Tommaso Meozzi, Inediti

 

la fenice risorge
dove i batteri prolificano nell’acqua delle pozze,
e le mosche si appiccicano nel caldo
alla pelle,

rivive nel grido smorzato
sotto un cielo di stelle silenziose,

risorge, la fenice
un’altra volta, testarda spiega
le ali alla vita
scuotendosi di dosso le scintille
di due torri che cadono,

vanno gli uomini
in preda a una strana emicrania
i più li guida il vento
e il presentimento di una fine innominabile,

fottono, giocano, ridono
mentre i miliardi decidono
quanti anni reggerà la terra
all’inquieta ambizione di pochi,

che gioco strano in cui siamo immersi
secoli di pensieri
e il potere di ucciderci in massa,

cosa resterà nella galassia
una polvere d’ossa e diamanti
due amanti con i denti nella carne
attraversando nebule,

ma la fenice risorge
in un volo maestoso e sgraziato
le sue ali incendiano i petali
di un papavero sul bordo della strada.

 

 

il sole a mezzanotte isola il mio sguardo
così non vedo altro che luce,
poi una mano mi sfiora la spalla
e io mi volto: il viso di un estraneo,
qualcosa di inaudito
eppure un uomo,

vestito della sua presenza, nuda,
sussurra qualcosa al mio orecchio
e io apro le mani
vorrei raccontargli cosa farò domani
quali progetti
accompagneranno lo sfiorire dei denti
ma poi sento il calore dei palmi

e ricordo: sono qui per vedere
fiorire il sole a mezzanotte,
passano strani uccelli, un fruscio di ali,
granelli di sale sfavillano nell’aria
e poi si sfanno

guardo, e ancora guardo
immenso nell’arco del ricordo
mi tendo verso l’orizzonte
e già sono trafitto di luce.

 

 

tu mi parli, ma io, distante da me stesso
seguo il riflesso di questa strada,
l’arcata grigia del cielo
il balenio di un merlo nero davanti all’entrata
del supermercato.

Rispondo alle tue parole,
sono come note che arrivano a un altrove,
fanno il giro e di nuovo mi sciabordano alla bocca,

forse stai pensando che amo solo
i meandri di un sogno,
che dimentico, non sono in grado
di ascoltarti.

Ma proprio in questi meandri
la vita svolge il suo corso,
l’ala del corvo s’inclina nell’aria
mentre una fiumana di passi s’incrocia,

noi, una resistenza
un grumo di tempo ci attraversa,
così uguale al nostro cuore
si scioglie a cera persa la distanza
in un tepore disarmato,

e io mi chiedo in cosa consista
l’amore, ora che sono un tentacolo nell’acqua,
l’immagine riflessa di me stesso
sempre in ritardo sulla linfa che la nutre,

noi non scegliamo le vedute
che come sogni di bambini ci guidano
cerchiamo la pazienza del cammino
perché l’io dimetta ogni colpa

 

 

Venere emersa da un mare digitale
con una chiazza di sangue rappreso
da cui ancora escono fili, liberi
nel vento prepotente
che rivolge la tua camera.
Tu, schiava del tuo ultimo avatar
ironia macabra
una palpebra boccheggia
lontano

 

Tommaso Meozzi (1984). Dottore di ricerca in Letterature Comparate, ha lavorato come lettore d’italiano all’Università di Bonn, tenendo corsi di lingua e cultura italiana. Attualmente è lettore di italiano all’Università di Augsburg. Con la raccolta di poesie La superficie del giorno (Le Cáriti, 2010), ha vinto, nel 2013, il premio Contini Bonacossi-opera prima. Il suo racconto La badante è uscito sul n. 78 (aprile 2017) di «Nuovi Argomenti». Nel 2017 ha ricevuto il premio della giuria nell’ambito del Premio Rimini per la poesia con la raccolta Inquieta alleanza, pubblicata nello stesso anno per Transeuropa. Sul numero 92 di «Atelier» (dicembre 2018) è uscita la sua silloge inedita Dove sei. Ha pubblicato un volume sulla distopia letteraria (Visioni dell’alienazione, Pacini, 2017) e, tra gli altri, articoli su Dino Campana e Paolo Volponi.

One comment

  1. Veramente rimango abbastanza stupefatto; leggo questi versi e dico mamma mia come è caduta in basso la poesia. Poi vedo la biografia di questo autore e penso che forse sono io a non capire nulla di poesia. Ognuno si darà la risposta che crede. Trovatemi un verso che sia un verso

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