Rinasce un’impresa. Su “Poesia e destino” di Milo De Angelis

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Rinasce un’impresa. Impavida per essenza e improrogabile per amore.

di Cinzia Thomareizis

 

Poesia e destino è percorso da un unico fremito, da un solo obiettivo, dall’imperativo categorico di buttarsi nell’impresa, di ubbidire all’impresa, di realizzare l’impresa. Ogni sezione, ogni capitolo, voce, racconto fluisce lì: se non fosse Poesia e destino il suo titolo sarebbe L’impresa.
Non per caso è coevo di Millimetri (1983), che fonda consapevolmente, rivendica poeticamente proprio l’impresa: con grido calmissimo e ardore pietrificato, con un’urgenza tanto assoluta e indiscutibile da gettarsi direttamente nel centro di quella circonferenza cui ogni poeta mira. E forse (ripeto, forse…) questo richiamo o desiderio o mito dell’impresa, porta con sé anche un’eco di Franco Fortini, non nei contenuti che furono osteggiati, ma nel tono che non ammette repliche, nella postura da combattente – che innegabilmente si respira e che somiglia all’accento temibile che scorre talvolta in Fortini, frequentato con continuità da Milo De Angelis per anni.

Ma colui che scrive è un giovane uomo, che investe il testo dell’inflessibilità adamantina dei suoi anni. Un poeta con l’udito teso e una mappa da tracciare per riconoscere l’impresa. Non si può definire però un libro di fondazione. Più volte l’autore ha chiarito che la sua è una poetica dello svelamento, che ha radici, tra gli altri, in Cesare Pavese e come lui non sceglie la via della fondazione (…) ma di svelare – attraverso un cammino obbligato e rituale, magico e propiziatorio – qualcosa che già esisteva e che ci aspetta da sempre. Poesia e destino indica questo cammino obbligato e, con la forza assertiva della giovinezza, colloca i suoi punti cardinali senza inseguire un processo di invenzione, senza la volontà di fondare un nuovo linguaggio – come in seguito è stato chiarito e ripetuto anche dallo stesso De Angelis: mostra piuttosto quanto già è in essere e attende il poeta, il quale con orecchio affilato lo accoglie e lo riconosce come origine e bersaglio dell’impresa. Il libro svela questo.

Poesia e destino si apre col silenzio e si chiude con una enunciazione: voglio solo parlarvi… Siamo nello stesso cerchio, o meglio, nello stesso flusso: il silenzio che è figura della potenza dettante, è il silenzio mitico dove origina la parola che in quanto tale esige una durata: dal silenzio delle due note, in cui risuona l’insegnamento di Krishnamurti, giunge alla voce del ragazzo dell’ultima sezione che chiude il libro: una dichiarazione – voglio solo parlarvi – disarmante nel suo candore, che nelle opere a venire perdurerà e nell’ultimo libro Incontri e agguati verrà scandita con precisione nelle sue tre sezioni: vieni amico mio, ti racconto – e io esco, come vedi/dalla mia pietra per parlarti ancora – in carcere bisogna parlare. L’impresa si compie in solitudine ma non in isolamento, si realizza pienamente in un cammino di umanizzazione che ha radice teorica in questo libro del 1982. L’impresa appartiene alla dimensione umana, questa è la buona notizia che Poesia e destino annuncia, affollandosi di volti e nomi, lasciandosi attraversare da un coro di figure, in carne e ossa o immaginarie ma non per questo meno reali: figure del mito, della poesia, della letteratura, le voci dei tanti poeti ricordati, dei maestri indiani, i giovani della sezione Episodio, gli struggenti ritratti della sezione Voce.

Se l’impresa scaturisce nella dinamica della relazione, Poesia e destino nel suo insieme appartiene però a una dimensione precedente, profetica o divinatoria; da questo punto di vista il libro più che a un tu sembra rivolto a un che vuole affermare «questo sei tu stesso», e dunque marca nel suo cielo, analogamente al Niebo di quegli anni, le stelle polari che orienteranno per sempre il cammino, oggi questo possiamo dirlo. Non si tratta della ricognizione del noto ma di una chiamata a raccolta di voci che si posizionano in una cartografia e concorrono a marcare i cardini di una virtus che correrà negli anni a venire per tutta l’opera. In questo senso è forse il libro più biografico, quello in cui l’io più si espone senza sublimarsi immediatamente nell’io lirico. L’organicità di questo testo non è immediata, sembra venire alla luce nel corso del tempo, nell’avverarsi della profezia, nella coerenza e fedeltà ai temi di cui oggi è manifesto il valore centrale o di principio. E nel suo inesauribile amore per una parola che qui si offre risolutamente monsonica, pur rivelando talvolta anche un accento placato – negli studi narrativi indiani, in Voce: il segno di come sarà «dopo».

Non potrebbe essere diverso, la parola poetica nasce secondo Poesia e destino dal connubio tra Logos e genialità sanguinaria: poesia e teoria devono essersi amate perché la parola giunga a quel punto in cui sangue e pensiero sono una cosa sola. Qui si spalanca la porta delle regioni sconosciute della poesia, per cui molti anni più tardi sarà possibile dire: non scrivi ciò che sai ma cominci a saperlo scrivendo. Chi conduce è la parola-sangue. Ma la pacatezza del tono della maturità non sconfessa la necessità del tono furente del ragazzo-poeta: occorre furore bellico per realizzare l’impresa. Si innesta proprio qui la potenza generativa della splendida amazzone, vergine guerriera, che non può esaurirsi in comuni mollezze nuziali o sentimentali. Ecco che il furore bellico impregna la totalità del proprio essere, perché il destino sta tra lo zodiaco e la scelta, né sentiero obbligato né sentiero del bivio: il bambino accetterà interamente questo unico fuoco, così come Ifigenia si inoltra fieramente nella morte e Achille può diventare eroe: l’impresa è la fiumana a cui entrambi appartengono e dove possono riconoscersi consanguinei. E la tragedia è quell’unico luogo destinale in cui si formano bivi che non esistevano, quell’istante forestiero e aurorale su cui geometricamente insiste un destino. Per compiere l’impresa, l’eroe o il poeta tradurrà il destino, che come una semiretta ha origine in un punto (non dal caso), in una semiretta orientata in direzioni non univoche – inabissamento e volo, movimento poeticamente fecondo di andata e ritorno. Dovrà per questo andare a capo, dare corpo alla spaccatura allo stesso modo di Antigone: amando la legge in forma tanto intransigente da superarla, annientandola.

L’impresa ora comanda. Gli ordini non si discutono: scaturiscono da una visione totale della poesia che impone dove spezzare la frase, fuori da ogni tornaconto o cosmesi. Lontano dalla mimesi come dalla catarsi. Così viene segnato un confine in cui non c’è spazio per sperimentalismi né storicismi, come verrà spesso ribadito dall’autore nel corso degli anni. Il pane che si mescola al sangue – verrà scritto tempo dopo; fare dell’esperienza il suo interno trascendersi – dice il libro, dove Vangelo e Veda sembrano avvicinarsi: Poesia e destino ambisce al sacrum facere.

Ma non mira alla salvezza. La precisione di linee e di destino si trova infatti nella mappa che hai lasciato a terra: non c’è salvacondotto – devo ripetere l’errore ma non per salvarmi: nessuna meschinità di salvaguardare se stessi. Qui si colloca il cuore del capitolo Impresa, forse cuore stesso del libro (pp. 92-93 Ed. Cappelli; pp. 94-95 Ed. Crocetti) con l’evidente correlazione allo Studio narrativo su Yudhisthira (p. 128, Ed. Cappelli; p. 131, Ed. Crocetti): una mano annaspa e una mano amica l’afferra. […] La mano sinistra aveva afferrato la sua stessa destra. Ma non c’è salvezza se non si osa cedere alla morte, se non si ama la morte senza riserve come Proserpina, perché il sole torni a splendere sulle stagioni: ecco la via della rinascita – in quest’unica vita / ricerca della strada non percorsa – che animerà tutta la poesia a venire. Perché bisogna essere stati morti per risorgere, come indicherà con decisione quasi trent’anni dopo Quell’andarsene nel buio dei cortili.

Grecia, India, profezia veterotestamentaria e cristianesimo si fondono in Poesia e destino in una visione cosmoteandrica che esige una discesa al fondo, che invita a guardare ancora per vedere i tesori che ci sono e chiamano. Per fare questo occorre esporre la propria vulnerabilità e abbandonare il conforto della paura: così si va incontro a quella bellezza fulgida e disumana che esiste ma si trova sepolta, così si traduce la sofferenza senza motivo in inno. Il poeta per fortuna e per forza entra senza indugio nella tragedia. Allora nasce il canto e si delinea la poetica del porto sepolto (di ungarettiana memoria), del ritorno, il senso del tempo come intreccio di tempi, come un centro che guizza tra le date, perché amare interamente l’unicità di quell’evento significa farlo apparire in un tempo che si fa continuato – sdegnando ogni confronto tra evento e variante, pena la perdita dell’adolescenza. Poesia e destino conteneva già tutto questo.

… con un guizzo infantile le forbici tagliano il cerchio in un punto per svolgerlo e farne una linea (…) e la linea appena nata fugge a perdita d’occhio, come quando si ritorna di sera in un campo di atletica e i quattrocento metri si allungano nei passi di coloro che li hanno percorsi …

Allontanarsi dall’adolescenza significa allontanarsi dai poeti: purezza, obbedienza al patto, alla radice giurata insieme a chi si amava, decisione di darsi per intero all’impresa, avventura di consanguinei – fratellanza nobile della banda: il campoteatro dell’impresa – si fa luogo assoluto, sciolto da ogni altra lusinga. Nell’immagine della squadra/banda si coniugano dunque adolescenza, gesto atletico e impresa: la grandezza del mito atletico è imprescindibile da quella dell’adolescenza e della banda, le quali hanno un’impresa da compiere… Il campo, evocato in tante poesie, è un regno, una patria, un luogo di guerra e ubbidienza alla legge, di misura di valore, è luogo d’appartenenza, luogo della comunità inflessibile ma giusta. Lì si manifesta l’aperto sorriso del mondo, dirà in futuro un verso solare, e con esso il ricostituirsi di un ordine: il poeta non può essere  spettatore del gesto atletico, il suo deve essere lo sguardo greco dell’atleta – energia sacra e belligerante che fa dell’esercizio atletico uno degli aspetti più contigui alla trascendenza. Questo va testimoniato poeticamente: lo splendore del gesto atletico si fa immagine del caos che diventa ordine necessario delle cose, è questa la necessità che qui si esplicita e che percorre l’opera precedente e successiva a Poesia e destino. Qui si radica l’impresa poetica che mira a comprendere in un unico abbraccio cronaca e musica delle sfere, unicità dell’evento e durata. Una visione non dualistica (o quella che attraverso la via del dualismo tocca la coincidenza), la quale investe la dimensione umana dell’impresa di quella bellezza che travalica l’umano, ne costituisce la sorgente trascendente e allo stesso tempo la informa: io stesso sono quelle forze può scrivere il poeta. Ogni poeta lo è se entra in quella visione, dal momento che sto per avere già scritto, dove il «già» marca un’anteriore di cui sarà possibile trovare le parole. Qui si accende una luce su cosa significa un dettato, umano e oltre umano allo stesso tempo, la bellezza e l’ordine delle cose, il punto fermo.

Per accostarsi a Poesia e destino il lettore deve avere a sua volta  un udito ineccepibile e la falcata decisa. Chi non può pronunciare come un giuramento le seguenti parole: questa sete in cui piomba la nostra vita è amata subito – non legga Poesia e destino. Dal momento che l’impresa è imminente.

© Cinzia Thomareizis – Ottobre 2019

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