Bustine di zucchero #4: Raymond Carver

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Carver

Nella poesia Il puma Raymond Carver racconta, durante un salotto con amici, il suo incontro inatteso con l’animale in un giorno di caccia. Lo scrittore, sotto l’influsso di questo vivido ricordo, scrive che l’animale «scivolò fuori dalla boscaglia» e lui resta colpito dalla sua bellezza; il puma salta su un sasso, si gira, guarda Carver, che a sua volta ricambia lo sguardo, e poi fugge via. L’uomo e l’animale si sono osservati, seppure per un attimo, ma tanto è bastato per essersi riconosciuti come due esseri diversi, ospiti dello stesso mondo. Si colgono, in questo fotogramma finale, lo stupore di Carver e la fierezza dell’animale. Per analogia i versi de Il puma ricordano un altro incontro descritto da D.H. Lawrence nella sua poesia Serpente (Snake). Il poeta inglese, in una calda mattina di luglio a Taormina, vestito in pigiama si reca a bere al suo trogolo, ma trova un serpente che, strisciato fuori da una crepa, vi si sta già abbeverando. Lawrence resta affascinato, ipnotizzato dalla calma dignità del rettile che sembra affermare la priorità sull’uomo; Lawrence si descrive proprio come «un secondo venuto». Il serpente, dopo aver bevuto, alza la testa, lo guarda, e di nuovo torna a bere. Se da una parte il poeta avverte un sentimento di meraviglia nel vederlo lì, al trogolo, come un ospite quieto e sereno, dall’altra «la voce della cultura» gli suggerisce di ucciderlo. Mentre il serpente si sta ritirando nella crepa da dove è venuto, Lawrence gli scaglia dietro un ceppo, senza colpirlo, ma subito si pente del gesto meschino, ripensando allora quanto accadde all’albatros nella famosa ballata dell’antico marinaio. Pertanto un incontro memorabile dai diversi effetti: nella Ballata il marinaio di Coleridge colpisce l’albatros, uccidendolo; in Serpente Lawrence tenta di colpire il rettile per poi sentire rimorso di quel gesto; infine Carver, incantato dal puma, si dimentica di sparare. Tre appuntamenti mancati, finiti male o vissuti fugacemente con i «signori della vita». Ecco una delle finalità della poesia, ovverosia ritrovare intatto, nello stupore e nel ricordo, un evento vissuto nella sua unicità.

Bibliografia in bustina
R. Carver, Voi non sapete cos’è l’amore, Roma, minimum fax, 2000; ora in R. Carver, Orientarsi con le stelle, Roma, minimum fax, 2000, rist. 2016 (a cura di W.L. Stull), p. 106.
D.H. Lawrence, Poesie, Milano, Mondadori, 1987 (a cura di G. Conte), p. 66.
S.T. Coleridge, La ballata del vecchio marinaio, Milano, Mondadori, 1987, rist. 2009 (a cura di F. Buffoni), p. 42.

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