Bustine di zucchero #22: Ivan Lalić

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Lalic- Copia

Una sentenza attribuita a Catone il Censore, riferita all’arte oratoria, dice che se possiedi i fatti, le parole seguiranno da sole, questo per significare che, conoscendo a fondo un argomento, emerge con spontaneità la capacità di esporlo in un discorso gradevole e con le parole giuste. Credo che il detto possa ritenersi valido anche per la poesia. Le parole consegnate alla pagina sono il risultato di una sedimentazione avvenuta tempo prima nell’introspezione del poeta, un depositarsi “negli anfratti” in un processo di cura, attenzione, trasformazione, che riflette l’assiduità e la consuetudine con un argomento o un’esperienza diretta. Per questo la poesia – tanti poeti l’hanno dimostrato – non può prescindere da un particolare momento della coscienza che viene continuamente a contatto con la “cosa”. Nel caso dell’uomo e poeta serbo Ivan Lalić, egli fu visitato da due momenti traumatici; alla sua porta bussarono la guerra con un raid aereo a Belgrado nel 1944 e, in seguito, la morte della madre per tubercolosi, ragion per cui la sua scrittura frequentò un mondo fatto di specchi, morte, pericolo, ricordi, luoghi, ma sempre riportati nella veste del canto e nel desiderio di evocare l’esistenza nel suo respiro più lirico e ricco, respiro che si riflette in maniera naturale, ma non meno raffinata, nel linguaggio. Nell’indicare la via verso la verità del suo tempo, Lalić interpreta l’esistenza come una lotta fra il visibile e l’invisibile, rimarcata con frequenza in diverse poesie; se al visibile è fedele perché è la realtà a parlare, all’invisibile dedica la sua ricerca più insistente, tradurlo in immagini, perché non diventi vano sforzo, vana speranza, essendo la finalità coraggiosa, ovverosia «vestire di carne l’astrazione» (Nota sulla poetica), dare sostanza umana e vibrante alla metafisica. Questo atteggiamento ricorda molto il poeta bosniaco Izet Sarajlić: «Ecco, fintanto che il vento non disperde le nuvole gonfie,/io non riesco in alcun modo a occuparmi di qualcosa di concreto,/io guardo – le rondini» (Alla maniera di Heine). È l’attitudine a fare spazio alla vita sulla pagina nonostante il dolore che abita l’essere umano. Rem tene, verba sequentur. Tenere, come fra le mani, quanto conosci e vivi, per saperlo dire, per dargli un nome.

Bibliografia in bustina
Ivan Lalić, Poesie, Milano, Jaca Book, 1991, p. 143
Izet Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte, Torino, Einaudi, 2012, p. 61

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