Simone di Biasio, da Panasonica. Inediti

 

Quando facciamo visita alle case in dialetto diciamo
che jam a visita’ i sepulcr’, visitiamo sepolcri
andiamo dal vivo a cercare qualcuno, a stanarlo
nell’ombra di luce in cui se ne sta raccolto.

 

 

(Il melograno s’inalbera in punto di morte
non si stacca suppura si spacca, si gonfia di sangue
spalanca la stagionatura, bocca rosso pompeiano
proprio come chi d’improvviso stagiona
si spegne sul punto più alto di maturazione.)

Tu che ricordi il tedesco ferito sotto un albero
a terra caduto come un frutto ammaccato
disperato con le foto di famiglia tra le mani
come noi adesso nel tuo salone color corteccia
tu che hai la pietà sparata in petto dalla guerra
vedi ancora dal basso, riparata dietro a una trincea.

 

 

Non rispondo più al telefono di casa
dalla notte che mostrò la tua regalità
il timore che sia ancora la tua voce
a chiedere “come stai?” perché collassa
ogni risposta, cadono dall’albero le ossa
ammonticchiate ai fili del vecchio apparecchio
singolarità spazio-temporale, santi e rosari
s’adunano per condurti a braccetto nell’origine
l’universo si fa sempre più stretto, denso e gira
gira come il tuo brodo di primordiale assenza.

 

 

Assunta nell’alto è stata di notte tre anni fa
Assunta è l’altra che di giorno percorre la casa
e compie le stesse stazioni, si sovrappone
all’abito di accompagnare l’ospite alla porta
colla parannanza impregnata dagli odori.

Che il passaggio, la morte sia sovrapposizione?
Noi dentro il ramo d’aria ch’era altrui altrove
lo spazio che occupiamo nella memoria fisica:
se non è possibile sostituire, sovrascriviamo
mettiamo sull’assenza un velo, una parannanza
dopo aver salvato: un’immagine, un documento.

 

 

Uno che non avevi visto piangere mai
è come la madonna che perde lacrime:
tu non ci credi, non può essere successo
che un simulacro abbia una crepa di pianto
così per qualche giorno contempli la statuetta
e un pool di scienziati preleva campioni d’acqua
nessuno lo scioglie il mistero dello scioglimento
lui lo stipa dentro alla cristalliera per segreto
a mo’ delle posate in oro giallo delle nozze
ché uno non ci crede poi servano a qualcosa.

 

 

Come quando facevamo il bagno oltre la riva
per non toccare il fondo, giungere alle secche
da lì fare cenni con le mani, non poter parlare.

Non poter parlare è la riva varcata che resta
ma le tue zoppe parole sono baciate dal sole,
un corrimano che noi dobbiamo pronunciare.

Il tuo volto è la casa che resta, la muta eredità.

 

 

Che cosa dici quando fai la spesa
mentre compri il pane d’oro dal fornaio,
ammonticchi sul banco la grammatica.

Cosa pronunci quando fai la spesa
come ordini se non ricordi i nomi:
chissà se è più il resto che conti nelle mani
o quel che resta al supermarket della mente.

 

 

Già comunichi a noi attraverso il velo oscuro
della vecchiezza, tua minoranza linguistica
dalla gola della nonnaterra rinvengono fonemi
fossili da archeologia del linguaggio, pietre
da datare, pochi indizi, sfrantumati inizi
invece tu ordini i cocci crollati ai piedi, ripari
le reti neurali lisce per il tanto camminare,
spazzi i residui di pensiero a terra e arrecuje¹.

Saper dire è una ferita aperta.

 

 

(E che rimanga “intrall’oss”,
come si dice… “inter l’oss?”
come dire che rimane “inter nos”
dentro all’ossa, qua in mezzo a
quattro mura e una cava verità.)

 

 

Riconoscere il buio sottotraccia,
il suo multiforme corpo mentre si percorre
la cucina, poi il bagno, la camera da letto e
ogni stanza è un luogo noto, tenebra fidata.

Ogni cosa, ognuno si riconosce sottotraccia,
in questa assenza orientata da punti fissi:
la maniglia, il tepore della scia sul pavimento,
il profilo dell’interruttore e la sagoma dell’aria
lungo il filo spezzato che ricuciono le notti.

 

 

Ora penso, cenando mentre vediamo netflix,
che se io e te conserviamo questo cibo
avremo di che mangiare tutto l’inverno.

Se uniamo il mio cervello afasico col tuo matematico
diranno che abbiamo creato una cellula invincibile
come quella di sicurezza dei piloti di F1
che se pure si schiantassero a trecento all’ora
non perirebbero, non sull’impatto almeno
pur conservando per molti lunghi inverni
lo shock di un ricordo, una scheggia di morte.

Perciò ora penso, cenando mentre chiudiamo netflix,
che se io e te conserviamo questa cellula
avremo di che mangiare tutti gli inverni.

 

 

Hai la bocca ad arco inflesso
detta anche “a carena di nave”
per quella punta che s’inarca quando ridi
mostrando denti bianchi stile tardo gotico
che nella cavità orale alzano un tempio
e un tempo pazzesco in cui resistere,
farsi linea e accoglienza, entrata e uscita,
lingua porta usb per scambio dati.

 

 

Dici: «Voglio la tua impronta sul mio corpo»
e mentre stringi più forte io faccio neo-avanguardia
premo il neo- che ti salda il collo al petto al centro esatto
per accenderci la luce e martello per tenere questo noi-
fisso alla parete e vedere la traccia che resta a toglierlo
dopo anni in cui stava in equilibrio incorniciato
crocifisso per resuscitare muri in carne
i miei muri nelle nostre carni, e così sia.

 

 

Fatti sanare come una casa abusiva
che originariamente non era edificabile
e poi rientra di colpo nel corpo urbano.

Fammi sanare il tuo corpo dentro al mio
come casa che originariamente non c’era
e poi diventa parte del nostro centro storico.

.

¹Arrecuje: “raccogliere”, nel dialetto di Fondi, mio paese d’origine

.

Selezione testi da Panasonica (in uscita per “Il Ponte del sale”, Rovigo)
di © Simone di Biasio

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