proSabato: Jacopo Ramonda, Pendolari

 

PENDOLARI (cut-up n. 127)

In macchina presto attenzione a qualunque cosa mi passi per la mente, tranne che a guidare. Ascolto musica, parlo al telefono, mi annoto queste frasi; rovistando sul fondo della borsa accasciata al mio fianco, sul sedile del passeggero, trovo la tua lettera. La riconosco al tatto, immediatamente. La mia condizione di pendolare non ammette variazioni di rotta: ogni giorno mi sposto lungo la stessa tratta provinciale, in loop. Attraverso una serie di piccoli comuni di periferia, così vicini l’uno all’altro da contagiarsi a vicenda nello sfregamento continuo di mucose e confini. Respiro a grandi boccate, poco prima di chiudermi ermeticamente nel mio scafandro e calarmi negli abissi delle prossime otto ore di lavoro quotidiano, dove la pressione si farà sempre più opprimente. Ormai i miei pensieri fuoriescono liberi soltanto nel dormiveglia degli spostamenti. Durante questi momenti di evasione, prendo consapevolezza di molte mie opinioni che normalmente non tengo in considerazione – pur sentendole protestare a mezza voce – e scendo a patti con alcune di esse. Il flusso dei miei pensieri è scandito ritmicamente dalla successione di villette a schiera, dai cartelli stradali, dalle vetrine dei negozi che si affacciano sui viali alberati come occhi stanchi, offuscati dalla cataratta. Ho memorizzato i tratti somatici di ognuno di questi punti di riferimento; li riconosco a distanza, mentre mi corrono incontro. Sono scatti di una cremagliera che mi avvicinano al mio posto di lavoro, in un conto alla rovescia muto. Un giorno sbaglierò strada e finirò all’estero, in un altro emisfero, dove le persone comunicano tra loro in una lingua che non conosco, nessun volto corrisponde a un nome, e ogni strada è solo il collegamento tra due posti che non ho mai visto prima. Per ora mi limito, fermo in coda al semaforo, ad inquadrare volti di sconosciuti nello specchietto retrovisore, soffermandomi su alcuni di essi, in genere sui più vicini, in colonna alle mie spalle o nella corsia a fianco. Mi distraggo dai miei pensieri studiando i lineamenti di questo numero potenzialmente infinito di sconosciuti. A volte ho l’impressione di incrociare un’occhiata; ma si tratta di sguardi filtrati, schermati dai vetri delle auto, da lenti a contatto, dalle poche ore di sonno; sguardi dotati di una gittata limitata, insufficiente a coprire i pochi metri d’asfalto che ci separano gli uni dagli altri.

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da: Jacopo Ramonda, Una lunghissima rincorsa, Bel-Ami Edizioni, 2014, pp. 20-21

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