Maria Benedetta Cerro, La soglia e l’incontro

Maria Benedetta Cerro, La soglia e l’incontro. Poesie, Edizioni Eva 2018

Leggere la plaquette La soglia e l’incontro che Maria Benedetta Cerro ha pubblicato nell’aprile 2018 con i tipi delle Edizioni Eva ha significato per me imbarcarmi in un viaggio pieno di bellezza e di pensiero.
C’è la musica della vita e della parola che ha attraversato il fuoco come la salamandra e, insieme, la prova del ritmo, della misura esatta (che tale rimane anche quando, per accentuare l’animata dialettica di movimento e di pausa, novenari, decasillabi, endecasillabi vengono divisi con una cesura all’interno del verso), c’è il canto del dolore e dello stupore, ci sono ascesa e meditazione, ci sono, ancora, la traduzione e la riscrittura come esercizio spirituale quotidiano.
Movimenti in battere e in levare si alternano in una partitura dal respiro ampio: precipitare o calarsi nelle pieghe profonde del sé e sollevare l’occhio, per esempio, al profilo dei monti Lepini nel rosso sangue della sera.
E allora soglia e incontro sono essenziali al dire poetico, ché sulla soglia sta chi non può far altro che consacrarsi al poiein e fare da passatore – passeur – mediatore – costruttore di ponti e scrutatore di abissi e di orizzonti –, e l’incontro con l’altro da sé è molla di quello slancio oltre il narcisismo, il fecondo superamento dell’autoreferenzialità e, perfino, un arretrare dell’io fino alla sua ‘sparizione’, con una sfida che rasenta lo sberleffo e balza poi a divenire serissima riflessione sullo spazio di espressione dello «scrivente» e sull’atto di lettura come aggiunta e sottrazione: «Nella vacanza delle righe/ nel bianco/ è ciò che voglio dire./ In quello leggete». E se, nella poesia Andenken, Friedrich Hölderlin scriveva «Ma ciò che resta lo fondano i poeti», Maria Benedetta Cerro sembra replicare, rivolgendosi direttamente a chi legge: «Ciò che resta è il nulla/ che pensate di me./ Quel nulla sono/ uno scrivente nulla.»

© Anna Maria Curci

 

Dalla sezione Sette poesie manoscritte

Fu la mia morte a margine del sogno.
——Per amore
fui poeta senza corpo.
Fui lingua di seta
——-e una segreta lingua
——-forse non scrissi.
Fui sale nell’acqua
ortica e polvere di gesso.
Scrissi il futuro
come fosse adesso.

 

Tutte le mie labbra
——cantano sottovoce.
Dicono all’abisso:
colma le tue profondità
all’insonnia:
vigila finché il tempo ti è nemico
perché tutto questo finirà.
Allora andrò a prendere la parola
——– per mano la prenderò –
la chiamerò con i sinonimi
——dei miei tre nomi
con i miei occhi dispari
in ogni sillaba la troverò perfetta.
La canteranno in altezza
tutte le mie labbra

 

Ben disegnato
tagliato nel rosso
——-il profilo dei Lepini.
E un cristallo
una coppa svuotata
che quella perfezione sigilla.
——-È sera d’inventario
di parole inerpicate a qualche senso
——-un testo atmosferico
a completare un quadro di apparenze
un azzurro male interpretato
perché è quasi notte
——-anche nell’anima.

 

Ho scritto qualcosa un vento fa
ma ora sono io scrittura
non più pieghevole
————–modulata
ma una riga diritta
un illeggibile filo
che giunge a margine e va a capo.
Nella vacanza delle righe
————–nel bianco
è ciò che voglio dire.
In quello leggete
aggiungete
————–o togliete.
Ciò che resta è il nulla
che pensate di me.
Quel nulla sono
————-uno scrivente nulla.

 

Dalla sezione Da una rilettura delle Lettere a Lucilio di Seneca

È necessario l’andare. E dove?
In quale strana maniera
senza luce nell’incerto
e la fatica del passo che non vuole.
Come arrivare a comprendere
che non è previsto pentimento
e avanzare nel tempo
è conto irreversibile e pagato?
Così ogni vita splende e si arrende
sotto l’occhio del sole
senza capire fino in fondo
che vivere è un morire anestetico
e l’ora appartiene al tempo.

 

Dalla sezione Nella musica del verso

Questo tempo / opera irrisolta
lasciato a mezzo l’abbaglio
————–d’altro e più utile corso
e dal tutto incompiuto – e tanto –
————–sempre sopraffatto.
Altri vanno diritti nel verso
– e un tempo anch’io – ma quasi
non ricordo il bel vivere rincorso
e persino d’aver avuto stupore
————–della vita
che segni di stagione e mutamenti
————–mostrava del suo tempo.
Ogni fuoco appagato
ogni confortevole sonno
————–e il mattino era inizio,
Il tempo era solo questione di tempo
– semplici il fare e il disfare –
sapendo lontana l’ansia / e del morire
————–aver avuto senso
– ma appena e da lontano –
————–come una notizia.

 

Dalla sezione Frammenti di un tempo minore

Sono l’arco a mani giunte
—————–il suo angolo
che spinge la supplica gugliata
oltre i campanili sguinzagliati.
—————–Nel cielo scavato
dal grido dei sommersi
spilli di luce – per ogni giorno
che nasce – diranno
a questa specie rifatta selvaggia
che gli occhi non sono più
—————–degni di pianto.

 

Te ne vai / perché è impossibile
non andare – come costruire
———–difese contro l’invisibile –
In anticipo sui sogni
con l’orfanezza e la primogenitura.
———–E la parola che crolla.
Una casa illegittima
abitavi con diritto
———–– che era la vita non mia –
l’opera imperfetta cui non attesi.
Quale distrazione mi avvenne
———–quale dimenticanza!

 

Due chicchi / da fare mosto e calice
il salario di un dio a questa umana argilla.
Una vita immaginaria
————-un ballo senza musica.
Un segno / una sbavatura d’inchiostro.
Contro ogni divieto / riposo /
sfinimento / calamo svuotato.
————-Incidere / scrivere / tracciare.
Scavare sulla carta la voragine
dell’anima precipitata
dal più alto dei piani dell’altezza.

 

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