Lucetta Frisa, Cronache di estinzioni (doppia nota di lettura)

Lucetta Frisa, Cronache di estinzioni
Prefazione di Elio Grasso. Postfazione di Mauro Macario
puntoacapo Editrice 2020

 

Nota di lettura di Annamaria Ferramosca
L’Achtung dell’oggi in poesia

 

È, quest’ultimo libro di poesia di Lucetta Frisa, un libro insolito e in allarme, di lancinante necessità, se oggi più che mai si avverte l’urgenza, anche attraverso la poesia, di una sveglia planetaria. E fossero pure profetici versi da Cassandra, li percepiamo come ineludibili. Così l’autrice abbandona in queste pagine la sua ben nota personalissima vena, quel suo farsi ponte chiaro tra visibile e invisibile, evidente nelle sue raccolte, come – citandone tra tante solo due, Ritorno alla spiaggia e L’emozione dell’aria, – o quel basculare tra sguardo sul quotidiano e incessante ricerca di assoluto che attraversa tutta la sua opera (come dalla lettura dell’antologia di percorso Nell’intimo del mondo 1970-2014), per compiere un inatteso giro di boa, che sente urgentissimo.
Una decisione coraggiosa e lucida, in tempi di affannosa generale ricerca poetica, di superare ogni illusione metafisica e ogni ossessione formale, e, a costo di sembrare guerriera ai margini del già tormentato campo poetico di battaglia, scegliere di farsi vedetta, di indicare il Pericolo imminente, il grande Buio in agguato dietro l’angolo delle nostre convenzioni e abitudini.
È lo spettacolo dell’autoestinzione incombente che Lucetta Frisa inscena in ogni suo crudo risvolto, se pur attutito dalla sua magistrale sapienza ironica – che a tratti si fa sarcasmo – necessaria per indurre nel lettore una profonda nonché amara consapevolezza.
E fin dal primo testo dedicato alla madre come un totem caldo dal passato e non più raggiungibile, si intesse il raffronto con le epoche trascorse, con la loro luce di senso ormai impallidita. Perché l’oggi – afferma l’autrice – è addensato di vuoto, un vuoto inesorabile che invade il fuori e il dentro, un nulla che irrigidisce e insieme rende fragili gli oggetti (perfino i ponti) e purtroppo anche gli umani.
Questa ossessiva quanto incoercibile profezia della fine coinvolge non solo il pensiero ma anche la vita in ogni suo aspetto. Ed è significativa la scena del disordine quotidiano – briciole lasciate sul tavolo e altre trasandatezze – che diviene metafora del caos planetario e delle umane nefandezze, al pari dello sciogliersi inarrestabile dei ghiacci antartici.
Esseri e pietre sono visti attraversare la loro fatale ciclicità, destinati forse a rimaterializzarsi in altre galassie. Così il simulacro della fine aleggia scuro sul mondo, costellato di citazioni dalle scritture annuncianti di Mary Shelley, Jack London, Melville e pure dal cinema di Von Trier, mentre sulle nostre teste già si avverte il soffio del tormentoso Burian della senilità.
Si tratta dunque di una fine non pacificata, ma a tratti emergono scintille insopprimibili di residua resistenza, se la poetessa ancora si sorprende a scrivere poesia, o a tradurre testi poetici di Yves Bergeret.
E l’occasione è propizia per gridare tutta la propria ribellione all’insopportabile ignoranza di chi ancora considera il fare poesia cosa vacua e disdicevole, ma anche, con acuto sarcasmo, per denunciare il dominio economicista che obnubila le menti soverchiate dalla pubblicità e dalla schiavitù dei bisogni indotti.
E la deriva planetaria, sia essa assenza d’amore o catastrofe naturale strisciante, sia vecchiaia-morte, o autoestinzione per insipienza umana, avanza incontrastata, tanto da far emergere con angoscia la domanda esistenziale: se dalla vita non c’è riparo/ forse la saggezza è non cercare nulla?
Resta l’amarezza dell’insignificanza del tutto, perfino della Parola, che forse non basterà più a dare l’illusione d’essere vivi (pensiero che altrove verrà inconsciamente contraddetto, come vedremo), e la poetessa rivela che

Si è vivi solo una volta
sorpresi solo una volta
quando neonati si aprono gli occhi
quando si vedono per la prima volta
Palermo Praga Istanbul Lisbona
e altri luoghi di meraviglie
quando si ama per la prima volta
per la prima volta si soffre
o si gioisce
(p. 38)

E la sopportazione diviene non più sopportabile perché non si può più far fronte al soverchiante cumulo di brutture. Ma ancora una volta il pensiero (di una poeta!) cerca, immagina e trova la sua rivincita. La bellezza, ovunque deturpata, mostrerà la sua capacità di sottrarsi all’oscurità, rifugiandosi nel suo spazio esclusivo, nei territori eterni – irraggiungibili da ogni nemico – dell’immaginario. E solo la Parola resterà. A promettere altre tracce, altri suggerimenti per il fare,  perché solo quello che è ancora da fare è eterno.
Siamo dunque avvertiti da questo libro – un libro di poesia! – sui parametri ultimi di salvezza.
E in questa capacità di leggere il mondo e di mostrare con acuta partecipazione le rovine e barlumi salvifici futuri, sta tutta l’intensità umana e civile di questa scrittura che resta senza confronti.

© Annamaria Ferramosca
febbraio 2020

 

Nota di lettura di Anna Maria Curci
La «peculiare catastrofe umana». Le Cronache di estinzioni di Lucetta Frisa

 

Cronache di estinzioni (puntoacapo Editrice, 2020), la raccolta più recente di Lucetta Frisa, permette a chi legge di addentrarsi nel mondo della sua scrittura e di seguirne il filo conduttore  nel suo dettato dalla sonorità molto originale e, ora, in una versione inedita per la sua determinazione a ‘schiaffeggiare’, nella sua corrucciata evoluzione.
Si tratta di un corruccio che si carica del peso dell’impegno, che accoglie con dolorosa consapevolezza il mandato di de-nunziare e di pro-nunziare la catastrofe, il crollo, la caduta, il colpevole disfacimento.
C’è una linea coraggiosa nella letteratura italiana contemporanea, un sentiero battuto da pochi (o meglio, da pochi in maniera dignitosa e non arrendevole alla tentazione di una vacua visibilità) ed è quella che ha avuto una sua tappa importante nel romanzo Il ponte di Vitaliano Trevisan. Quel romanzo, apparso nel 2007 per i tipi di Einaudi, portava come sottotitolo “un crollo”.
Quella linea passa attraverso la scrittura di Thomas Bernhard, attraverso la sua pronuncia peculiare della Auslöschung – della “estinzione”, appunto – e attraverso la sua denuncia dell’ottusità perpetrata colpevolmente e sbandierata criminosamente dalla schiera di “brava gente”.
Thomas Bernhard, austriaco, si riferiva innanzitutto ai propri connazionali, Vitaliano Trevisan e Lucetta Frisa si riferiscono ai nostri; tuttavia, sulla scorta della scrittura di tutti e tre, è inevitabile pensare all’ottuso, colpevole discriminare, escludere e brigare dell’umanità contemporanea. In tutti e tre smascheramento e visione, lucidità e profezia procedono affiancati e generano una peculiare mescolanza di toni aspri e di note struggenti, di disincanto e di consapevolezza di aver vissuto per tanto tempo nell’illusione dell’immunità attraverso la frequentazione della grande letteratura. Non sorprende, a questo proposito, trovare sia in Vitaliano Trevisan del romanzo Il ponte, sia in Lucetta Frisa di Cronache di estinzioni, un chiaro riferimento a Hermann Melville come a un momento perduto in cui lo scontro con l’eterno Leviatano poteva essere reso con accenti favolosi e perfino con vere e proprie architetture epiche.
Lucetta Frisa professa l’adesione a questa linea, scomoda, impopolare, vera, partendo dall’esergo, vale dire dal brano di Verstörung, di Perturbamento, dunque, di Bernhard, che schiude il sipario dinanzi alla rappresentazione di quella particolare condizione esistenziale o, per essere più precisi, di quel prerequisito di esistenza che è la commedia umana nel suo andirivieni tra fervoroso e impazzito, tra tragedia e farsa: «Senza la sua peculiare catastrofe umana, l’uomo non può esistere assolutamente».
Il verso libero di estendersi e di ridursi, il canto vibrato e perfino la voce che si spezza dopo aver proclamato «mai più» sono anch’essi una dichiarazione d’intenti e la manifestazione di un dire talmente franco e diretto da azzardare l’aggressione a chi legge. Azzardo calcolato,  intenzionale chiamata in causa. Ma come dire, altrimenti, «l’orrore dei mutamenti/ incontrollabili», come proclamare, voce nel deserto, che «quando la terra finirà soffocata/ dalla crosta plastificata» l’umanità tutta non ci sarà più?

© Anna Maria Curci
febbraio 2020

Antartide, 1 

L’Antartide si scioglie, i suoi ghiacci
non sono più Antartide perché si frantumano
poi si tuffano in mare
diventano un’unica acqua. L’Antartide
perderà il nome
gelo, confini, disegno, incantesimo.
Warning: once upon a time qui c’era
l’ Antartide – si leggerà su un’insegna luminosa.
Si è ammalato un continente
immenso e silenzioso che parafrasava l’eternità.
Ricordo il mostro di Mary Shelley impazzito
brancolante tra i ghiacci dell’Antartide
(almeno lui, nel libro, la trovò intatta).
Dov’era esattamente? – chiederanno. Qui e là
in giro, in questo spazio immisurabile. Immaginatelo!
L’immaginazione non prende il posto della realtà?
Dice bugie magnifiche per sostituire tutto il desiderabile
lo spazio il gelo il bagliore del bianco il tremito della pelle il rallentarsi
del battito. E i libri che si scrissero sui ghiacci e le balene
le baleniere gli orsi i pinguini le foche, Zanna Bianca, Jack London
e la sacra balena di Melville.
Saranno presto pezzi da museo, e anche i musei
si scioglieranno in pezzi. Basta lo sciogliersi
di un qualcosa che subito si scioglie piano piano
tutto Il resto trascinato cancellato da questo alzarsi delle maree
da questa energia segreta.

E tu piangi per la fine del tuo lungo matrimonio
e lo chiami tradimento – forse che l’autunno
tradisce l’estate? Tradimento
anche i tuoi primi capelli grigi?

 

Annegati

Nell’antico Egitto chi annegava nel Nilo
diventava un dio ed era onorato
forse perché entrando nel mistero
sarebbe un giorno o l’altro ritornato
a raccontare il vero.

Ora davanti al mare occidentale
nessuno prega né guarda l’orizzonte
davanti a sé eppure questo mare
pullula di annegati sul fondale
di ogni razza ed età.

Non diventeranno mai divinità.
E li lasciamo soli nella morte
anche gli dèi si sono inabissati
in quale mare morto non si sa.

 

Acciughe

Sono sempre più piccole e sottili
da molti anni non sono più le stesse
forse hanno perso la voglia di nuotare
sempre nel mare
Pescate e mangiate pescate e mangiate
Non si divertono più.
Hanno cominciato a rimpicciolire
da quando hanno aperto gli occhi
e la testa si confonde con la coda
anche se continuano ad affacciarsi
in branchi frementi nelle notti di primavera
e la luna maligna le accarezza e svela
agli occhi rapaci dei pescatori
e si rintanano negli angoli più scuri
del mare e nel fondo delle reti da dove
tentano di fuggire senza sapere
dove andare. Perché hanno voglia
di non esserci
andarsene
sparire dal mare.

 

Qui dove noi siamo

Ai tempi di mia nonna c’era già
e anche di mia madre e adesso e dopo
ci sarà ancora.
C’era l’anno passato i secoli passati
ai tempi del rinascimento e prima
del medioevo e prima dell’avvento di Gesù
prima dei greci degli egizi di tutti i popoli
della terra d’oriente e occidente.
Ai tempi di Adamo ed Eva era già lì.
Non se n’è mai andata
(anche se avvelenata).
Sono scomparsi tutti: paesi,uomini,mari, monti,
interi continenti.

Ma lei è qui.

E sempre resterà dove noi siamo.
(finché ci saremo)

La divina ARIA

 

Caduta della luna

La luna è schizzata fuori orbita
stufa di stare dove stava
rotolata acciambellata nello spazio vuoto
inciampata dentro i buchi neri
giù giù
un tuffo
fino al salotto.

Lì è scivolata quatta quatta dentro le tazze
allargando i suoi raggi borghesi
sulle tende che non l’hanno nemmeno vista
e sono rimaste chiuse anche di giorno.
Nessuno si è accorto della luna in salotto
neppure del gran buco che aveva lasciato in cielo
(i fenomeni naturali sono ormai così naturali)
che la luna è diventata una tetta gonfia di latte
non scremato da mungere presto sennò sarebbe scoppiata
o una torta gigante di panna con zucchero a velo
postata su facebook dalle donne social che amano tanto cucinare
ed esporre le loro deliziose creazioni populiste
all’ammirazione del mondo.

 

Caduta del sole

Il sole si è spaccato a metà
come un’arancia accoltellata
Esatto il taglio, nessuna sbavatura e finalmente
ha dato chiare indicazioni. O stai in una metà o
dall’altra
scegli l’emisfero unico, la sua religione, la segnaletica
senza incroci.
Non ci saranno più i dubbi tormentosi
le risposte imbarazzate
Si tornerà alla prima infanzia
dentro la gioia senza occhi della luce.
Ciechi. Assoluti. Decapitati.
Nessuno si chiederà che cosa c’è nell’altra metà.
Cosa sia il chiaroscuro
che genericamente chiamano Mistero.

 

*

È dal buio che scrivo.
Le parole ad una ad una escono alla luce, prendono un corpo,
sfavillano. Legano te a me.
Se le cancello
rientrano nel buio.
Ma il ponte crollato
non esiste più.
Ne rifaremo un altro,dicono.
Comporre un verso o un ponte
è strutturare
la vibrazione di una colonna vertebrale
sognare
ancora un nesso
perché le parole con le macerie non restino
inerti strumenti sul fondo.
Ciò che è compiuto appartiene subito al regno dei morti.
Solo quello che è ancora da fare è eterno.

 

Lucetta Frisa nasce e vive a Genova. Attrice, poeta, traduttrice. Opere poetiche: Modellandosi voce; La follia dei morti; Notte alta; L’altra; Se fossimo immortali; Ritorno alla spiaggia; L’emozione dell’aria; Sonetti dolenti e balordi. Narrativa: Fiore 2103; Sulle tracce dei cardellini; La torre della luna nera. Ha tradotto opere di C. Baudelaire, H. Michaux, S.J.Perse, A.Borne, B.Noël, P.Quignard, S.Durbec, J.Sacré, C.Esteban. Diversi poeti inglesi tra cui G.M.Hopkins. Ha collaborato con i suoi racconti per ragazzi al quotidiano “Avvenire”. Con Marco Ercolani pubblica,in prosa; L’atelier e altri racconti; Nodi del cuore; Anime strane; Sento le voci; Il muro dove volano gli uccelli; Diario doppio e Furto d’anima. Vince nel 2005 il Lerici-Pea per l’inedito e nel 2011 l’Astrolabio per Ritorno alla spiaggia e l’opera complessiva. Suoi testi sono tradotti in antologie, riviste cartacee e libri collettivi ed è presente in diversi blog letterari. Nel 2016 raccoglie, per puntoacapo, un’antologia della sua opera poetica: Nell’intimo del mondo. Poesie 1970-2015, finalista al Camaiore. Nel 2020, sempre per le stesse edizioni, pubblica Cronache di estinzioni.
www.lucettafrisa.it

 

 

5 commenti su “Lucetta Frisa, Cronache di estinzioni (doppia nota di lettura)

  1. Ringrazio le due acutissime lettrici per le due preziosissime note di lettura, a cui aggiungo una mia personale riflessione.
    Titolo quanto mai in sintonia con il momento, quello dell’ultimo libro di Lucetta Frisa, che mi permetto di definire la sua prova più convincente ed alta. Mi soffermo sul titolo, quindi: Cronache di estinzioni riunisce due elementi in apparente contraddizione, essendo la cronaca deputata ai fatti di attualità, ma senza profondità storica, mentre è solo su una scala temporale e spaziale molto più ampia che si possono apprezzare le estinzioni. Divaricazione, questa, che si riflette all’interno di una raccolta che sembra avere due centri focali, un Io che riflette sul passare del tempo, sul ricordo e sulla morte, e un mondo che va in sfacelo per le tante cause che tutti conoscono e con i tanti effetti che tutti vedono.
    In realtà, se abbiamo presente la poetica di Lucetta Frisa, sviluppatasi in tanti libri di riconosciuta importanza, è chiaro che il secondo elemento fa da sfondo non solo e non tanto a una vicenda personale, ma a un occhio che si guarda allo specchio in cui è riflesso – e non potrebbe essere altrimenti – il mondo.
    Così comincia la raccolta, con un mare che si mangia metà spiaggia (annotazione non solo personale e accidentale, purtroppo) e l’invasione dei ricordi della madre. Ed ecco (attivata dall’immaginazione, cfr. p. 14, e risalendo il libro), l’irruzione subitanea delle varie calamità più o meno “naturali”: vulcani, crolli di vario tipo, orrori della cronaca, disastri ambientali, incursioni chissà quanto salvifiche e quanto ossessive nel sogno. Il monito è chiarissimo a ogni livello, da quello escatologico a quello più accessibilmente cronachistico, come pure è salutare l’appello a una poesia che non sia né vuoto esercizio stilistico né sterile diarismo minimalistico.

    Mi pare comunque, all’altezza della metà del libro, che l’immaginazione già citata mostri un ripiegamento sul personale, ma sempre in tensione con una realtà esterna contundente, contro la quale l’immaginazione artistica non può offrire molto: “Chi si batte per la bellezza / non ha niente da fare / è solo un guardone, povero pazzo” (p. 49): l’inutilità del mestiere di poeta, in queste circostanze, non è più tanto il vanto di chi si pone risolutamente ed eroicamente contro, ma è divenuto un elemento di emarginazione – come testimoniano testi del tutto espliciti come Consigli per gli acquisti (p. 59) e Cronaca live (p. 61).
    Come ho cercato di delineare per sommi capi, questa raccolta è intelligente perché ci offre letture di noi e del nostro mondo, e del nostro posto in esso; ed è ricchissima di spunti di riflessione – pur tralasciando, almeno in questa sede, di dilungarci sullo stile, che è imperniato su un verso libero molto colloquiale ma è innervato da punte aforistiche che la dicono lunga sulle capacità espressive della poetessa genovese: si veda al proposito, in chiusa della raccolta “Ciò che è compiuto appartiene subito al regno dei morti. / Solo quello che è ancora da fare è eterno”: una perla di verità espressa con la nonchalance espressiva di una vera poetessa.

    Mauro Ferrari

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  2. Ringrazio l’intelligenza e l’affetto delle due Anne Marie, complici in questa piccola avventura critica, e la competenza sempre vigile di Mauro, editore. critico e poeta. Lucetta

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  3. “Cronache di estinzioni” è un libro davvero ammaliante. L’ironia è amara, benché ricoperta da un velo apparente di leggerezza. Permane lungo tutta la lettura del libro una sensazione di perdita e al tempo stesso di consapevolezza del precipizio sentimentale, umano, intellettuale, in cui ci muoviamo. L’ironia che accompagna ogni passaggio del percorso, consente di esprimere la crudezza senza derive cattedratiche. Non c’è, come si dice, “maniera”.L’ultimo testo, che chiude il libro, è bellissimo, l’ho letto e riletto più volte. Il senso del tragico che spigiona, trova una sponda d’urto e di riverbero, nella deliziosa “Cronaca di un ritrovamento” di Mauro Macario.

    Anche la scrittura appare più libera, come fluisse in modo più naturale, proprio perché nutrita da una confidenza antica,ma mai ammiccante, con la parola poetica. Ringrazio Lucetta Frisa per il dono di questo libro, in un giorno di febbraio a Genova. Frequento la poesia di Lucetta da molto tempo e solo da poco ho avuto l’occasione di conoscerla. L’incontro con la sua poesia è stimolante e ne consiglio vivamente la lettura.

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