Bruce Bond, da “Choir of the Wells”

Bruce Bond, poesie da Choir of the Wells, traduzione di Angela D’Ambra

Luminescence of the Oceans

There is a drowned fire in our leaving.
You see it in the wakes of ships that cut
a passage through the red tide, the sparks

thrown aft as they welter in the current.
Sometimes when I look down at the seeds
of light, I keep returning to the furrow

that made a stranger of my father’s body,
the way he slept beneath the surgeon’s lance,
the saw, the red hand that reached inside

to turn the organ over. Sleep or no sleep,
a literal heart fumbles with the things
it cannot say and so it says again.

Look at waves. They fold into themselves
the sob of oceans, like a frightened child.
You would think they get tired of it,

how, as they heave exhausted to the bed
of sand, the last remains of day crackle
in the fall. I talk about my father

because, beyond the obvious, I am
afraid the water will swallow him again.
When I look ahead, I see something

futureless there, the jewel of the star
that drizzled into his eye that day.
It seems so still, though I know better.

The machinations of the ocean break
into the million small decisions of the deep.
It lives to move. The star that dissolves

—————————————(stanza break)

against the foam, it goes somewhere. It must.
Beneath the widow’s lace, perhaps, or here
inside the gaze that reads. It spreads its net.

Luminescenza degli Oceani

C’è nel nostro partire un fuoco annegato.
Lo vedi nelle scie di navi che si tagliano
un passaggio per la marea rossa, le scintille

scagliate a poppa che s’agitano nella corrente.
A volte, quando abbasso lo sguardo ai semi
di luce, continuo a tornare col pensiero al solco

che del corpo di mio padre fece uno straniero,
il modo in cui dormiva sotto la lama del chirurgo,
la sega, la mano rossa che si spinse dentro

a rigirare l’organo. Dorma o non dorma,
un cuore letterale brancica con le cose
che non sa dire, così le dice di nuovo.

Guarda le onde. Avviluppano in sé
il singulto degli oceani, quale bimbo spaurito.
Penseresti che venga loro a noia,

il modo in cui, nel loro esausto vieni e vai sull’alveo
di sabbia, gli ultimi resti del giorno crepitano
nel tramonto. Parlo di mio padre

perché, a parte l’ovvietà, ho
timore che l’acqua di nuovo se lo ingoi.
Quando guardo avanti, vedo qualcosa,

là, senza futuro, il gioiello della stella
che, quel giorno, gli sprizzò negli occhi.
Sembra così immoto, pure non m’inganna.

Le macchinazioni dell’oceano si frangono
nel milione di minute decisioni del profondo.
Vive per muoversi. La stella che contro la spuma

—————————————(interruzione di strofa)

si dissolve, va da qualche parte. Deve.
Forse, sotto le trine della vedova, oppure qui
nello sguardo che legge. Dispiega la sua rete.

 

Benthos

The fathoms take what we know of light,
the ache of it that dims as it goes
cold, deeper into the ache of dark.

Down here an eye is its own lantern,
sunk among the cuttlefish and squid,
the angel flesh that swims among the wreckage.

Today I walked into a small museum.
On a wall, a hill of spectacles,
teeth, a memoir bound in human skin.

I have read this book, skin to skin,
and yet I think a part of me reads it
in the dark. If this is the past,

it is far too tiny and too enormous.
What you make out in the many faces
gets lost in the unspeakable focus

of one. And each one difficult to name,
to recognize now, beneath the mask
of no mask. Not enough food to live,

and too much to die. That’s what they say.
And it goes on that way for a while,
until the story of the boy who begs

to be shot. The core of us is strange.
Bones of faces float to the surface.
And deeper still, a voice, neither theirs

nor ours. Like a heavy net of cautions
that binds us to a world. Perhaps a prayer,
a memoir’s future tense, or the last

—————————————(stanza break)

breath of a man, here, high above the dark
floor, above the drowned, as we know them,
the gas blue eel, our black and silent stars.

Benthos

Le sonde colgono ciò che sappiamo della luce,
quel male che s’ottunde mentre si fa
fredda, più a fondo nel male del buio.

Quaggiù un occhio è lanterna a se stesso,
inabissato tra seppie e calamari,
la carne dell’angelo che nuota fra i relitti.

Oggi sono entrato in un piccolo museo.
Su un muro, un colle di lenti,
denti, un memoir rilegato in pelle umana.

Ho letto questo libro, pelle a pelle,
e ancora penso che una parte di me lo
legga al buio. Se questo è il passato

è fin troppo esile e troppo enorme.
Ciò che scorgi in una varietà di volti
va perso nell’ineffabile messa a fuoco

di uno solo. E ciascuno difficile da nominare,
da riconoscere ora, sotto la maschera del senza
maschera. Non sufficiente cibo per vivere,

e troppo per morire Questo è ciò che dicono.
E prosegue così per un po’,
fino alla storia del ragazzo che implora

che gli sparino. La nostra essenza è strana.
Ossa di volti fluttuano alla superficie.
E più a fondo ancora, una voce, né loro

né nostra. Come una greve rete di cautele
che ci lega a un mondo. Una preghiera, forse,
un tempo futuro di un memoir, o l’estremo

———————————————(interruzione di strofa)

respiro d’un uomo, qui, innalzato sopra il fondo
buio, sopra gli annegati, come li conosciamo,
l’anguilla blu elettrico, le nostre stelle silenziose e nere.

 

Ink

When, in the dark ages of the east,
the Mongols took the heart of the city
and poured in, room after room, to cut
a path through the bodies in their way,
they loaded up the illuminated books,
the many wildflowers of Islam hand-sewn,
penned, edged in gold, and made of them
a bridge across the Tigris, shaky at best,
to lead men from the spoils of their labor.
This is the story of the House of Wisdom,
how centuries gathered there to pool
the gems of medicine and metaphysics,
until the river took them, leaving us
the ache of knowing just enough to ache.
If history repeats, it does so without us.
It returns the way a criminal returns,
or a tongue to the space that was a tooth.
When the bodies of the philosophers
broke the surface, they floated here and there,
littering the shore, their wounds drained
into the current, to stain the glass
not red exactly, in spite of what you hear,
but rust, a fading scar of dirt and iron.
The greatness of a city is how it kneels
near the water, to beat its laundry there,
or flood the fields in their season, to carry
what: fennel, flax, cinnamon, a scholar.
Beyond the necessary, a river draws
the mourner toward something she cannot find—
it helps her nonetheless—or the believer
toward reconciliation with her god.
If we hear there rumors of water going
on without end, it is none the less loss
that speaks. What book would not be a bridge.
Or the grave of some sad misconception.
Somewhere still there is a volume that says

—————————————-(stanza break)

what the river of the dead cannot,
that once a library fell into the Tigris,
and these waters, that are a widow’s friend,
ran black with ink, mile after mile.

Inchiostro

Quando, nelle buie età dell’oriente,
i Mongoli invasero il cuore della città
e si riversarono, di luogo in luogo, per aprirsi
una via tra i corpi sul loro cammino,
fecero incetta di manoscritti miniati,
i molti fiori selvatici dell’Islam a mano rilegati,
redatti, profilati in oro, e ne fecero
un ponte sul Tigri, instabile a dir poco,
per guidare uomini dalle spoglie della loro fatica.
Questa è la storia della Casa della Saggezza,
come secoli si raccolsero là per condividere
le gemme di medicina e metafisica,
finché il fiume se li prese, lasciandoci
il dolore di sapere quanto basta per dolerci.
Se la storia si ripete, lo fa senza di noi.
Ritorna nel modo in cui un criminale torna,
o la lingua nello spazio dove c’era il dente.
Quando i corpi dei filosofi
emersero in superficie, fluttuarono qua e là,
ricoprendo la spiaggia, le loro ferite esangui
nella corrente, a tingere il vetro
non proprio di rosso, al contrario di ciò si dice,
ma di ruggine, uno sfregio smorto di fango e ferro.
La gloria di una città sta nel modo in cui si genuflette
presso l’acqua, per battere là il proprio bucato,
o per inondare i campi nella loro stagione, per trasportare
cose: finocchio, lino, cannella, uno studioso.
Oltre il necessario, un fiume trascina
la prefica verso qualcosa che non sa trovare—
la aiuta malgrado tutto — o il credente
verso la riconciliazione col suo dio.
Se là sentiamo dicerie di acqua che senza fine
scorre, è pur sempre la perdita
a parlare. Quale libro non sarebbe un ponte.
O la tomba di qualche triste malinteso.
In qualche luogo c’è ancora un volume che dice

————————————–(interruzione di strofa)

ciò che il fiume dei morti non può dire,
che un tempo, nel Tigri, una biblioteca cadde,
e queste acque, che sono amiche d’una vedova,
corsero nere d’inchiostro, miglio dopo miglio.

 

A Little History of Waves

I used to think the past was a god
laid to rest in the graves of books
that no one reads, in a paradise
where the quiet is so absolute
nobody drums a passage through the page.

All those nights I lost going down
to the shore, when I walked alone
beside the gardens gone sweet with dark,
I left something of a story behind
my words to tell it. Even now I live

where I can never be, though I see
in my many mistakes along the way
the angel of a death that weighs my heart
against the feather of a better life.
Today I learned a friend of mine is dying.

It’s something so rare he lived with it
for years, unknowing, so now he has two,
maybe three, to watch his choices narrow
to the repertoire of miracles
that move an arm, an eye, a diaphragm.

Perhaps it is the free movement of things
that first persuades us they are deserving
of a name. Before they can belong
to a world, they belong to themselves,
bound, as we say, to change position

like something that has not happened yet.
I am sending out a prayer, unsure
it goes anywhere at all, let
alone all the way there, beyond the meat
and fear that holds a body to its bones.

—————————————–(stanza break)

Somewhere in my memory I help
the pieces of a man around, thinking
what this place needs is a little light.
So much time to wonder where we are,
or were, or hope we will have been, until

the skies disconnect their constellations
and plunge, released, nameless to the sea.
There is no shepherd of the stars.
Every breath we take they rise
and fall. Less a particle, more a wave.

Piccola storia di onde

Credevo che il passato fosse un dio
inumato nelle tombe dei libri
che nessuno legge, in un paradiso
dove la quiete è così assoluta che nessuno
tamburella un passaggio sulla pagina.

Tutte quelle notti perse per scendere
alla spiaggia, quando camminavo solo
costeggiando i giardini addolciti dal buio,
mi lasciavo dietro qualcosa di una storia
le mie parole per dirla. Persino ora vivo

dove mai potrò essere, sebbene veda
nei molti errori lungo il mio cammino
l’angelo d’una morte che mi soppesa il cuore
di contro alla piuma di una vita migliore.
Oggi ho saputo che un amico sta morendo.

È qualcosa di così raro che ci ha convissuto
anni, ignaro, perciò ora gliene restano due,
magari tre, per vedere le sue scelte restringersi
al repertorio di miracoli
che muovono un braccio, un occhio, un diaframma.

Forse è il libero moto delle cose
il primo a persuaderci che esse meritino
un nome. Prima che possano appartenere
a un mondo, appartengono a se stesse,
destinate, come diciamo, a mutare posizione

al modo di qualcosa non ancora accaduto.
Sto inviando una preghiera, dubitoso
se davvero andrà da qualche parte, senza
dire dell’intera via fin là, oltre la carne
e la paura che unisce un corpo alle sue ossa.

———————————————-(interruzione di strofa)

In qualche luogo nella mia memoria riunisco
i pezzi sparsi di un uomo, pensando che
ciò di cui questo posto ha bisogno è un po’ di luce.
Così tanto tempo a domandarci dove siamo,
o fummo, oppure a sperare che saremo stati, finché

i cieli non sconnetteranno le costellazioni
per precipitare, liberi, senza nome nel mare.
Non c’è alcun pastore delle stelle.
A ogni nostro respiro, si sollevano
e cadono. Meno una particola, più un’onda.

 

Water

Say you stare into a river
as if this were the way to cure
your madness, your gaze
fixed on some bearing there,
some dead branch where it spears
the glass, so quick to mend,
or the tremor of a first star
the current rocks to sleep.
Say you kneel to admire
the rudderless boats of leaves,
the lightness of the touch
that bears them up, and the faith
they take in the bending
of the water, given over
to the enormous longing below,
its gravity, its give and take,
the sure, swift eddies that spin them
toward some foreign shore.
It’s as if the stream came this far
to teach you something,
that there is always more
to strip you, bearing down,
as if the flow could be a sister
stillness, like the stare
beneath the closed eyes
of someone sitting, following
her breath, steadfast there
in letting go. Clouds leave
no ripple in their wake.
And you just might find yourself
where the crackle of water
is a fire you sleep by. It leads you
everywhere and nowhere
like dark travelling into the dark.
And you begin to believe

———————————–(continue stanza)

you were born for this,
to wake, alone, the orphan
of your dreams. You start to see
what’s left of night drawn
over the horizon—a tide
that consumes some other east,
some other west, that pulls
the pale blue this way, to float
the burning casket of the sun.

Acqua

Dì che fissi un fiume
come se fosse la cura
per la tua follia, lo sguardo
fisso là su qualche punto, un qualche
ramo morto là dove la lastra
trafigge, così veloce a risanarsi,
o il tremito d’una prima stella
le rocce consuete per dormire.
Dì che t’inginocchi per ammirare
le barche di foglie senza timone,
la leggerezza del tocco
che le sospinge, e la fede
che pongono nella svolta
dell’acqua, cedendo
all’enorme brama al di sotto,
la sua gravità, il suo dare e pigliare,
gli svelti, certi gorghi che le fanno vorticare
verso qualche sponda straniera.
È come se la corrente si fosse spinta
tanto lontano per insegnarti qualcosa,
che c’è sempre un di più
di cui spogliarti, con cui abbatterti,
quasi la corrente potesse essere sorella
immobilità, come lo sguardo
sotto gli occhi chiusi
di qualcuno seduto, che ne segue
il respiro, risoluto a quel punto
nel lasciar andare. Le nubi non lasciano
increspatura alcuna nella loro scia.
E tu potresti proprio ritrovarti
dove il crepitio dell’acqua
è un fuoco presso cui dormi. Ti guida
in ovunque e in nessun luogo
come buio che viaggia nel buio.
E tu cominci a credere

————————(la strofa prosegue)

d’essere nato per questo,
per svegliarti, solo, l’orfano
dei tuoi sogni. Inizi a vedere
ciò che resta del disegno notturno
oltre l’orizzonte—una marea
che consuma un qualche altro oriente,
un qualche altro occidente, che tira
l’azzurro pallido di qua, a far fluttuare
lo scrigno ardente del sole.

 

The Los Angeles River

Hopeful at best this name we give it,
this trickle that is largely a river
of concrete now, a barren culvert

for the flash of floods that shiver
through the city, that come to clean
their gathering here, their never

sublime, never flourishing stream.
Small, yes, but stream enough to slow
down grids of traffic, the limousine

as it rolls its mirror windows,
one side fire, the other ice.
Valley of the winter rose,

of a sage and palm tree paradise
so sun-rich a nation tilted west
to watch, to tap the orange trees

and television glass, the wants
that gushed like a would-be starlet.
Valley of the ancient freeways.

And on its banks a palimpsest
of swastikas and bodiless
cocks, the bored, pissed, obsessed

confessions, giant names that last
night trashed beneath another fist
of paint, its flash, its fume, its luster.

Ask the man who sits and finds
comfort here, whose respite is
the rainbow of the river surface.

————————————(stanza break)

Sure, a certain shine persists,
like the eyes of makeshift families
that comb the night, that climb this fence

because it’s there, because the homeless
runoff of a city flows somewhere,
if not to the sea, then to some place

with bridges, echo chambers that water
the sea, that voice whatever talk
of rain. And the rains that answer.

Il fiume Los Angeles

Al meglio dona speranza il nome che gli diamo,
a questo rigagnolo che ormai è per lo più
un fiume di cemento, sterile tubo di scolo

per il flusso d’alluvioni che fremono
percorrendo la città, che vengono a nettare
il loro confluire qui, la loro corrente

mai sublime, mai fiorente.
Piccola, sì, pure corrente quanto basta
per rallentare le reti del traffico, la limousine

mentre abbassa i finestrini a specchio,
un lato fuoco, l’altro ghiaccio.
Valle della rosa d’inverno,

d’un paradiso di salvia e palme
così soleggiata che una nazione volse a ovest
per guardare, per toccare gli alberi d’arancio

e lo schermo del televisore, le brame
sprizzanti come un’aspirante stellina.
Valle delle antiche strade senza dazio.

E sulle sue sponde un palinsesto
di svastiche e di combattenti
senza corpo, le confessioni tediate, irate,

ossessionate, nomi di giganti di cui la notte
passata s’è disfatta sotto un’altra mano
di tinta, il suo bagliore, il vapore, lo splendore.

Chiedi all’uomo che qui siede e trova
conforto, il cui sollievo è
l’iride sulla superficie del fiume.

————————————(interruzione di strofa)

Sicuro, un certo scintillio perdura,
come gli occhi di famiglie transitorie
che la notte stacciano, che questo recinto scalano

perché è là, perché il deflusso
senzatetto di una città scorre da qualche parte,
se non al mare, allora verso qualche luogo

con ponti, camere a eco che il mare
irrorano, che voce danno a qualsivoglia
diceria di pioggia. E le piogge rispondono.

 

Bruce Bond è autore di oltre quindici libri di poesia e saggistica. Tra questi ricordiamo solo i più recenti: For the Lost Cathedral (LSU Press, 2015), The Other Sky (Etruscan Press, 2015), e Immanent Distance: Poetry and the Metaphysics of the Near at Hand (University of Michigan Press, 2015); Black Anthem (Tampa Review Prize, University of Tampa Press, 2016), Gold Bee (Crab Orchard Open Competition Award, Southern Illinois University Press, 2016), e Sacrum (Four Way Books, 2017), Blackout Starlight: New and Selected Poems (Phillabaum Award, Louisiana State University Press, 2017); Rise and Fall of the Lesser Sun Gods (Elixir Press, 2018); Dear Reader (Free Verse Editions, 2018).  La sua poesia combina lirismo personale e inchiesta metafisica, e risente dell’attività di musicista jazz dell’autore. Bruce Bond è attualmente è Professore Emerito presso l’Università del Texas del Nord. I testi proposti sono tratti dalla raccolta Choir of the Wells (maggio 2013)

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.