Francesca Del Moro, Due poesie per Isabella Viola (e per un film di Daniele Vicari)

Acquerello di Francesco Barnabei

 

Due poesie per Isabella Viola

 

Canzone per Isabella

Passa puntuale
la metro di Roma
ma la giovane donna
non sale.

Si accosta una signora
le chiede che cos’ha
e poi se ne va
senza avere risposta.

Spalle al muro, seduta,
con in grembo la borsa
la giovane donna
neppure si volta.

Stamani la serranda
del bar si alzerà tardi,
non ci saranno dolci
fragranti sul bancone.

“L’ho chiarito al colloquio”
le ha detto il padrone
“Sette giorni su sette,
non uno di riposo.
Mi spiace se stai male,
prendi una decisione.”

E intanto passa ancora
la metro di Roma
sotto lo sguardo assente
della giovane donna.

Non tornerà stasera
a casa a Torvaianica,
non mangerà da sola
la pasta riscaldata
non metterà a dormire
i suoi quattro bambini
non fumerà in balcone
insieme a suo marito.

Non sentirà la sveglia
alle quattro del mattino
non guarderà più l’alba
da dietro il finestrino.

Il suo cuore ha deciso
e, seduta, occhi chiusi,
nascosta tra la folla
che marcia al suo lavoro*
la giovane donna
finalmente riposa
mentre passa e ripassa
la metro di Roma.

* verso tratto da La ragazza Carla, di Elio Pagliarani

 

 

Isabella ha il viso fragile
di mattina
e un cappotto rosso.
Prima dell’alba cammina
con gli altri pendolari
sul ciglio della strada.
L’autobus si è rotto
ne aspetteranno un altro
faranno tardi al lavoro
sono già stanchi.
Spalla contro spalla,
ciascuno è solo
cammina a testa bassa,
si chiude nelle braccia
per proteggersi dal freddo.
Se solo alzassero gli occhi
per un momento
e si riconoscessero
le loro mute bestemmie
diventerebbero rivolta.

Potrebbero
cambiare il mondo
col loro odio.

Queste poesie nascono da due scene di un film, Sole cuore amore per la regia di Daniele Vicari, uscito nel 2016 e recentemente riproposto in televisione. Il film è a sua volta ispirato a una vicenda salita brevemente agli onori della cronaca nel 2012: la morte di Isabella Viola, stroncata da un infarto a 34 anni proprio la mattina del 18 novembre, sulla banchina della metro A di Roma. Per mantenere quattro figli e un marito disoccupato, Isabella lavorava a tempo pieno sette giorni su sette in un bar e solo la domenica aveva il pomeriggio libero. Abitava a Torvaianica, sul litorale romano, e per raggiungere il posto di lavoro si alzava tutti i giorni alle 4 di mattina, prendeva il bus del Cotral fino alla stazione Laurentina, saliva sulla metro B fino a Termini, poi sulla A fino a Furio Camillo e infine proseguiva a piedi fino al quartiere Appio Tuscolano. La sera rifaceva il percorso nella direzione opposta e arrivava a casa giusto in tempo per giocare un po’ con i bambini e metterli a letto. Durante uno di questi viaggi quotidiani, Isabella è morta perché non ha potuto permettersi il lusso di curarsi. Non avendo un contratto, se si fosse assentata per malattia non sarebbe stata pagata. La sua morte è in realtà un omicidio il cui primo responsabile è uno Stato che da oltre un trentennio legifera contro i lavoratori e da tempo promuove una cultura dello sfruttamento, che si allarga a macchia d’olio dalle finte partite IVA ai braccianti agricoli reclutati per sfinirsi nei campi e dormire ammassati nei container ai rider disconnessi dalle app fino ai ragazzi pagati 3 euro e 40 l’ora per lavorare a Lucca Comics. La vicenda di Isabella, nel film magnificamente interpretata da Isabella Ragonese, è una di quelle storie di sacrificio, fatica e ingiustizia che interessano poco la politica, che non appassionano gli intellettuali, che non diventano virali in rete. E allora vale la pena ricordarla.

© Francesca Del Moro

 

Per approfondire:

https://www.ilmessaggero.it/roma/storie/donna_morta_metro_madre_4_figli-192424.html
http://www.elenaborghi.com/2013/12/03/isabella-viola-principessa-torvaianica-lavoro-nero/
http://www.stampacritica.it/Primo_Piano/Voci/2012/11/30_Isabella,_morta_di_fatica.html

 

 

 

 

 

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