proSabato: Luigi Cecchi, L’apocalisse, ancora

©Luigi Cecchi

 

L’apocalisse, ancora

«Non mi abituerò mai a tutto questo.» Disse Helena mentre l’orizzonte si accendeva di una intensa luce bianca. Si voltò verso Valerio, per evitare di restare accecata dal bagliore. Valerio la stava già fissando, e i loro due sguardi si incrociarono ancora, come accadeva sempre, ogni volta che arrivavano le 18:39 del 13 Marzo. Stormi di uccelli si sollevarono in volo dagli alberi alle loro spalle, formando nubi di grigio stagliate su un cielo che già veniva screziato di un rosso innaturale. Sembrava di osservare le striature di una biglia di vetro, dall’interno.
«Andiamo.» Disse lui, scendendo dal gradino di calcestruzzo al limitare del parcheggio. Una brezza fresca gli scompigliava i capelli neri. Sui vetri del prefabbricato grigio si rifletteva una colonna di fuoco distante che perforava l’atmosfera terrestre allontanando le nubi. Distava centinaia di chilometri, ma l’onda d’urto li avrebbe raggiunti in pochi minuti. Helena si voltò di nuovo verso l’esplosione. Un vortice di polveri avrebbe lentamente coperto il bagliore delle fiamme, mentre il vento caldo divorava la terra, vaporizzando piante e animali, sterilizzando ogni cosa. Poi, forse, la crosta terrestre si sarebbe spaccata, come il guscio di una gigantesca noce. Così almeno dicevano le ricostruzioni accurate del cataclisma, loro non erano mai rimasti a verificarne l’attendibilità.
«Hai notato i fulmini in cielo, che formano come una corona attorno alle nubi di detriti?»
«L’ho notato, Helena. Ma lo sai che non è possibile fermarci a contemplare oltre.»
Valerio la prese per mano e la invitò a tornare verso l’edificio. La procedura automatizzata di avviamento era già iniziata, circa otto minuti prima. Fra esattamente un minuto e mezzo, l’acceleratore di massa avrebbe caricato di sufficiente energia l’anti-materia, spingendola con forza nello spazio quadri-dimensionale e aprendo così il tunnel spazio-temporale. L’esperimento era già stato effettuato con successo, esattamente nove giorni prima.

«E se ci fermassimo? Se attendessimo qui, oltre il tempo critico, che le fiamme ci raggiungano?» Domandò Helena. Gli occhi verdi erano, illuminati dall’incendiarsi dell’orizzonte, erano colmi di disperazione. Conosceva la risposta a ognuna delle sue domande, lei era una delle più grandi menti viventi nel campo della fisica. Non c’era bisogno di essere degli scienziati così acuti, comunque, per sapere cosa sarebbe accaduto se si fossero attardati. L’apocalisse, ancora.
«Scusa… – mormorò un attimo dopo. – Io… avevo solo bisogno di fare questa domanda.»
«Non scusarti. È assurdo anche per me. Hai ragione, non ci abitueremo mai a tutto questo.»
Corsero all’interno dell’edificio. La maggior parte del personale, in quel momento, sciamava fuori dalle porte a vetri gridando e correndo inconsapevolmente incontro alla morte. Non avrebbero comunque potuto evitarla. Helena provò tristezza per quelle persone, i cui ultimi attimi di vita sarebbero stati dominati da emozioni così spiacevoli come il panico, il terrore, la disperazione, l’istinto di sopravvivenza. Avrebbe voluto avvicinarsi e convincerli a calmarsi, a rassegnarsi a quanto stava per accadere, a dedicare il poco tempo che restava ai ricordi più piacevoli della propria esistenza, prima che questa fosse spazzata via assieme a tutto il pianeta. Ci aveva provato, qualche volta. Non ci era mai riuscita, con nessuno. Alla fine, aveva capito che era inutile, e aveva smesso di tentare.

Valerio passò il badge nel lettore della porta laterale, blindata, che conduceva direttamente ai sotterranei. C’erano una serie di rampe di scale da scendere, ma di buon passo non ci volevano più di 20 secondi ad arrivare in fondo, davanti alla porta del laboratorio. Prima che la porta si chiudesse, Helena scorse il cielo che in un istante sembrava carbonizzarsi, mentre gran parte dell’atmosfera del pianeta si disperdeva nel vuoto cosmico.
«Dottoressa Flares, dottor Di Tommaso… dove eravate finiti? – Gridò loro Samuel Fincher, correndo verso di loro con entrambe le mani nei capelli. Il sudore gli rigava il volto, gli spessi occhiali da vista erano appannati. – Abbiamo avviato la procedura, come avete chiesto, e… mio Dio, è incredibile! Sta funzionando di nuovo! Anche senza alimentazione supplementare e campi di contenimento!»
«Certo, – gli spiegò frettolosamente Valerio, mettendogli una mano sulla spalla, – perché stiamo sfruttando le risorse di noi stessi, nove giorni fa.»
«Co… come?» Balbettò Sam. Helena lo abbracciò. Dapprima il loro assistente numero uno si irrigidì, poi si sciolse accettando quell’abbraccio. D’altro canto, più che colleghi, erano amici. Helena e Valerio lo avevano voluto fortemente all’interno di quel programma sperimentale, e sapevano benissimo che senza di lui non ce l’avrebbero mai fatta. Helena, dal canto suo, aveva abbracciato Sam in quel modo ogni volta che erano scesi nel laboratorio, il giorno dell’apocalisse, e lui si era sempre comportato allo stesso modo: dapprima sorpreso, poi docile. Sam ricambiò l’abbraccio, sussurrando nelle orecchie di Helena: «Cosa succede?»
«Niente di grave, Sam. Ci rivedremo presto.»
Uno scossone violento squassò l’edificio. Era il primo, ne sarebbero arrivati molto presto degli altri, e poi del laboratorio non sarebbe rimasto più nulla nel giro di pochi minuti. Ma nessuno del personale del laboratorio avrebbe lasciato il suo posto fino alla fine, convinti che la causa di certe anomalie fosse il worm-hole che essi stessi stavano generando all’interno di quel costosissimo impianto. Helena raggiunse Valerio, che già si avvicinava alla piega spazio-temporale. Iniziava già a risucchiare materia. Gli oggetti più piccoli in prossimità del fenomeno volavano verso di esso e scomparivano all’interno. «Cosa vuole fare, Dottor Di Tommaso?» Chiese un’assistente. Valerio le sorrise.
«Altri nove giorni, Rebecca. Altri nove giorni.»
«Mantenete la distorsione stabile per… quanto più tempo potete.» Ordinò loro Helena, salendo sulla pedana di metallo sulla quale l’aspettava già Valerio. Aveva ripetuto questa frase ogni volta che aveva compiuto quel gesto, e ogni volta le suonava più falsa. Sam, Rebecca, tutte quelle persone, il laboratorio, i macchinari, l’edificio, il continente, il pianeta… tutto sarebbe esploso poco dopo la loro uscita di scena. Il cataclisma avrebbe spazzato via ogni cosa e allora il tunnel si sarebbe chiuso, nonostante tutti gli sforzi da parte della stessa equipe dall’altra parte, nove giorni prima.
«Non vorrete mica…» Urlò Sam. Era il segnale. Helena e Valerio si spinsero in avanti e precipitarono nel vuoto. Sentirono le articolazioni del proprio corpo stirarsi e poi comprimersi, i loro timpani sanguinare, i propri polmoni dilatarsi fin quasi a esplodere, la pelle gelare, il respiro mancare, i capelli venire percorsi da indescrivibili scariche elettriche. Poi, riaprirono gli occhi.

«Dottoressa Flares?» Furono le prime parole che Helena udì. Di nuovo. Era sdraiata su una barella, con una flebo di soluzione fisiologica che le scorreva nel braccio. Vide il volto di Angelica, una giovane dottoressa di un altro reparto, che le aveva prestato soccorso medico. Di nuovo. Helena sollevò la testa, tra le raccomandazioni dei presenti. C’erano più o meno tutti, come ogni volta. Tutti coloro che fra nove giorni sarebbero stati nel laboratorio, a riaprire il tunnel spazio-temporale. Sam le si avvicinò, con le lacrime agli occhi. Era preoccupato, ma non riusciva a nascondere l’emozione.
«Dottoressa… ce l’abbiamo fatta! – Le annunciò, stringendole la mano. – Il worm-hole si è aperto! L’esperimento è riuscito, siamo entrati nella storia!»
«Lo so, Sam, lo so.» Gli rispose con voce secca. Avrebbe voluto poter dare ancora più enfasi a quel “lo so”, ci provò sapendo che non ce l’avrebbe fatta e ovviamente non ci riuscì. «Valerio… voglio dire, il dottor Di Tommaso, sta bene?»
«Certo, certo…» – Le confermò l’assistente, indicandole l’altra barella poco distante. Valerio aveva già aperto gli occhi, e la fissava sorridendo.
«Devo ammettere, – proseguì Sam, travolto da un’improvvisa logorrea – che abbiamo tutti temuto il peggio quando vi abbiamo visti scomparire nel tunnel. C’era qualcosa di inesatto nelle tue stime sulla forza di attrazione del fenomeno, Helena!»
«Il doppio.» Mormorò lei.
«Esatto! La forza di attrazione rilevata era di circa il doppio rispetto a quanto avessimo previsto! Immaginati il terrore quando abbiamo visto te e Valerio venire catturati dal tunnel e scomparire. Ma poi… pochi secondi dopo… il tunnel è come imploso e voi eravate di nuovo lì, a terra. Una cosa incredibile. E abbiamo tutte le registrazioni!»
«È fantastico, Sam. Ma ora vi chiederei di lasciarci riposare. Vi assicuro che stiamo bene.»
«In realtà l’ambulanza sta per arrivare. – Disse Rebecca, facendosi avanti. – Non sapevamo come gestire la cosa e credo che abbiate bisogno di controlli medici che qui non possiamo certamente darvi.»
«Avete fatto bene. Ma non arriverà prima di… qualche minuto.»
Tutti annuirono, quasi all’unisono. Poi uno ad uno lasciarono la stanza in silenzio, riprendendo a chiacchierare ad alta voce nel corridoio.
«Sette minuti.» Le ricordò Valerio, alzandosi in piedi ed estraendo l’ago dalla propria vena.
«Ce la fileremo dalla finestra del bagno, come abbiamo fatto le ultime cinque volte?»
«Alla fine è risultata la scelta migliore.»
«E poi otto giorni di malattia per entrambi, da trascorrere ovunque vogliamo.»
Valerio si avvicinò ad Helena, per aiutarla ad alzarsi. Gli sembrò che fosse stanca di questa interminabile routine, di questo ciclo eterno che li condannava a rivivere in eterno gli stessi nove giorni, gli ultimi nove giorni della Terra.
«Ehi. – Le mormorò, dolcemente. – Sai che non abbiamo scelta. L’alternativa a tutto questo… è la morte. La fine, per sempre. L’oblio.»

Corsero attraverso il parcheggio fino all’automobile di Valerio, che era parcheggiata proprio vicino all’uscita. Durante il tragitto in macchina, nessuno dei due proferì parola. Si lasciarono incantare dalla quotidianità di quella serata, dai ragazzi che tornavano da scuola a piedi, da chi faceva jogging, da chi fumava una sigaretta appoggiato alla porta del proprio locale, poco prima di aprire. C’erano cartelloni pubblicitari che annunciavano grandi eventi in date che non sarebbero mai giunte. Un agente infilava sotto il tergicristallo di una Yaris una multa che non sarebbe mai stata pagata. Lungo il viale, megafoni inneggianti uno dei candidati a sindaco promettevano riforme che non sarebbero mai divenute realtà. Nessuno avrebbe mai più votato, mai più espresso un’opinione, mai più.

«Ti sei mai chiesto mai dove sono finiti i noi stessi di questo tempo?» Domandò Helena, scendendo dalla macchina e togliendosi la camicia. Il sole era calato all’orizzonte, ma la brezza che risaliva dal mare era ancora piacevole. Lui restò in silenzio, fissandola negli occhi. Sperava che lei stessa si rispondesse, da sola, ma non accadde. Aprì il portabagagli della macchina, ritrovando quelle poche cose che c’erano sempre state, tra cui lo zaino con le chiavi della piccola casa di legno.
«Disgregati, ridotti in atomi probabilmente. Scagliati altrove. Non saprei dirti.»
«Quelli… eravamo noi.»
«No, non eravamo noi. Noi siamo quelli ritrovati a terra quando il tunnel è collassato. Siamo quelli che sopravviveranno fino alla fine del mondo, e poi torneranno indietro. Ancora, e ancora. Quelli siamo noi.»
«Io credo che la morte di noi stessi abbia generato una sorta di mancanza, un vuoto. È stata questa mancanza ad attivare il tunnel e ad attirarci qui, la prima volta. Natura abhorret a vacuo. Siamo scomparsi da una delle dimensioni, e la natura ha ripristinato le cose.»
Valerio chiuse il portabagagli dell’auto e le si avvicinò, cercando di nascondere un profondo sospiro.
«Non c’è mai stata una prima volta, Helena. Lo sai bene. È un loop. Anche la prima volta, non era la prima volta. Eravamo già nel tunnel, in viaggio dal futuro, fino a ieri. E adesso, lentamente, ora dopo ora, torneremo nel futuro. E poi ci tufferemo ancora nel tunnel, e torneremo indietro di nove giorni. All’infinito.»
«E l’apocalisse… non ci raggiungerà mai?»
«Solo quando lo sceglieremo noi. Allora il mondo finirà per sempre, per tutti.»
La strinse forte, e la baciò. Sentì le lacrime di lei bagnarle il naso.

Nove giorni sono un tempo infinito, quando sai esattamente cosa devi fare. Valerio chiamò i colleghi del laboratorio, parlò di una polmonite, che avrebbe continuato a seguire il lavoro da qui. Hanna fece lo stesso, sia al lavoro che con la famiglia, che la aspettava nel weekend a Sacramento. Aveva tradito tutti loro così tante volte che mentire una volta in più ormai non le faceva differenza. Non avrebbero mai saputo di Valerio e di quella storia d’amore bizzarra e impossibile, nata all’interno del riavvolgersi senza fine di quei nove giorni. Altre domande le nacquero dentro, mentre rassicurava suo marito: lei e Valerio si sarebbero mai amati, in circostanze normali? La loro storia era solo la conseguenza inevitabile di essersi perduti in una piega del tempo, insieme? Hanna provava attrazione fisica per Valerio, e anche un discreto trasporto emotivo per quella relazione, ma non poteva fare a meno di analizzare la cosa dal punto di vista scientifico. Cercava la formula, l’equazione dietro quell’evento. Lui era più giovane di lei di quasi dieci anni, l’età di suo figlio più grande. Inoltre erano colleghi di lavoro. Hanna amava ancora suo marito. E Valerio probabilmente aveva avuto un flirt con Rebecca pochi giorni prima dell’apertura del tunnel. Avrebbe permesso a se stessa di essere coinvolta in una relazione del genere? Probabilmente no.
Valerio emise un rantolo di piacere, e si accasciò di lato.
«Qualcosa non va? Sei distante. Non sono riuscito a raggiungerti.»
Helena raccolse le lenzuola e se le strinse addosso.
«Perché invecchiamo?»
«Intendi… in senso biologico?»
«No, certo che no. Intendo dire… perché ogni volta che torniamo indietro i nostri corpi non tornano quelli che erano nove giorni prima?»
«Non lo so. Conserviamo i ricordi di ogni cosa, quindi per la nostra fisiologia il tempo scorre come se fosse un flusso continuo. Percorriamo avanti e indietro la stessa linea temporale, ma il tempo di percorrenza influisce sui nostri corpi. Almeno credo.»
«Credi?»
«Non lo so, Hanna. Non so cosa ci succede ogni volta che scompariamo in quella deformazione dello spazio-tempo. Sei tu la fisica, io sono un ingegnere specializzato e concepisco tutto questo solo fino a un certo punto… sei tu che dovresti spiegarlo a me!»
«Io sento di invecchiare.» Rispose lei. Niente altro.
Valerio restò per qualche minuto immobile, nudo, sul letto. Erano trascorsi già cinque giorni. Per quanto ne sapevano, nulla era cambiato, là fuori. L’apocalisse sarebbe giunta all’improvviso, cogliendo ogni essere vivente impreparato. Un fascio di energia avrebbe trafitto il globo terrestre senza preavviso, totalmente imprevisto da ogni astronomo o scienziato del pianeta. O forse no, forse qualcuno sapeva e aveva mantenuto il segreto, perché… in fondo, era meglio così. Durante uno dei primi cicli di nove giorni, Valerio l’aveva passato a comporre modelli matematici che dessero una spiegazione al fenomeno, ma non ci era riuscito. Al massimo era riuscito a determinare in quanti minuti il pianeta si sarebbe dissolto nello spazio. Forse, semplicemente, Dio si era stancato della propria creazione.
«Credo che scenderò al mare, oggi. Vorrei trascorrere più tempo contemplando gli uccelli sulla scogliera, questa volta.» Disse, poi si alzò e iniziò a vestirsi.
«Io voglio andare al centro commerciale.»
«Perché il centro commerciale?»
«Voglio trascorrere del tempo tra la gente, fare finta che sia un giorno qualsiasi.»
«Per quella gente è un giorno qualsiasi, Hanna.»
«Li invidio per questo.» Confessò lei.
Valerio annuì. Si sedette sul letto per allacciare le scarpe.
«Stai attenta. Non deve succederti nulla.» Le ricordò.
«Perché non sappiamo cosa potrebbe accadere se non tornassi con te al laboratorio?»
«Perché ti amo, – le disse lui, – e trascorrere l’eternità da solo mi terrorizza.»

Il giorno dell’apocalisse era un giorno feriale come tanti altri. Nessuna ricorrenza, nessun evento speciale. Una giornata sul finire dell’inverno ordinaria e noiosa. Valerio andò a tagliarsi i capelli e si rase accuratamente. Hanna andò a recuperare i vestiti in lavanderia. Gli stessi vestiti che avevano indosso nove giorni prima.
«Ogni volta hai i capelli più lunghi.» Le face notare Valerio, salendo in macchina.
«Non importa, loro mi vedono una volta sola.»
«Ma li hai più lunghi rispetto a come li portavi dieci giorni fa, prima del loop.»
Hanna rivolse lo sguardo allo specchietto retrovisore. Era vero. E quella non sarebbe stata l’unica incongruenza a verificarsi: ogni volta che il loop si ripeteva, entrambi invecchiavano di nove giorni rispetto a tutto il resto del mondo. Prima o poi le sarebbero spuntati i primi capelli bianchi, e rughe sempre più profonde avrebbero solcato i loro volti. Aveva perso il conto di quante volte erano saltati indietro evitando l’apocalisse, ed era ancora relativamente presto per preoccuparsi di queste cose. Ma prima o poi la verità sarebbe affiorata.
«Che hai?» Le domandò lui.
«Le solite domande che mi pongo da sola, e che non trovano risposta.»

Guidarono fino al laboratorio. Valerio aveva lasciato detto di dare inizio alla procedura automatizzata di avviamento, anche senza le dovute autorizzazioni da parte dell’ente fornitore di energia elettrica, che avrebbe dovuto essere informato di un probabile picco nei consumi. La prima volta che Valerio aveva dato ordine di attivare l’impianto, era stato un azzardo, un’intuizione. Il worm-hole si sarebbe avvalso dell’energia fornita non solo dal loro impianto, ma anche di quella fornita dallo stesso impianto nove giorni prima: in pratica l’esperimento di nove giorni fa era stato un successo perché qualcuno lo aveva ripetuto nove giorni dopo. Ecco la geniale intuizione.
«Sai, a volte dimentico che… esista un inizio.»
Hanna scese dalla macchina, lasciando le chiavi nel cruscotto e la portiera spalancata. Le avrebbe ritrovate nella borsa vicino alla sua barella, dopo il salto nel tunnel.
«Di che inizio stai parlando?»
«Dell’inizio del ciclo perpetuo di ripetizioni. Sto parlando di dieci giorni fa. Oddio… dieci giorni fa, ci pensi? È un ricordo così distante. Sembrano mesi.»
«Sono mesi.» Confermò Hanna. Poi lo prese per mano e insieme raggiunsero una piccola piattaforma di calcestruzzo in un angolo dell’enorme spiazzo pieno di automobili parcheggiate. Era appena un gradino più alta rispetto all’asfalto, ma permetteva a entrambi di vedere oltre le vetture parcheggiate. C’era un piccolo parco, proprio lì sotto, e gli alberi ondeggiavano allo stesso ritmo di quelli del piccolo bosco alle loro spalle, oltre la struttura che ospitava il loro laboratorio.
«Che ore sono?» Chiese lei.
«Le sei e trentotto.» Le rispose Valerio, stringendola lungo il fianco.
«Non mi abituerò mai a tutto questo.» Disse lei, con voce tremante.
«Nemmeno io.» Le sussurrò lui.

© Luigi Cecchi

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