‘Il rumore del mondo’ di Benedetta Cibrario (nota di Patrizia Grassetto)

Benedetta Cibrario, Il rumore del mondo, Milano, Mondadori, 2018, pp. 756, euro 22

“Benedetta Cibrario sembra aver vissuto completamente immersa nella prima metà dell’Ottocento”. Questa è una dichiarazione spontanea che si può pronunciare dopo la lettura di questo romanzo ambientato nel Risorgimento e che meritatamente è arrivato tra i finalisti del prestigioso Premio Strega, romanzo le cui immagini costruite dall’autrice passano innanzi come in uno spettacolare film in costume.
La narrazione si svolge sciolta, con levità nella sua ricchezza di eventi, dove il filo della vita scorre con il filo della seta. È d’interesse la capacità di raccontare ambientando con precisione la storia, nei fatti realmente accaduti, nell’evolversi del tempo storico risorgimentale della vita contadina ma anche dell’industria che sta nascendo, in particolare nelle filande, trattando di riflesso anche i temi di una nuova nascente economia con un approfondimento che stupisce.
Pur essendoci una protagonista dichiarata, tutti i personaggi sono sviluppati in modo tale da non risultare secondari: ne viene descritto l’aspetto fisico ma soprattutto l’aspetto caratteriale, il lato emotivo, la sensibilità interiore mostrando i comportamenti con una ricchezza di particolari da farli sembrare reali, in carne ed ossa, e quasi filmici.
È evidente quanto l’autrice si sia documentata e immedesimata, quanto abbia indagato le fonti e quanta ricerca ci sia dietro un romanzo così completo che, pur essendo corposo nel testo, si legge senza attese, da subito, anche per la capacità di toccare con la narrazione temi diversi, ad esempio quelli dell’educazione femminile e del ruolo della donna all’epoca.
Anne Bacon è una fanciulla inglese cresciuta, assieme alla sorella, da una istitutrice democratica, convinta che qualcuno avrebbe dovuto sollevare il tema dell’istruzione femminile e che le ha aperto gli occhi sul mondo. Anne e Grace sono figlie di un ricco mercante di seta rimasto vedovo in giovane età; impegnato nel suo lavoro − che anche la figlia Anne imparerà a conoscere − è però molto amoroso con le figlie.
Divenuta adulta Anne conoscerà l’ufficiale piemontese Prospero Carlo Carando de Vignon, i due si innamoreranno decidendo di convolare ben presto a nozze. L’ufficiale verrà però richiamato in Italia per cui la moglie dovrà affrontare il viaggio verso la nuova casa a Torino da sola, con la fida cameriera Eliza e l’accompagnatrice Therese Manners, donna viaggiatrice, dalle mille curiosità, tanto da affermare: «Il viaggio è il più filosofico dei piaceri, perché si può viaggiare tanto sulle strade carrozzabili, tanto sui propri pensieri». Ne risulta una figura moderna, attuale, per l’epoca una donna evoluta, che pensa con la sua testa senza costrizioni, aperta verso il mondo.
Durante il viaggio Anne contrarrà il vaiolo. Dovrà sospendere il percorso e fermarsi per affidarsi alle cure premurose di un medico di paese. Si salverà dalla malattia, dopo sofferenze nel corpo ma anche nello spirito; questa le lascerà delle cicatrici deturpando la delicatezza della sua bellezza, mettendo addirittura in crisi la sua unione coniugale. Nulla sarà infatti come sperato per lei.
Giunta a Torino conoscerà il suocero burbero e tradizionalista con il quale dovrà convivere sotto lo stesso tetto. Percepirà lì come i segni lasciati dalla malattia, che poi nel tempo si affievoliranno, siano per tutti un problema, eppure la saggia Therese le suggerirà «che la bellezza è uno strumento che manovrato malamente può essere di impaccio più che di aiuto. Non fate affidamento sull’avvenenza, appoggiatevi a qualche altra cosa». Una sorta di presagio, questo suo, e un augurio: per guardare “dentro e fuori” dal rumore del mondo.
Mentre il marito si allontanerà sempre più dalla moglie, sia per gli impegni militari (in parte fittizi), sia per frequentare sfacciatamente l’amante Ortensia, il burbero suocero si avvicinerà alla nuora cogliendone la delicatezza interiore, l’intelligenza, la gentilezza dei modi, la compostezza del comportamento anche quando saprà del tradimento del marito, l’impegno della beneficenza, e l’amore per la campagna − cosa che li unirà.
Nel matrimonio di Anne non ci saranno né fiamma né disagi: anche la tormentata consapevolezza di essersi sposata per errore nel tempo si affievolirà per lei che, con compostezza, accetterà questa situazione. Riuscirà infatti ad avere altri interessi: la costruzione di una casa in campagna voluta dal suocero, la beneficenza e soprattutto la seta. Anne seguirà, fianco a fianco, l’avventura di quest’ultimo che si assocerà con un giovane brillante per intraprendere entusiasticamente la costruzione di un grande filatoio moderno, al fine di iniziare un commercio espansivo, tenendo tuttavia in considerazione le maestranze, che potranno godere di orari di lavoro più umani, di dormitori sani, di un ambiente decoroso.
Cresciuta con la seta che il padre commerciava e conoscendola nei minimi dettagli, Anne sarà coinvolta con interesse e passione in questa avventura. Al padre scriverà: «Non è stupefacente pensare a come sono ingarbugliati i fili dell’esistenza? […] Io lascio la mia cara famiglia e approdo qui, dove, a tante miglia di distanza, ritrovo ancora la seta». Un pensiero sottile il suo, che cerca significati in tutti i fatti della vita.
Con grande capacità stilistica e narrativa Benedetta Cibrario intesse prosa romanzesca e una fitta corrispondenza fra Anne, il padre, la sorella, e l’amica Therese, sul modello del romanzo epistolare, pur non ricalcandone la forma per intero. Le lettere, coinvolgenti, a volte intrise di parole non dette, portano il lettore a guardare negli occhi i personaggi, la loro personalità, il loro sentire. Tanto che si carica di significato l’ultima lettera del padre ad Anne, in cui egli le scriverà: «noi siamo immaginazione». Quasi un verso, senza dubbio un lascito di grande potenza filosofica.
La trama si intreccia con i fatti di cronaca del Risorgimento e con concetti nuovi per quel tempo: Cibrario accenna alla costituzione, alla libertà, alla democrazia, alla Patria, poi a Dio e a un sovrano “tentennante”, Carlo Alberto, che da vivo scontenterà tutti mentre da morto riuscì a diventare il re della causa nazionale.
Si chiude così Il rumore del mondo per l’autrice: «l’Ottocento è un secolo ridondante, enfatico, meravigliosamente ingenuo. È il secolo che vede il mondo diventare contemporaneo e le città assumere l’aspetto che hanno ancora oggi». Un’osservazione per ritornare alla (nostra) storia e per fare “storia”.

 

© Patrizia Grassetto

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