Schiller, La passeggiata (trad. di Nino Muzzi)

La passeggiata

Ti saluto, monte dalla cima rosseggiante!
Ti saluto, sole che amabile lo rischiari!
Anche te saluto, animato campo, e voi, tigli fruscianti,
e il coro gioioso, che si culla fra i vostri rami,
e anche te, placido azzurro, che infinito ti effondi
intorno all’oscura montagna, sul bosco verdeggiante,
e intorno a me, che, alfin fuggito dalla prigione della stanza
e dall’angustia dei discorsi, presso di te lieto si salva.
La corrente balsamica della tua aria m’inonda di refrigerio
e l’energia della luce ristora la sete del mio sguardo.
Sul prato fiorito risplendono accesi colori cangianti,
ma la fervente gara si scioglie infine in bellezza.
Libero il prato mi accoglie con un ampio tappeto disteso;
attraverso il suo verde cordiale serpeggia un sentiero campestre.
Intorno mi ronza operosa l’ape e con volo insicuro
librandosi va la farfalla sopra il trifoglio rossastro.
Mi coglie rovente il dardo del sole, tace il ponente,
solo un canto d’allodola trilla nell’aria serena.
Ma ora bisbiglia vicino il cespuglio: reclinano a terra le chiome
gli ontani e ondeggia nel vento l’erba argentata;
mi avvolge una notte di ambrosia; nel fresco fragrante
un tetto sfarzoso di faggi ombrosi mi copre.
Nel segreto del bosco scompare d’un tratto il paesaggio
e un serpeggiante viottolo mi porta su in alto.
Sol di soppiatto penetra flebile luce tra sbarre
di rami e attraverso vi occhieggia l’azzurro ridente.
Ma ecco si squarcia il velame. Aprendosi il bosco
mi ridà l’inatteso splendore abbagliante del giorno.
Immensa si stende ai miei occhi la lontananza
e un’azzurra montagna conclude il mondo in sfumato.
Ai piedi del monte che a un tratto di sotto strapiomba
scorre del verde torrente lo specchio che scivola via.
Vedo l’etere incommensurabile, sotto e sopra di me,
guardo lassù con vertigine, guardo laggiù con tremore.
Ma fra quelle altezze eterne ed eterne profondità
una scala a ringhiera conduce, sicuro, laggiù il viandante.
Mi passano accanto ridenti le rive ubertose
e la splendida valle è lode allo zelo gioioso.
Le linee -vedi!- che tagliano le proprietà del villano
Cerere le ha tracciate sulla trapunta del campo.
Scrittura di Legge divina che mantiene l’uomo in vita
dacché dal mondo ferrigno fuggendo l’Amore svanì!
Ma in più libere spire attraversa i campi ordinati,
ora ingoiata dal bosco, ora salendo sui monti,
una linea luminosa, una strada che annoda le terre;
sulla corrente placata le zattere scivolan via.
Spesso risuona il rumore dei focolari dai campi
abitati e l’eco risveglia il canto del solitario capraio.
Vivaci villaggi costeggiano la corrente, spariscono altri
fra i cespugli, giù franano altri dai dorsi del monte,
l’uomo convive ancora in accordo con la campagna,
i campi attorniano calmi il suo rustico tetto;
mansueta la vite rampolla alla finestra più bassa,
con l’abbraccio di un ramo cinge l’albero la capanna.
Felice gente dei campi! Non ridesta alla libertà,
condividi ancora contenta con la terra la ferrea legge.
Il calmo ciclo dei raccolti pone un limite ai tuoi desideri,
come l’opra tua giornaliera, si svolge così la tua vita!
Ma cosa mi ruba ad un tratto questa dolce visione? Un altro
spirito si espande veloce sulla più estranea campagna.
Si scosta scontroso quello che appena ancor vi si univa,
amandola, e il simile è solo quel che si allinea al simile.
Vedo formarsi dei ceti, le stirpi orgogliose dei pioppi
sfilano in pompa ordinata, altolocata e splendente.
La regola diventa tutto, tutto scelta e significato;
questo corteo di valletti mi sta presentando il Signore.
Lo annunciano da lontano le cupole altere lucenti,
dal suo zoccolo roccioso si leva la città turrita.
Ricacciati i fauni del bosco nella natura selvaggia,
la devozione ridona più alta vita alla pietra.
L’uomo si stringe più all’uomo. Ha meno spazio dintorno,
si ridesta più animato, si rovescia più svelto in lui il mondo.
Vedi, ecco accendersi in lotta ardente le forze dell’ideale,
cose grandi produce la lotta, più grandi la loro alleanza,
un solo spirito anima mille mani, in mille petti
batte forte un unico cuore, ardente di un unico spirito,
è per la patria che batte e arde per le leggi degli avi;
qui giacciono sul suolo amato le loro onorate ossa.
Dal cielo scendono giù i sacri Dei e prendono
nei luoghi consacrati la loro solenne dimora;
compaion nel gesto del dono regale: Demètra
su tutti porta il dono del vomere, l’àncora Hermes,
Bacco la vite, Minerva il verde ramo d’olivo,
anche i cavalli da guerra si porta appresso Nettuno,
madre Cibele aggioga alle stanghe del carro i leoni,
nell’accogliente portale lei entra da cittadina.
Sacre pietre! Da voi sbocciarono umani virgulti,
a isole in mari lontani inviaste arte e costumi,
i saggi leggevan giustizia presso le porte fraterne;
gli eroi balzavano fuori in lotta per i Penati,
sulle mura apparivan le madri col pargolo in braccio,
guardando l’armata che sfila finché l’orizzonte la inghiotte.
Pregavano poi inginocchiandosi presso agli altari divini,
implorando gloria e vittoria, implorando il vostro ritorno.
Aveste onore e vittoria, però tornò solo la gloria;
la lode delle vostre gesta l’annuncia la pietra commossa:
“Viandante se giungi a Sparta, racconta laggù che ci hai visti
caduti qui come a noi aveva prescritto la Legge.”
Riposate in pace, o amati! Dal vostro sangue versato
verdeggia l’olivo, vivace germoglia il seme prezioso.
Viva si accende, contenta del possesso, la libera impresa,
dal canneto del fiume il ceruleo Dio ci saluta,
fischiando vola l’ascia nel tronco, la Driade gemica,
dall’alta cima del monte crolla la mole scrosciando.
Dalla cava di pietra sta in bilico il macigno sull’ala
della leva. Nelle fauci del monte si cala giù il minatore.
L’incudine che doma il ferro suona al ritmo dei martelli
vibrati, sotto il pugno robusto sprizza scintille l’acciaio.
Splendido avvolge il lino dorato il fuso danzante,
con le corde del filo ronza il telaio che tesse.
Lontano là nella rada chiama il pilota, attendon le flotte
che portano in terre straniere lo zelo della patria;
altre vi attraccan felici con doni di Terre lontane,
dall’albero su di maestra sventola il serto festoso.
Vedi, qua ferve il mercato, cicogna di vita gioiosa,
intreccio di lingue straniere risuona all’orecchio stupito.
Il mercante ripone in emporio i raccolti della terra,
quello che il suolo africano genera al torrido raggio,
quello che l’Arabo tosta e produce l’estrema Thule,
Amaltea riempie di beni allietanti la cornucopia.
La Gioia genera qui al Talento divini rampolli,
allattate dalla Libertà, crescono le arti del gusto,
lo scultore rallegra la vista con l’imitazion della vita,
e, animata dallo scalpello, parla la pietra vivente.
Finte volte celesti che poggian su ioniche colonne
e un Panteon tiene racchiuso tutt’un intero Olimpo,
come il salto di Iris nell’aria, quasi freccia che scocca,
sulla corrente scrosciante, lieve il giogo del ponte si posa.
Ma nello studio silente traccia importanti circoli
il saggio, riflette, scrutando in fondo alla mente creativa,
il potere dei materiali, l’attrazione e la repulsione
dei magneti, indaga il suono nell’aria, la luce nell’etere,
cerca una legge infallibile per gli orrendi capricci del caso,
cerca il punto di caduta dei fenomeni passeggeri.
Corpo e voce ridona al muto pensier la scrittura,
la pagina parlante lo trasmette per secoli e secoli,
e svanisce dall’occhio attonito la nebbia dell’illusione
e i notturni fantasmi dileguano alla luce che annuncia il giorno.
L’Uomo spezza le proprie catene. Beato lui! E che spezzi pure
le catene della paura, non i freni del pudore!
Ragione chiama Libertà, Libertà le voglie selvagge,
che dalla sacra Natura per sciogliersi lottan bramose,
lo strappano nella foga, ah, dall’àncora ammonitrice
che lo legava alla riva, lo afferra possente il torrente;
lo trascina nell’infinito, scompare alla vista la riva,
sulla cresta dell’onda si libra, privo di albero, il vascello;
dietro le nubi impallidiscono le stelle fisse del carro,
niente più è stabile, Dio stesso erra nel proprio petto.
Dal discorso scompare la verità, la fede e la fiducia
dalla vita, lo stesso giuramento mente a fior di labbra.
Nella più fedele unione dei cuori, nel segreto dell’amore
s’insinua il sicofante, strappa l’amico all’amico.
Il tradimento rimira l’innocenza con sguardo fascinoso,
uccide con morso avvelenato il dente del maldicente.
Nel petto profanato il pensiero è venale, l’Amore
getta via la divina nobiltà del libero sentimento.
L’inganno ha usurpato i tuoi sacri tratti, o Verità,
profanando le più amabili voci della Natura,
che il cuore assetato si crea nell’impeto della gioia;
appena si mostra nell’ammutolire il vero sentire.
Sul podio si celebra il diritto, nella capanna la concordia,
lo spettro della Legge vigila al trono dei regnanti.
Una mummia può durare a lungo, per secoli e secoli,
l’immagine falsa di vitale pienezza resiste
finché la Natura non si desta e, con ferree mani pesanti,
il Tempo e la Necessità non scrollan l’involucro vuoto
come una tigre che ha rotte le sbarre di ferro
e si ricorda ad un tratto, feroce, del bosco numidico.
Si leva l’umanità col furore del crimine e della miseria
e nelle ceneri della città ricerca la perduta Natura.
O, apritevi, mura, e lasciate libero il prigioniero!
Che torni salvato di nuovo al suo trascurato campo!
Ma dove mi trovo? Sparisce il sentiero. Abissi scoscesi
dinanzi a me e dietro di me mi bloccano il passo.
Alle mie spalle lascio siepi e giardini, fidi compagni,
alle mie spalle lascio ogni traccia di umano lavoro.
Vedo soltanto cumuli di materiali, dai quali la vita
germoglia, il grezzo basalto attende la mano creativa.
Schiumoso si getta il torrente nel canale tra rocce,
scava rabbioso un passaggio fra le radici dell’albero.
Qui è tutto selvaggio e deserto. Nello spazio desolato
solo l’aquila sta sospesa e annoda alle nuvole il mondo.
In alto qui, fino a me, non c’è ala di vento che porti
il perduto rumore d’umana fatica e di gioia.
Sono davvero solo? Fra le tue braccia, presso di nuovo
al tuo cuore, o Natura, ahimè! Era solo un sogno
che m’invase di paura col tremendo volto della Vita;
con l’affondar della valle il cupo sogno affondò.
Riprendo con me la vita più pura dal tuo puro altare,
riprendo il coraggio esultante della gioventù speranzosa.
La volontà cambia sempre regola e scopo, in forma
di eterna ripetizione si svolgono le umane azioni.
Ma sempre giovane, in sempre mutata bellezza,
o Natura devota, tu onori, pudicamente, l’antica Legge!
Sempre te stessa, per l’uomo conservi in mani fidate,
quel che il pargolo in culla, quel che il giovane ti confida,
tu nutri al medesimo petto le cangianti molteplici età;
sotto lo stesso azzurro, sopra lo stesso verde
passeggiano generazioni, vicine e lontane, unite,
e il sole di Omero -vedi!- ci sta sorridendo.

Friedrich Schiller
(traduzione di Nino Muzzi)

 

Der Spaziergang

Sei mir gegrüßt, mein Berg mit dem röthlich strahlenden Gipfel!
Sei mir, Sonne, gegrüßt, die ihn so lieblich bescheint!
Dich auch grüß’ich, belebte Flur, euch, säuselnde Linden,
Und den fröhlichen Chor, der auf den Ästen sich wiegt,
Ruhige Bläue, dich auch, die unermeßlich sich ausgießt
Um das braune Gebirg, über den grünenden Wald,
Auch um mich, der, endlich entflohn des Zimmers Gefängniß
Und dem engen Gespräch, freudig sich rettet zu dir.
Deiner Lüfte balsamischer Strom durchrinnt mich erquickend,
Und den durstigen Blick labt das energische Licht.
Kräftig auf blühender Au erglänzen die wechselnden Farben,
Aber der reizende Streit löset in Anmuth sich auf.
Frei empfängt mich die Wiese mit weithin verbreitetem Teppich;
Durch ihr freundliches Grün schlingt sich der ländliche Pfad.
Um mich summt die geschäftige Bien’, mit zweifelndem Flügel
Wiegt der Schmetterling sich über dem röthlichten Klee.
Glühend trifft mich der Sonne Pfeil, still liegen die Weste,
Nur der Lerche Gesang wirbelt in heiterer Luft.
Doch jetzt braust’s aus dem nahen Gebüsch: tief neigen der Erlen
Kronen sich, und im Wind wogt das versilberte Gras;
Mich umfängt ambrosische Nacht; in duftende Kühlung
Nimmt ein prächtiges Dach schattender Buchen mich ein.
In des Waldes Geheimniß entflieht mir auf einmal die Landschaft,
Und ein schlängelnder Pfad leitet mich steigend empor.
Nur verstohlen durchdringt der Zweige laubigtes Gitter
Sparsames Licht, und es blickt lachend das Blaue herein.
Aber plötzlich zerreißt der Flor. Der geöffnete Wald gibt
Überraschend des Tags blendendem Glanz mich zurück.
Unabsehbar ergießt sich vor meinen Blicken die Ferne,
Und ein blaues Gebirg endigt im Dufte die Welt.
Tief an des Berges Fuß, der gählings unter mir abstürzt,
Wallet des grünlichten Stroms fließender Spiegel vorbei.
Endlos unter mir seh’ich den Äther, über mir endlos,
Blicke mit Schwindel hinauf, blicke mit Schaudern hinab.
Aber zwischen der ewigen Höh’ und der ewigen Tiefe
Trägt ein geländerter Steig sicher den Wandrer dahin.
Lachend fliehen an mir die reichen Ufer vorüber,
Und den fröhlichen Fleiß rühmet das prangende Thal.
Jene Linien, sieh! die des Landmanns Eigenthum scheiden,
In den Teppich der Flur hat sie Demeter gewirkt.
Freundliche Schrift des Gesetzes, des menschenerhaltenden Gottes,
Seit aus der ehernen Welt fliehend die Liebe verschwand!
Aber in freieren Schlangen durchkreuzt die geregelten Felder,
Jetzt verschlungen vom Wald, jetzt an den Bergen hinauf
Klimmend, ein schimmernder Streif, die Länder verknüpfende Straße;
Auf dem ebenen Strom gleiten die Flöße dahin.
Vielfach ertönt der Herden Geläut’ im belebten Gefilde,
Und den Wiederhall weckt einsam des Hirten Gesang.
Muntre Dörfer begrenzen den Strom, in Gebüschen verschwinden
Andre, vom Rücken des Bergs stürzen sie gäh dort herab.
Nachbarlich wohnet der Mensch noch mit dem Acker zusammen,
Seine Felder umruhn friedlich sein ländliches Dach;
Traulich rankt sich die Reb’ empor an dem niedrigsten Fenster,
Einen umarmenden Zweig schlingt um die Hütte der Baum.
Glückliches Volk der Gefilde! Noch nicht zur Freiheit erwachet,
Theilst du mit deiner Flur fröhlich das enge Gesetz.
Deine Wünsche beschränkt der Ernten ruhiger Kreislauf,
Wie dein Tagewerk, gleich, windet dein Leben sich ab!
Aber wer raubt mir auf einmal den lieblichen Anblick? Ein fremder
Geist verbreitet sich schnell über die fremdere Flur.
Spröde sondert sich ab, was kaum noch liebend sich mischte,
Und das Gleiche nur ist’s, was an das Gleiche sich reiht.
Stände seh’ ich gebildet, der Pappeln stolze Geschlechter
Ziehn in geordnetem Pomp vornehm und prächtig daher.
Regel wird Alles, und Alles wird Wahl und Alles Bedeutung;
Dieses Dienergefolg meldet den Herrscher mir an.
Prangend verkündigen ihn von fern die beleuchteten Kuppeln,
Aus dem felsigten Kern hebt sich die thürmende Stadt.
In die Wildnis hinauß sind des Waldes Faunen verstoßen,
Aber die Andacht leiht höheres Leben dem Stein.
Näher gerückt ist der Mensch an den Menschen. Enger wird um ihn,
Reger erwacht, es umwälzt rascher sich in ihm die Welt.
Sieh, da entbrennen in feurigem Kampf die eifernden Kräfte,
Großes wirket ihr Streit, Größeres wirket ihr Bund.
Tausend Hände belebt ein Geist, hoch schläget in tausend
Brüsten, von einem Gefühl glühend, ein einziges Herz,
Schlägt für das Vaterland und glüht für der Ahnen Gesetze;
Hier auf dem theuren Grund ruht ihr verehrtes Gebein.
Nieder steigen vom Himmel die seligen Götter und nehmen
In dem geweihten Bezirk festliche Wohnungen ein;
Herrliche Gaben bescherend erscheinen sie: Ceres vor allen
Bringet des Pfluges Geschenk, Hermes den Anker herbei,
Bacchus die Traube, Minerva des Ölbaums grünende Reiser,
Auch das kriegrische Roß führet Poseidon heran,
Mutter Cybele spannt an des Wagens Deichsel die Löwen,
In das gastliche Thor zieht sie als Bürgerin ein.
Heilige Steine! Aus euch ergossen sich Pflanzen der Menschheit,
Fernen Inseln des Meeres sandtet ihr Sitten und Kunst,
Weise sprachen das Recht an diesen geselligen Thoren;
Helden stürzten zum Kampf für die Penaten heraus.
Auf den Mauern erschienen, den Säugling im Arme, die Mütter,
Blickten dem Heerzug nach, bis ihn die Ferne verschlang.
Betend stürzten sie dann vor der Götter Altären sich nieder,
Flehten um Ruhm und Sieg, flehten um Rückkehr für euch.
Ehre ward euch und Sieg, doch der Ruhm nur kehrte zurücke;
Eurer Thaten Verdienst meldet der rührende Stein:
»Wandere, kommst du nach Sparta, verkündige dorten, du habest
»Uns hier liegen gesehn, wie das Gesetz es befahl.«
Ruhet sanft, ihr Geliebten! Von eurem Blute begossen,
Grünet der Ölbaum, es keimt lustig die köstliche Saat.
Munter entbrennt, des Eigenthums froh, das freie Gewerbe,
Aus dem Schilfe des Stroms winkt der bläulichte Gott.
Zischend fliegt in den Baum die Axt, es erseufzt die Dryade,
Hoch von des Berges Haupt stürzt sich die donnernde Last.
Aus dem Felsbruch wiegt sich der Stein, vom Hebel beflügelt;
In der Gebirge Schlucht taucht sich der Bergmann hinab.
Mulcibers Ambos tönt von dem Takt geschwungener Hämmer,
Unter der nervigten Faust spritzen die Funken des Stahls.
Glänzend umwindet der goldene Lein die tanzende Spindel,
Durch die Saiten des Garns sauset das webende Schiff.
Fern auf der Rhede ruft der Pilot, es warten die Flotten,
Die in der Fremdlinge Land tragen den heimischen Fleiß;
Andre ziehn frohlockend dort ein mit den Gaben der Ferne,
Hoch von dem ragenden Mast wehet der festliche Kranz.
Siehe, da wimmeln die Märkte, der Krahn von fröhlichem Leben,
Seltsamer Sprachen Gewirr braust in das wundernde Ohr.
Auf den Stapel schüttet die Ernten der Erde der Kaufmann,
Was dem glühenden Strahl Afrika’s Boden gebiert,
Was Arabien kocht, was die äußerste Thule bereitet,
Hoch mit erfreuendem Gut füllt Amalthea das Horn.
Da gebieret das Glück dem Talente die göttlichen Kinder,
Von der Freiheit gesäugt, wachsen die Künste der Lust.
Mit nachahmendem Leben erfreuet der Bildner die Augen,
Und vom Meißel beseelt, redet der fühlende Stein.
Künstliche Himmel ruhn auf schlanken jonischen Säulen,
Und den ganzen Olymp schließet ein Pantheon ein.
Leicht wie der Iris Sprung durch die Luft, wie der Pfeil von der Sehne,
Hüpfet der Brücke Joch über den brausenden Strom.
Aber im stillen Gemach entwirft bedeutende Zirkel
Sinnend der Weise, beschleicht forschend den schaffenden Geist,
Prüfet der Stoffe Gewalt, der Magnete Hassen und Lieben,
Folgt durch die Lüfte dem Klang, folgt durch den Äther dem Strahl,
Sucht das vertraute Gesetz in des Zufalls grausenden Wundern,
Sucht den ruhenden Pol in der Erscheinungen Flucht.
Körper und Stimme leiht die Schrift dem stummen Gedanken,
Durch der Jahrhunderte Strom trägt ihn das redende Blatt.
Da zerrinnt von dem wundernden Blick der Nebel des Wahnes,
Und die Gebilde der Nacht weichen dem tagenden Licht.
Seine Fesseln zerbricht der Mensch. Der Beglückte! Zerriss’ er
Mit den Fesseln der Furcht nur nicht den Zügel der Scham!
Freiheit ruft die Vernunft, Freiheit die wilde Begierde,
Von der heil’gen Natur ringen sie lüstern sich los.
Ach, da reißen im Sturm die Anker, die an dem Ufer
Warnend ihn hielten, ihn faßt mächtig der fluthende Strom;
Ins Unendliche reißt er ihn hin, die Küste verschwindet,
Hoch auf der Fluthen Gebirg wiegt sich entmastet der Kahn;
Hinter Wolken erlöschen des Wagens beharrliche Sterne,
Bleibend ist nichts mehr, es irrt selbst in dem Busen der Gott.
Aus dem Gespräche verschwindet die Wahrheit, Glauben und Treue
Aus dem Leben, es lügt selbst auf der Lippe der Schwur.
In der Herzen vertraulichsten Bund, in der Liebe Geheimniß
Drängt sich der Sykophant, reißt von dem Freunde den Freund.
Auf die Unschuld schielt der Verrrath mit verschlingendem Blicke,
Mit vergiftetem Biß tödtet des Lästerers Zahn.
Feil ist in der geschändeten Brust der Gedanke, die Liebe
Wirft des freien Gefühls göttlichen Adel hinweg.
Deiner heiligen Zeichen, o Wahrheit, hat der Betrug sich
Angemaßt, der Natur köstlichste Stimmen entweiht,
Die das bedürftige Herz in der Freude Drang sich erfindet;
Kaum gibt wahres Gefühl noch durch Verstummen sich kund.
Auf der Tribüne prahlet das Recht, in der Hütte die Eintracht,
Des Gesetzes Gespenst steht an der Könige Thron.
Jahre lang mag, Jahrhunderte lang die Mumie dauern,
Mag das trügende Bild lebender Fülle bestehn,
Bis die Natur erwacht, und mit schweren, ehernen Händen
An das hohle Gebäu rühret die Noth und die Zeit,
Einer Tigerin gleich, die das eiserne Gitter durchbrochen,
Und des numidischen Walds plötzlich und schrecklich gedenkt.
Aufsteht mit des Verbrechens Wuth und des Elends die Menschheit
Und in der Asche der Stadt sucht die verlorne Natur.
O, so öffnet euch, Mauern, und gebt den Gefangenen ledig!
Zu der verlassenen Flur kehr’ er gerettet zurück!
Aber wo bin ich? Es birgt sich der Pfad. Abschüssige Gründe
Hemmen mit gähnender Kluft hinter mir, vor mir den Schritt.
Hinter mir blieb der Gärten, der Hecken vertraute Begleitung,
Hinter mir jegliche Spur menschlicher Hände zurück.
Nur die Stoffe seh’ich gethürmt, aus welchen das Leben
Keimet, der rohe Basalt hofft auf die bildende Hand.
Brausend stürzt der Gießbach herab durch die Rinne des Felsen,
Unter den Wurzeln des Baums bricht er entrüstet sich Bahn.
Wild ist es hier und schauerlich öd’. Im einsamen Luftraum
Hängt nur der Adler und knüpft an das Gewölke die Welt.
Hoch herauf bis zu mir trägt keines Windes Gefieder
Den verlorenen Schall menschlicher Mühen und Lust.
Bin ich wirklich allein? In deinen Armen, an deinem
Herzen wieder, Natur, ach! und es war nur ein Traum,
Der mich schaudernd ergriff mit des Lebens furchtbarem Bilde;
Mit dem stürzenden Thal stürzte der finstre hinab.
Reiner nehm’ich mein Leben von deinem reinen Altare,
Nehme den fröhlichen Muth hoffender Jugend zurück.
Ewig wechselt der Wille den Zweck und die Regel, in ewig
Wiederholter Gestalt wälzen die Thaten sich um.
Aber jugendlich immer, in immer veränderter Schöne
Ehrst du, fromme Natur, züchtig das alte Gesetz!
Immer dieselbe, bewahrst du in treuen Händen dem Manne,
Was dir das gaukelnde Kind, was dir der Jüngling vertraut,
Nährest an gleicher Brust die vielfach wechselnden Alter;
Unter demselben Blau, über dem nämlichen Grün
Wandeln die nahen und wandeln vereint die fernen Geschlechter,
Und die Sonne Homers, siehe! sie lächelt nach uns.

Friedrich Schiller (il testo originale proposto segue la versione consultabile alla pagina del Projekt Gutenberg, qui)

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