Bustine di zucchero #19: Natan Zach

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Zach - Copia

L’usignolo è volato via. Come in esilio volontario e, nel pieno significato della locuzione latina attribuita al filosofo Biante, portando con sé tutto quello che ha: se stesso, la sua dignità. Ci si accorge ora dell’assenza quasi più della passata presenza, considerata ormai abituale, addirittura scontata. Un bene di comodo per allietare i momenti col suo canto? Ma, dietro la leggiadria, ne abbiamo ascoltate davvero le inflessioni, le modulazioni, la cadenza, la dizione? Siamo sicuri che, nella dolcezza della melodia, non vi fosse tristezza? Forse, col senno di poi (ma perché sempre poi?), qualcuno si rende conto dell’importanza di quest’uccello che, ci ricorda Pausania, quando era tempo di nidificare, si posava sulla tomba di Orfeo, e allora il suo verso si faceva più forte. Altri invece, come leggiamo nei versi di Natan Zach, non prestando molta attenzione alla dipartita dell’usignolo, criticano persino la sua dote naturale, si chiedono della sua utilità per poi concludere che se ne può fare benissimo a meno. Si può fare a meno del canto? Si può fare a meno dei poeti? Definita da Ariel Rathaus una “poesia del disagio” quella dell’ultima fase dell’autore israeliano (L’usignolo non abita più qui dà il titolo ad una raccolta del 2004), la scrittura di Zach esprime il dolore, il malessere «nei confronti della società in cui il poeta si sente sempre più isolato, disagio per la spirale di violenza che travolge in Medio Oriente tutto e tutti e che sembra ormai essere l’unico linguaggio politico possibile, per la crisi della poesia in un mondo irretito dai volgari incantamenti della comunicazione di massa». Nell’affrontare i temi attinenti alle sue origini e alla sua cultura (la ricerca irrisolta della patria, il conseguente senso di sradicamento e di esilio, la lingua quale luogo di verità), egli impiega uno stile scarno, essenziale, tagliente come il filo di una lama, ma vi riporta dentro un profondo e tormentato carico di umanità, per cui dietro la liricità si scopre un’ironia attraversata dall’amarezza e dalla commozione, senza rinunciare a fare della poesia la voce della coscienza. Se l’usignolo sceglie di migrare, e nella migrazione possiamo ravvisare simbolicamente il silenzio del poeta, figura talora inascoltata dai più, Zach sceglie al contrario di dar timbro e suono a questo silenzio. Ancora una volta, è la necessità impellente di trovare una via per riscattare l’uomo dalla sua fragilità. Si può, quindi, fare a meno dei poeti?

Bibliografia in bustina
N. Zach, Sento cadere qualcosa, Torino, Einaudi, 2009, pp. xii, 173.

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