Stefano Raimondi: poesie da “Il sogno di Giuseppe” (Amos Edizioni, 2019)

Stefano Raimondi, Il sogno di Giuseppe, Amos Edizioni 2019

 

Il sogno di Giuseppe
diventò di pietra: divenne
cisterna, poi casa e fondale.
A fuggire sarebbe riuscito solo
il corpo sottile di sabbia.
Le sue caviglie erano portali
soglie, dove liberare fratelli e padri.
La casa era sempre più vicina al sogno:
sarebbe crollata con il giorno
con il suo ritorno, indietro, nelle stanze.

La cisterna si fece casa, pelle
voragine di ascolti. Entrarci
era sognare, partire.

(p. 15)

 

 

Ho fatto un sogno solo
aveva poche cose da dirmi
come sono poche le ore
che finiscono vicino alle cantine
e per niente e per poco respiro
stanno a guardia delle loro ombre.

Si resta nel sonno come in un amore, quello
che si tiene vicino per non dimenticarsi
per non lasciare il punto da dove si è partiti
insieme alle sembianze.

E cambiano le cose sparse sopra i tavoli.

Sopra le cisterne passano i mercanti
e i sogni devono essere raccontati
per salvarsi.

(p. 19)

 

 

Le madri che amano davvero sanno
farci rinascere sempre.

Sentire le corde bagnarsi da qui
è come trovare l’inizio di un silenzio.
Le terre si spostano
dove nessuno ci riconosce più.

Giuseppe sognava così.
Sentiva l’acqua arrivargli dappertutto;
aveva anche lui paura dei fondali
come le cose cadute nelle grate
dei tombini: spariscono
come uno quando è solo.

Anche il mare gridava
e le voci erano schiume.

Ma c’erano le madri tra loro.

(p. 24)

 

 

Non tutti i sogni sono uguali:
alcuni vengono per ferire
altri per avvisare.

Sono qui e penso a salvarmi.
Qualcuno verrà a togliermi
i polmoni dall’acqua
il legno da sotto le unghie.

Sento ancora le voci
dall’ultimo sogno: abbracciano
le madri intarsiate di luci.

Nessuna parola tiene più
a galla i corpi.

(p. 25)

 

 

Mio padre non è mai partito:
il suo restare è come un’anfora voltata.
Ma a chi domando spazio qui
se è solo un sogno ad ospitarmi?
Lasciare che l’abbandono faccia doni
è quello che mi resta.

La luce ritagliava mezzogiorni a picco
sulle coste, senza muoverle mai.
Era da lì che i morti passavano
uno alla volta, per farsi riconoscere
e i padri per ultimi come spalle voltate.

(p. 43)

 

 

Ha la luce delle cose
una malinconia strana.

Lo diceva alle pareti che giravano
come per rifugiarsi.
Dalla cisterna tutto sembrava colasse
da fuori a dentro come un sospiro.

Teneva tra sé ciò che sapeva.

Continuava a sognare
come uno straniero.

(p. 48)

 

 

Non ci sono deserti grandi abbastanza
come questo respiro. Liberate
tutti gli sguardi, tutti
gli angoli delle case; che giri
la luce su ogni pietra; che passi
il sangue in ogni paura, sopra
ognuna delle travi che tengono
i soffitti rivoltati dalle cantine.

Diceva così Giuseppe prima di sognare
prima che al buio potesse domandare
altro buio ancora.
Si tengono ombre in serbo
prima di morire, prima di lasciare
che l’acqua si faccia più madre
di un fondale.

(p. 54)

 

Stefano Raimondi (Milano, 1964) poeta. Ha pubblicato La città dell’orto (Casagrande, 2002); Il mare dietro l’autostrada (Lietocolle, 2005), Interni con finestre (La Vita Felice, 2009); Per restare fedeli (Transeuropa, 2012); Soltanto vive. 59 Monologhi (Mimesis, 2016); Il cane di Giacometti (Marcos y Marcos, 2017). È inoltre autore di La ‘Frontiera’ di Vittorio Sereni. Una vicenda poetica (1935-1941) (Unicopli, 2000), Il male del reticolato. Lo sguardo estremo nella poesia di Vittorio Sereni e René Char (Cuem, 2007), Portatori di silenzio (Mimesis, 2012).

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