Pasquale Vitagliano, Del fare spietato

Pasquale Vitagliano, Del fare spietato, Arcipelago itaca 2019

L’ideale conversazione che conduco da diversi anni a questa parte con la scrittura di Pasquale Vitagliano – poetica, narrativa, saggistica – riguarda non solo gli esiti, bensì anche il farsi della scrittura, il suo continuo divenire. Mi sembra di poter affermare che, con piglio sempre molto consapevole sia circa le intenzioni comunicative sia circa le aree di osservazione di volta in volta messe a fuoco, sia, ancora, circa gli strumenti per la restituzione a chi legge, la scrittura di Pasquale Vitagliano si sia cimentata con questioni che vale la pena definire con aggettivi che giungono a noi dalla storia e dalla letteratura: “questione privata”, “questione meridionale”, “questione politica”, “questione etica”.
Con Del fare spietato la questione si estende, con un obiettivo che insieme si allarga e si definisce. Sì, perché la questione affrontata da Pasquale Vitagliano nella sua più recente raccolta di versi è la questione umana. Troppo ampia? Troppo vaga? Tutt’altro: la dedica al comune amico Gianmario Lucini, instancabile propugnatore di poesia, sorridente e dolente e rigorosissimo nell’individuare gli obiettivi centrati dall’ipocrisia e dalla devastazione imperanti, fa sì che il passaggio dal precedente Habeas corpus a Del fare spietato si manifesti come coinvolgimento totale di chi scrive e di chi legge. Non ci si può sottrarre, nessuna torre d’avorio è permessa, le illusioni che ci possano essere spazi per una qualsivoglia sinecura sono smontate pezzo per pezzo. Non si torna indietro, l’avaria individuata è pervasiva, l’allarme suona da tempo, nell’ignoranza responsabile e irresponsabile e nel colpevole insabbiamento. Il mondo è avariato: penso proprio a Störfall, tradotto con il titolo di Guasto, il racconto di Christa Wolf scritto a un anno dall’incidente di Cernobyl.
Il componimento iniziale dispiega proprio questo passaggio, con un’apertura che richiama un’altra famosa formula giuridica latina, Noli me tangere, con la differenza fondamentale che qui, invece dell’affermazione di un diritto civile fondamentale, si fa riferimento, piuttosto, a una situazione di rischio, di emergenza, di sospensione di prossimità: «Non mi toccare/ Sono rimasto sulle scale/ Salgo senza trovare più/ Le chiavi per tornare da dove sono venuto.» Sempre in questo componimento, è individuata una delle cause più dilanianti del mancato porre riparo al guasto profondo, ed è una causa definita oscena, indegna di essere rappresentata e parente di quel Vilipendio di cui scriveva Lucini nella raccolta che portava quel titolo: «Nostra oscena incapacità di camminare insieme.»
A Gianmario Lucini e, insieme a lui, all’interlocutore umano ‘universale’ sembrano rivolgersi le sette terzine che principiano con «Dove sei dove ti trovi in questo momento/ Io sono qui pensavo di essere finito/ E invece sono al sicuro e tu dove sei.// Dove sei adesso vedo in video i morti». Lo scenario è quello del giorno dopo l’Apocalisse; siamo sopravvissuti e incapaci di riconoscere l’altro da noi in questa ripetizione seriale del post-disastro.
Le allitterazioni accentuate non temono di farsi martellanti quando il j’accuse addita colpevoli e complici, ivi compresi i “social” maggiormente in voga nella manipolazione di comunicati e notizie: «Rutto erutto tremo vibro non cinguetto […] Spioni senza ideologia scemi simoniaci sfaldati».
Il distacco interno al logos tra lingua e idee è individuato con esattezza e con una resa spietatamente veritiera che, in più, ricorre all’uso ben calibrato delle rime interne: «Più idee che lingua/ Suole la lingua battere/ Duole l’idea cattiva/ È un’afta che rende orbi/ E invece non c’è lingua/ Senza un’idea che soffra». La privazione e la deprivazione linguistica è una spia della perdita integrale, del lutto, della solitudine, dell’abbandono, dell’essere esposti come gli infanti alla ruota di un tempo, della condizione permanente di orfani: «Siamo rimasti soli/ Privati di ogni lessico/ Sformati e senza canti/ Orfani randagi esposti».
Siamo arrivati al cuore della questione umana: la perdita, cardine dell’esistente nella contemporaneità. Si è trattato – il testo-manifesto lo esplicita in maniera equivocabile – di un processo graduale: «La perdita è il perno di questa teoria/ Prima abbiamo cominciato con le persone/ Perdite secche nemmeno i nomi ci hanno lasciato/ Se non una mota di facce gesti azioni senza più paternità.»
Restituire in maniera veritiera lo scempio, il guasto, l’avaria non equivale tuttavia ad arrendersi; su questo punto i versi di Pasquale Vitagliano sono espliciti e pagano, contemporaneo contrappasso, con la stessa straziata moneta: «Se proprio anch’io devo stare a vista/ Preferisco essere strenuo integro duro/ Più indigeribile di una pietra inaccettabile/ Scempio guasto stonato innervato più della più/ Nera lingua di cuoio.»
La combinazione di anafora e allitterazione si fa funzionale a un pronunciamento, a un annuncio, straniato e di rivolta, ma pur sempre annuncio: «Vive sanguinante il rimorso/ Vive succhiando l’amarezza/ Vive il soqquadro sovrano/ Vive quello che resta dei corpi. […] Benedette le vite dei coscritti/ Piene di grazia e senza peccato.»
Annuncio di resistenza all’essere “sformati e senza canti” è anche una forma nuova, qui, in Del fare spietato, nella impeccabile strutturazione dei singoli versi nei quali la pausa di respiro non è segnata da punteggiatura, bensì dalla maiuscola in ogni a capo.
Non c’è spazio per l’incanto, per la sospensione dell’incredulità; a qualsiasi latitudine, che sia New York, l’Alaska, il Gate 10, Vigevano o il Sud, lo smantellamento delle illusioni prosegue imperterrito. Con lo smantellamento delle illusioni, anche lo smascheramento dei miti della fanciullezza e dell’adolescenza, il cavallino-handicap dei quiz di Mike Bongiorno e la convinzione delle magnifiche sorti e progressive promesse dal tubo catodico di allora: «Come la metti con la poesia/ qui al gate 10 in attesa/ Imprevisto irrompe in mezzo a tutto./ […] Handicap o cavallino è scomparso/ Cancellato per compassione per/ Eugenetica linguistica direi/  […] Pensa se la poesia/ Rendesse subito santa questa vita/ Finché vivo finché vivi finché vive.»
C’è la poesia, sì, e ci sono anche loro, i convitati, i progenitori, anche nello scempio, nel guasto, nell’avaria permanente. Euridice e Orfeo, anche in questo caso, mescolano le carte e rovesciano i rapporti: «Non ti voltare/ Indietro mi sono/ Illuso voltato indietro/ Per questa mia paura/ di nascere che mi porto dietro/ Tu invece non sei svanita/ Anzi hai preso forma sostanza/ Corpo in avanti buttando indietro/ Ci siamo cimentati anche noi/ Col mito ma senza affatto volerlo/ Ho imparato ad attraversare i muri».
Salvezza no, ma, forse una via d’uscita (una complessa, mai banale, mai pavida Uscita di sicurezza, per dirla con le parole di Ignazio Silone) e, senza dubbio alcuno, un invito: «Porta la verità fuori di te».

© Anna Maria Curci

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