l’ironia, l’autocompiacimento (a tratti) dello scrittore e la componente religiosa unita a quella naturalistica che mescolate tutte insieme danno un quadro abbastanza preciso di quello che ci si può aspettare da questo libro.
L’abilità dell’autore sta nel portare il lettore in giro facendogli a volte perdere di vista il focus del racconto per poi colpirlo con frasi e immagini fortissime. I suoi protagonisti sono persone che vivono ai margini della grande narrazione contemporanea, sono persone sullo sfondo, quadri di lontananza che sembrano semplici e lineari solo se guardati da lunga distanza, così le loro storie si muovono in contesti polverosi e scalcinati assistendo alla trasformazione del mondo per come lo conoscevamo a seguito di grandi eventi e sconvolgimenti mondiali che sembrano non toccarci mai in prima persona per poi scoprire che hanno sconvolto il nostro modo di vivere e di pensare quando nemmeno ce lo aspettavamo.
Il viaggio, si era detto, è presente sotto forma di rimozione coatta (La mia guerra segreta) o di avventura (In un altro paese) o ancora di ricerca di sé stessi (Tombston Blues) e richiama alla mente autori come il Kerouac di Big Sur per stessa ammissione dell’autore o del celeberrimo On The Road. Personalmente i racconti di zone non sempre raccontate dalla narrativa mainstream mi hanno riportato alla mente anche alcune pagine di Ryszard Kapuściński.
La lettura delle storie di Ó Ceallaigh non è sempre semplice o lineare, il cinismo e l’ironia spesso prendono il sopravvento, vedi alla voce L’alchimista dove il nostro si dedica ad una riscrittura del più famoso libro di Paulo Coelho, ma molti passaggi sono davvero godibili e spesso ci si sente colpiti nel profondo, è in passaggi come quello sul fuco nel racconto Su per i monti, o nella malinconia di Andarsene che l’autore svela la sua forza e l’altra faccia della medaglia cinica ampiamente sbandierata.
Una lettura che mette in risalto i margini del mondo che siamo abituati a frequentare su pagine più blasonate e che alla fine del libro porterà a doversi scrollare un bel po’ di sabbia e terriccio dalle scarpe se si avrà la voglia di seguire l’autore fino in fondo.

© Raffaele Calvanese

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