Attualità dell’hidalgo: su “La cospirazione dei tarli” di Andrea De Alberti

Tra le grandi invenzioni del romanzo di Cervantes, c’è quella di aver fatto del corpo dei due protagonisti la metonimia perfetta dell’anima e del carattere. Longilineo e verticale Don Chisciotte, prossimo a svanire per difetto di consistenza come le sue stesse astrazioni; robusto e tarchiato il suo scudiero Sancho, tendente verso il basso secondo esigenze e bisogni primari. Mi pare che Andrea De Alberti sia partito da qui per la riformulazione di uno dei primi archetipi della modernità, in un volumetto recentissimo che di fatto ne sprigiona le ulteriori possibilità simboliche (La cospirazione dei tarli. L’universo di Don Chisciotte, Interlinea 2019). È spesso un’operazione di grande resa (e di grande interesse per il sottoscritto) ogniqualvolta una scrittura contemporanea si mette per così dire a cavalcioni di una figura ereditata: valga per tutte il Tiresia di Giuliano Mesa, dove il personaggio risemantizzato incarnava la necessità di un ritorno al tragico, inteso come sguardo su disastri poco appariscenti e capacità di raccontarli (su Poetarum, parecchio tempo fa, qui). Direi che molte immagini memorabili del libro di De Alberti si presentano quindi all’insegna della verticalità, lungo una traiettoria basso-alto che va dall’aderenza alla realtà e al mondo fino al progressivo dissiparsi dell’io e del corpo. Di questa tenuta fragile è testimone lo stesso Cervantes, di cui La cospirazione dei tarli si configura come una sorta di “biografia poetica” (dalla quarta di copertina), attraversata da altre figure a rischio di dissolvimento, il pittore Pacheco ossessionato dai tarli nel legno come l’hidalgo da quelli della mente, e perfino il re Filippo, incontrato “un giorno a un bivio” (p. 57), correlativo di scelte sbagliate e al limite disastri di invincibili armate. Ma è ovvio che questa poesia parla a ciascuno di noi, alle nostre donchisciottesche aspirazioni, ce ne fa sentire tutta la fragilità e insieme il coraggio, come già il romanzo ne aveva mostrato il ridicolo unito alla nobiltà.
“Cosa significa alzarsi, cosa è pesante” (p. 38) potrebbe già essere la domanda del Chisciotte cervantino, fa vibrare al suo interno il conflitto con il reale, la difficoltà nel discernere, l’essere tenuti a terra dall’illusione simmetrica e opposta, che il mondo sia soltanto ciò che si vede: “posiamo la testa sulla ragione come i cani/ sulle ginocchia dei padroni” (p. 16); “Sancho Panza era un tempo di schiena/ seduto in un’euforica agonia” (p. 19). Indica poi il movimento ascensionale che prende questa scrittura, quasi a ripetere la silhouette affusolata del cavaliere malinconico ed errante: “se questa è la mia vita il vertice è invisibile” (p. 9), “Questa formula è una differenza di livello” (p. 17), “La direzione di uno slancio, uno schema/ verticale del tempo,/ l’ago della bussola sulla punta della lancia” (p. 25), “il desiderio di volare/ tipico dei bambini e degli adulti con disturbi” (p. 29), mentre lo stare seduti di schiena è appunto dalla parte di Sancho, e in qualche modo di un esistere accontentandosi. Ma nel grande modello il pathos del sogno era continuamente contraddetto, come sappiamo, dalla comicità del personaggio, grandioso ma ridicolo, grandioso proprio perché ridicolo nel suo continuo infrangersi contro la realtà. Qui l’urto con le ragioni del mondo passa invece attraverso lo sguardo retroattivo dell’autore (Cervantes/ De Alberti), che contempla il vuoto del corpo spettrale, la velleità delle nostre risoluzioni impossibili, dei nostri eroismi inutili: “Ho tolto il suo peso a un uomo perduto” (p. 27), “Non potrei dire altro su questo malato” (p. 60). Il corpo spettrale è però anche quello di Cervantes, del quale manca un ritratto sicuro (Pacheco disturbato dai tarli non concluderà la sua opera), e che si ricongiunge quindi con il suo personaggio in un incessante gioco di specchi, Cervantes sulle tracce del Chisciotte, Cees Nooteboom sulle tracce di Cervantes nella seconda metà del Novecento: “Un giorno Cees Nooteboom chiese alla priora:/ Cervantes è sepolto qui?/ La risposta fu:/ Sì, ma il suo corpo non è qui./ Come somiglia la tua morte alla tua vita” (p. 39).
È un libro costruito per lampi narrativi e piani sequenza affollati (Lepanto, Cervantes prigioniero ad Algeri, la figlia Isabel), che si addensa poi di colpo in una metaforicità che spinge nel senso della contraddizione irrisolvibile, dell’identità frantumata – tema barocco riformulato in chiave fortemente psicologica: “Sono un cane,/ uno che abbaia e l’altro che ascolta,/ ma non ho mai capito quale” (p. 56); “chiesi al mio fantasma di non fare/ ciò che non ero in grado di sognare” (p. 61). Più che di oscurità parlerei quindi con Fortini di difficoltà, per i tanti riferimenti più o meno evidenti al romanzo e alla vita di Cervantes, che danno il senso di una mitografia scomposta, di un grande passato frantumato. Risulta invece immediatamente percepibile la brusca e continua escursione dalla realtà al sogno, da ciò che si è a ciò che si vorrebbe essere, ed è questa, come detto, l’oscillazione figurale che scuote tutta l’opera: “…una fatalità capovolta:/ mentre stai leggendo un libro/ accorgersi che lo stai già scrivendo” (p. 21); “…nel 1605 uscì il Don Chisciotte./ Adesso andate tutti affanculo./ Gridai in una giornata di sole/ con la faccia rivolta al soffitto” (p. 47); “cambiare o non cambiare rimane/ l’unico problema da risolvere” (p. 57). I due versi che incorniciano il libro (“Don Chisciotte è un po’ di noia sotto il braccio”, “Cervantes è un po’ di noia sotto il braccio”), oltre a fissare l’identità tra personaggio e creatore, sembrano richiamare così disposti l’altro grande autore fondativo della modernità, se volessimo parafrasare per gioco: “siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni, circondata dalla noia è la nostra breve vita”. Laddove noia si carica di tutto un deposito di implicazioni letterarie e culturali che coinvolge il dramma stesso della consapevolezza di sé: “So tutto, non so niente,/ la negazione afferma la vita” (p. 37); “Al numero 20 c’è la mia casa, nella Madrid/ che non riconosco” (p. 43). Don Chisciotte al di là del romanzo diventa figura del nostro mancare la presa sul mondo, non essere mai dove vorremmo, appena abbozzati come in quel meraviglioso schizzo di Picasso, non a caso scelto per la copertina.

@ Andrea Accardi

 

Questa formula è una differenza di livello,
una relazione possibile tra due vite
in un cammino curvo.
Non dovrei fare ciò che faccio,
è senza dubbio bello vedere le cose,
ma non farne parte.
Così mi sono attribuito una figura,
un cavallo, un’alterazione nervosa
per una donna chiamata Dulcinea,
l’inconveniente di un’anima buona.
I contadini costruiscono falsi posti di blocco e
sono sicuro dell’esistenza dei mulini a vento,
ma vi faccio credere altro, infrango le leggi
e voi vi infatuate del mare e delle vie sotterranee.

 

Quando mi addormentavo mi vedevo riflesso.
Trasparenza che diventa tristezza.
Nel sonno la luce pomeridiana
Era a volte senza una meta,
il respiro che cerca di salire.
Perché non ci conosciamo?
So tutto, non so niente,
la negazione afferma la vita.
La felicità è una palla infuocata.
Adesso ve la passo.

 

Un monaco trinitario mi liberò dalla schiavitù.
Ora sono sepolto in questo convento a Madrid
vicino a un dispaccio di carbone
e a un negozio che vende churros.
Un giorno Cees Nooteboom chiese alla priora:
Cervantes è sepolto qui?
La risposta fu:
Sì, ma il suo corpo non è qui.
Come somiglia la tua morte alla tua vita.

 

L’avvenire non è rappresentare le cose,
lo scopo non è qui,
tanto che, facendo un altro passo, entrerete
in intimo rapporto con un orizzonte nostalgico.
Andate e riscattate il sepolcro di Don Chisciotte.
Vi faranno delle domande,
ci sarà sempre qualcuno che vi chiederà
quando gli esporrete il progetto:
E poi?
Voi rispondetegli:
E prima?

 

Uscii all’avventura da un passaggio segreto
obbedendo a un’ispirazione cieca.
Mi ritrovai in una landa,
minuscolo punto di eternità.
Non volevo che la mia allucinazione
diventasse collettiva,
folle ma non stupido,
uno stendardo della fantasia.
Fece ridere il mondo intero senza fare mai una battuta,
scrisse Unamuno.

Un commento su “Attualità dell’hidalgo: su “La cospirazione dei tarli” di Andrea De Alberti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: