La poesia neo-lirica di Alessandro Moscè. Nota su “La vestaglia del padre”

La poesia neo-lirica di Alessandro Moscè.
Nota su La vestaglia del padre (Nino Aragno Editore, 2019)
di Elisabetta Monti

 

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Poeta, narratore e critico, ha dato alle stampe la sua ultima raccolta in versi dal titolo La vestaglia del padre (Aragno 2019).
Le parole sono riservate ad un momento cruciale: il distacco dal genitore che viene ricordato immediatamente in una trama di senso, nella sponda temporale che va dall’ospedale alla giovinezza, tra le città di Ancona e di Roma, in una passione che accumunava i due protagonisti: il calcio e la Lazio, centro luminoso di un agonismo che Moscè mantiene febbricitante anche nell’esistenza, nel duello impari tra la vita e la morte, in una malinconica vicinanza tra oggi e ieri, nel dramma della separazione fisica e nella congiunzione ideale a selezionare episodi familiari, gesti quotidiani, tensioni assolute. La partita della domenica risveglia un legame non solo di sangue trasferito negli oggetti “che parlano”: le ciabatte, i biscotti, il televisore, il bicchiere, la schiuma da barba, appunto la vestaglia.
Una poesia neo-lirica che è anche voce incessante che dà origine alla comunione tra l’aldiquà e l’aldilà, immersa in una distillazione affettiva sotto forma di melodia referenziale, compatta e misurata nella sospensione della coscienza di un’età ferita e di un’infinita speranza di rivedere, chissà dove e chissà quando, l’amato padre.

Elisabetta Monti

 

Padre e figlio, la domenica

Papà, quel passo oltre la soglia del reparto
strappato al tuo respiro, l’ultimo, il più lungo
per una vigilanza tra noi
che non ci guardiamo più
nello spazio sciolto
di occhi alla finestra rigata,
di pigiami ora ripiegati nei cassetti
e di ciabatte custodite nella scatola.

Le tue mani magre e unite
mi indicano un segno invisibile,
la tua bocca un muto linguaggio
per noi che ci siamo stretti il petto solo dentro gli ospedali,
io da piccolo, tu da anziano,
amati davanti ad un televisore
nel prato verde di palloni spioventi
e di ingressi bianco-celesti in area di rigore,
di padre in figlio, domenica dopo domenica.

I cuori non inceneriscono
come le ossa dei defunti,
rimangono nei sorrisi apparecchiati
prima della colazione e dopo pranzo, sui divani,
sulle molliche dei biscotti posate in ordine sparso
da sabato scorso, nel taglio tra la luce e l’ombra,
nella fiamma del ricordo in un punto cieco

 

Non so dove sei o finirai,
in quale ruota del tempo invisibile
cammini con la giacca slacciata
come a trent’anni sul porticciolo.
Difficile credersi immortali in una fotografia
che tanti occhi hanno guardato
nei baffi scuri dietro al bicchiere d’acqua.
Un cristallo e un’ombra svaniti,
un dettaglio per gli occhiali,
nelle parole soffiate a febbraio
mentre la televisione mi fa compagnia
nel canale riservato al tennis,
il tuo preferito, papà,
per quelle volées incrociate de revers,
frammenti che accendono le lampadine della sala

 

Ho preso in mano il tuo cuscino dove un capello curvo
ha l’impronta del viaggio serafico
dove custodisci la giovinezza di Ancona e di Roma,
uno specchio in stile francese antico
per la barba con la schiuma al mentolo,
scorgendo un profilo da attore prima di infilare i guanti di pelle
come sul porto di Ancona, a San Ciriaco nel 1957,
nell’orizzonte della nebbia sfidata dal faro
e dal suono dei traghetti che gettavano gli ormeggi.
Sul Colle Guasco tenevi per mano un’intera vita,
il tuo passo sicuro tra i segnali marittimi
della navigazione costiera,
traccia dei tuoi imbarchi d’amore

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