Vincenzo Di Maro su “Una stagione nascosta” (intervista di Gianluca Garrapa)

Alcune impressioni e domande a Vincenzo Di Maro intorno a Una stagione nascosta (Nuova Editrice Magenta, 2019)

 

Gianluca Garrapa: Quasi un’origine, il sogno, nell’immaterialità vivida dell’immagine. La parola sembra immaginarsi esplodere nella caverna dove le apparenze paiono per quello che realmente sono, in poesia: essenze.
L’uomo nasce dalla parola e dal silenzio. Una poesia degli opposti dialettici che sistema corpi, voci, rami e sterminio. E vita. Può darsi che il poeta combini le presenze delle voci e le moduli come una radio che schiara la notte dell’esistente. E conduce il corpo al sogno e a quel che non può compiersi nel significato. Parole come cellule e monadi che non sempre devono sistemarsi del circuito del significato, e stanno, chiuse l’una all’altra, depositando un senso ulteriore. Una memoria amniotica che fa la parola preumana, oltreumana. La poesia può anche presentarsi come enigma laico. E ricognizione cosmica nella sfacciata ammissione di mortalità che tende all’entropia, al catalogo sragionato delle percezioni: E l’ordinario, non è che diluizione  / di un delirio che sospettiamo eterno: l’omaggio al viaggio di Rimbaud che pare essere il viaggio di ogni uomo. Incomprensibile, nel comprendere, nel tenere stretto un ramo è tutta la distanza della mano dall’albero: all’orizzonte il / chiaro geroglifico dei monti.
Ma lingue ignote lo parlano: pare questa una definizione che potrebbe spiegare la funzione del poeta: modulare e trasmettere in frequenze comprensibili le percezioni ignote che lo attraversano in quanto essere umano: che ne pensi?

Vincenzo Di Maro: Penso che questo libro ha avuto una gestazione molto lunga e travagliata, ci ha messo sette anni a venir fuori. A prescindere dalle difficoltà personali, nasce proprio da una certa necessità di mettere da parte l’ego. Ho sempre stigmatizzato l’imperante narcisismo dell’autore: nel caso di un’attività beneficamente marginale come la poesia lo trovo addirittura ridicolo. Oltretutto, è quando metti da parte la vanità, quando cerchi di creare il vuoto dentro di te, che le “voci” arrivano e ti trovano, come le onde magnetiche trovano un apparecchio radio. È una cosa che ho notato. Il mio ideale d’artista è l’iconografo, il cui compito consiste non nell’originalità ma nella fedeltà. Lo “scrittore di icone” scompare, di fronte a quel che lo attraversa per venire alla luce, a differenza del pittore occidentale d’arte sacra. Per questo Andreij Rublev di Tarkovskij è un po’ il mio film talismano. 

G.G.: Ed è un fluire: dal desiderio muta in magnete, s’affratella / ai viventi: il desiderio è la poesia che per un attimo si lascia afferrare. Cosa è per te il desiderio di scrivere?

V.D.M.: È un desiderio perennemente frustrato, perché ne sono spesso scontento: il fatto che pensi ogni giorno alla scrittura non vuol dire che riesca a farlo davvero quotidianamente: e non soltanto per ragioni di tempo, ma anche perché ciò che intendo afferrare nella scrittura è sempre elusivo, misterioso. Primo Levi diceva che la poesia giunge sempre “ad ora incerta”: occorre aver fiducia nella sua visita, prepararsi. Nutro da sempre un pizzico di invidia e, confesso, di sufficienza verso quegli autori che scrivono e pubblicano tanto di frequente. A volte alcuni pessimi esiti sembrano darmi ragione, qualcuno però direbbe che è soggettivo. Quando però, nel mio caso, il desiderio di scrivere si presentifica e si avvera, quando dalle strutture profonde della lingua si irradia quella che – almeno secondo me – è una piccola verità, allora ecco, mi sento accomunato ai viventi, perché vivere davvero è stare al mondo a un più alto livello di coscienza.

G.G.: La lingua come un vortice ci attrae all’interno del suo nucleo distorcendo la comprensione, Van Gogh fa capolino dalla saggia follia di chi ha compreso il perenne fluire dei segni e dei significati, spinti e riaggiustati dal desiderio. È del desiderio questa scrittura, fluida e inafferrabile, carnale e metafisica, e il nome vuol dire buio.
Le forme si alterano alternandosi come respiri: come prosa e come poesia la scrittura ritma due passi diversi. Io non sono che il luogo / che non ospita niente. Ed è questo: un parlottio di altri in noi stessi, altri che sono a loro volta di altri, e non c’è nulla infine. È un buco nel significato del reale questo realizzarsi della scrittura, un quadro che inghiotte il senso ordinario per rappresentarsi nel veritiero. Un respiro che fa uno il tutto che versifica e differenzia la cosa naturale, che sta lì, frontale, abisso, indecifrabile, chiara: non si capisce, questa cosa / se esiste o se conduce / un volto, non somministra / questa cosa conforto. Lingua nascosta e sottile che incunea un senso remoto cui lo sguardo deve adattarsi, cui lo sguardo manca. E si chiede luce, la parola-verità vorrebbe estrarre il corpo dal buio e farlo occhio di sé, consapevole: Restituiscimi. Fa’ in modo che io mi veda. È preghiera al nome che non risponde parole umane. Uomo come terra, e humus, e si chiude in sé questo linguaggio che di carne è e di spirito ultraterreno. Il nome non sa contenere la cosa, e non la uccide. Luci, voci e sogni. Lampi, illuminazioni e scritti. Luoghi e strade, fiumi e considerazioni che risvegliano il senso di essere qui, altrove. Milano, Arles, Lascaux, Aden.
L’anima è la fontana / di se stessa: così torna e ritorna la prima sezione di questa raccolta, due mani che si giungono in preghiera a considerare una distanza: ceci n’est pas la vie.
La memoria / non è che un calco: che rapporto hai con il tempo?

V.D.M.: Un rapporto ossessivo, specie dopo la morte di mio padre. Kundera diceva che soltanto certe morti ci riguardano davvero, perché solo attraverso di esse si fa largo in noi il germe della morte: credo proprio sia vero, e trovo che la trepidante indagine sul tempo costituisca un nucleo decisivo della mia poetica, semmai ne ho una. Ho spesso la sensazione che solo il caso – con quel che significa questa parola – ha decretato che vivessi in questo universo, in cui il tempo la fa da padrone: un’entità insieme friabile e irreversibile. Detto questo, penso da tempo che i vivi e i morti siano compresenti nel catino dell’eternità. Seguo con grande interesse alcuni recentissimi studi sulla fisica quantistica: secondo quanto afferma Carlo Rovelli, ad esempio, al livello dei fenomeni subatomici, che sono i mattoni della realtà, la variabile “tempo” sembrerebbe del tutto ininfluente. Chissà… 

G.G.: Scrittura di acqua e di pesca, il dorso che appare-scompare del senso dal fondo dell’abisso dell’essere. Il lampo che dona significato, transito illusorio che torna all’indistinto primordiale, preverbale. Eppure il mare della scrittura è un segreto che accoglie segreto, un frattale, un reticolo di luce su un mare che è mare di luce: Così ci sono cose dentro cose. Quel tu cui ci si rivolge in poesia e preghiera, quell’inconscio materico e materno, l’insondabile straniero che ci è dentro e parte.
Sei preghiera, un dolore / da conquistare invano: la poesia, questa poesia, è preghiera? 

V.D.M.: Immagino di sì, credo ormai di confondere le due cose, e mi arrovello sull’utilità di entrambe. Forse sono entrambe inutili, vale a dire la forma più alta di espressione umana, insieme dissipazione di sé e gratuità.

G.G.: Così La stagione nascosta è un viaggio, un periplo intorno all’ineffabile. Ma incomprensibile non è il non visibile, ma il non ancora: l’antichissimo / futuro che verrà. Spezzato il tempo antichissimo/futuro, eppure solido, uno è tutto porta che unisce separando e di cui la scrittura è architettura e protiro, avancorpo di uno strato nascosto che resta incognito, noumeno, cosa in sé risolta di cui la poesia pare riflesso. Il limite di questo che travalica il senso e ci apre all’altro, il limite è il varco fuor di misura. L’animale uomo è animale-tempo nella stasi immemore della quiete della vipera, o la mantide. La metamorfosi dell’insetto che fa del suo silenzio la resurrezione, morte meno assoluta dell’animale uomo che ha regole e ricordi per permanere e alleviare il lutto.
Il mio silenzio / non è già una missiva verso te sconosciuto?: chi sono gli sconosciuti che leggeranno il tuo libro?

V.D.M.: Non ho pudore – e forse dovrei averne – a dire che i miei lettori-modello sono coloro che aspettano i segni di tempi nuovi, in poesia ma non solo: i tempi di una nuova ricomposizione del mondo, che superi gli specialismi così come i personalismi. Forse è per questo che ne ho ancora troppo pochi, di lettori…
“Che i poeti siano le api dell’invisibile” però non l’ho detto io, ma Rilke: così sono gli autori e le persone che apprezzo. Ho amato sin dal principio, per esempio, anche la poesia di Blok, le sue visioni teosofiche. 

G.G.: Arriverà a stupire, la mente, / del suo rovescio, il tempo. E il fossile non è che il ricordo minerale della mente. La natura del poeta Di Maro non è matrigna, matrice sì, non è lotta impari cui l’uomo si oppone pagandone conseguenze rimosse e represse. Tra natura e uomo c’è piuttosto il tramite di una lettura che non è mai troppo profonda e che dovrebbe esserlo, forse. Il rifugio minerale della storia che estende il pensiero e lo prosciuga, elimina i corpi e ne trattiene l’orma. Tanto alta la posta quanto certa la perdita. È questa poesia conscia di una mancanza sostanziale, di una inutilità consustanziale allo scrivere poesia che la rende emergente, necessaria come inevitabile è il respiro, il fiato, il pensiero che non si placa. Addossata al reale che accede, questa scrittura cerca varchi nel relativo nulla, sembra vedere il poeta sul palcoscenico a cercare il taglio del sipario per uscir di scena, e questo accade. L’intenzione del corpo è sparire e lasciare il suono vocale farsi carne nella lettera. Ma impossibile è accadere. Per questo la scrittura: pretesa di un eterno che giustifichi l’inutile, financo l’inutile.
Tutti scrivono per questo: tutti vivono così: ha senso oggi scrivere poesia?

V.D.M.: Non ha per niente senso! Ma anche per questo si scrive poesia: per eludere l’efficientismo, il neopositivismo volgare e imperante, che è sempre la faccia menzognera e ottimista del potere. 

G.G.: Ragazzi smunti / bevono vodka sul lungofiume a sera e rintracciati nella scrittura muovono parti interne e esterne, miti e quotidiano. Questa poesia ha uno sguardo per l’umano, e dunque per ogni cosa, cosa come causa di immagini e storia, natura del formicolio umano, del terreo suono dell’animale inconsapevole del nulla. L’animale non ha coscienza del nulla, della morte forse, ma del vuoto, no. Non hanno occhi per duplicare immagini e fare metafore. A ben leggere, le apparenti metafore di questa scrittura sono salti energetici, cromatici, di conoscenza. Ma è relazione spazio-temporale che con praticità retorica chiamo metafora, ma è connessione normale tra accadimenti distanti, cui vogliamo dare un nome, il ritmo c’è e lo dobbiamo battezzare a parola.
E pare vana / la piena dell’estate: perché noi e la vita siamo in costante rottura tra senso e verso, enjambement, l’arco tra sintassi e verso, tra senso e suono, tra vita e esistente. La beanza e il varco. Morti nel colmo di vita che non ci disseta e allaga. Arrivare a scrivere, poggiare il ritmo sul foglio per forgiarne un senso. Per dire che non ce n’è di senso. Ritornare a dire per dire che di nulla si può parlare. Arrivare nella città immensa dell’esistenza perché la nostra vita dovrà da lì veloce ripartire.
Dove? Perché? Dove è questo dove da cui si scrive? E perché il perché che non ci lascia e ci lascia scrivere? Lo domando a me e anche al poeta che ci regalato questa poesia.

V.D.M.: Potrei dirti che mi è risultato illuminante un breve libro apparso qualche anno fa, Scritture della creazione. In dialogo con Maurice Blanchot e Jean-Luc Nancy, suggeritomi da un amico dopo lunghe discussioni, sul problema del “neutro”: il silenzio che viene prima di ogni cosa, colmato dalla natura ambigua della parola, che vorrebbe svelarlo, ma la cui ambivalenza invece lo maschera: la parola ha presa sul mondo oppure lo nasconde? Nel Cratilo di Platone si tratta dello stesso problema. Non è un caso che si ritorni oggi, dopo più di duemila anni, a discuterne. L’uomo della caverna, una volta emerso alla luce, ha rinunciato almeno a una fondamentale verità: quella delle visioni, quella del silenzio che tutto origina. Ecco, io aspiro a una parola che graviti attorno al mistero di questo silenzio da cui proveniamo: che superi le antinomie tra mondo e coscienza, come solo la poesia può fare.

G.G.: Forse sta tutta, e la vita e la poesia, tutta qui… nel breve strazio / della giovinezza.

 

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