Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi (nota di Emilia Barbato)

Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi, Edizioni del Foglio Clandestino 2018

Il titolo della raccolta di Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi, rimanda a due riflessioni. L’uomo e il luogo.
L’uomo disconosce i rapporti sociali e la realtà chiudendosi in un oceano di silenzio, lasciando vigile solo la mente e lo sguardo. Un poeta distante da tutto e in disparte da tutti decide di abbandonarsi a pensieri ampi, nella speranza che questi risolvano e denuncino un’umanità indifferente. Misantropo, dunque, che pensa e scrive in una stanza come in fondo al mare.
Il luogo, quello stesso mare dei Sargassi, compreso tra le grandi Antille e le Azzorre, di cui parla Jules Verne in Ventimila Leghe sotto i Mari. Una zona particolarmente pericolosa, «un’autentica prateria col tappeto folto d’alghe, di fucus natans, di uva del Tropico, a volte così compatto da poter essere tagliato dalla prua di una nave solo a stento.».
Attraverso il titolo, l’autore ci anticipa un viaggio in acque difficili da navigare chiarendo sin da subito la sua scelta di riportare i fatti accaduti senza lasciarsi coinvolgere.
La raccolta si divide in tre sezioni: Incerte Maree, Transito e Il Misantropo dei Sargassi.
Nella prima, ciascuna poesia ha un titolo, come se Mella volesse nominare la realtà che tratta, trovare una ragione alle cose. L’elemento che unisce i frammenti di vita è l’acqua. Un liquido che accoglie ogni tipo di natura, gli umori umani (la saliva che cola dalla bocca, le lacrime le cure dell’addio), l’evanescenza e la fragilità delle relazioni (eri nebbia) oppure lo stesso mare: «il mare è un tratto chiuso/ e l’infinito/ una menzogna intollerabile.” E ancora “e le occhiaie sono brocche/ che tengon dentro l’acqua/ fino all’orlo e “L’adriatico è uno stormo, io/ credo: abbandonato, cesellato, nell’azzurro/Chiamarlo sipario si può».
Transito è sicuramente l’apice della raccolta, un corpo unico, il poema dell’immigrazione, la tragedia di Lampedusa nel 2013, una poesia che non si lascia soffocare dal pessimismo. Le liriche, infatti, aiutano a comprendere la realtà degli emarginati troppe volte dimenticata, piegata ai deliri e alla finitezza di pensiero della classe politica dominante. Mella scrive una poesia civile degli ultimi scegliendo un tono poco urlato: «Sotto le vescicole bisbiglia una sposa./Un formicolio, un’ultima agitazione, un lievito/ che cerca di respirare, di dare/ le gemme al ricordo, una forza all’attimo».
Il Misantropo dei Sargassi accoglie, invece, poesie numerate, come se l’autore lasciasse scorrere una sequenza di riflessioni, quasi un monologo: «nessuno conosce la virtù del ritiro», «Ma io ti avevo avvertito – prima che piangessi,/ prima che si rompesse la porcellana della bambola/ bambina – siamo dei Sargassi/ e là torneremo».
Uno stile di scrittura inusuale, talvolta interrotto, ripreso, sincopato, che avviluppa il lettore come le acque di cui parla Verne. Un tono che parte basso e cresce via via che scorrono le pagine, trovando la sua massima espressività nel poema del Transito. Mella sceglie i dettagli da inquadrare, ne esegue macro scrupolose, restringendo sempre di più il campo visivo al fine di suscitare una precisa reazione nel lettore. Quest’ultimo rimane catturato nelle pagine allo stesso modo in cui l’equipaggio del Nautilus ingaggia la lotta con le alghe, segnato da una realtà incontrovertibile. Poesia che è animata da passione civile, che scuote e mette in moto le coscienze.

© Emilia Barbato

 

IL MARE È UN SEGMENTO
Genova 2006

Il fondale degli occhi sopporta
la durezza a fiore del viso
incapace
di assorbire i lividi.

Il mare è un tratto chiuso
e l’infinito
una menzogna intollerabile.

Ci sono gradini
sul volto della donna
che ha percorso ogni giorno
per servire al bisogno.

E le occhiaie sono brocche
che tengon dentro l’acqua
fino all’orlo.

Il mare è un segmento
spezzato dal vicolo
se i panni stesi
non lo serrano a tradimento.

 

UN’APPARENZA

Mi offri un’apparenza,
un’era da girare in catamarano
e un ritorno, dopo la boa,
quando l’acqua si fa dolce
e si vorrebbe affogare piano
dentro un pozzo più profondo
del vuoto scavato nel precipizio
solo il ritornello dello scacciapensieri
intorno
l’Adriatico e uno stormo, io
credo: abbandonato, cesellato nell’azzurro.
Chiamarlo sipario si può, non si vuole.

 

NON AL VENTO

L’africo spira sul versante, spinge
e dirige i sogni nella stanza delle farfalle
duole il ventre, duole dire buonasera.
La sabbia è la nostra materia polverizzata.
Non al vento tocca placare
i riflessi dell’iride
ma a carezza di spuma che non conosce
vortici.

 

NOMADI

Nomadi possono essere solo gli sguardi.
Le carezze bagnate dalla pioggia furono
poltiglia destinata a seccarsi nel mezzogiorno.
Quell’acqua senza sale, dal cielo, abbandonata
in rivoli, incapace di misurare la sete; acqua,
dal cielo, senza santi, stinta.
Fummo spiriti fuggiaschi,
quasi d’anima catafratta,
fino a trattenere gli sbadigli.
Nessuno disse come il ponente scappasse
nudo, a destra, dietro l’evidenza dello scoglio.

 

RESISTERE AGLI ABBRACCI

Capita di resistere agli abbracci
di scendere dal costato
che fa da frangiflutti.
Le ore portano: un otre di briciole e saliva,
la doccia dopo la salita.
Scenderemmo dal mondo stesso
se solo avessimo il balzo del felino
se non fossimo, a tutti i costi, licheni.

 

SOLŽENICYN AL SUPERMERCATO

Ho visto Solženicyn al supermercato
girava tra i banchi dell’ortofrutta, i sandali
strisciati sul linoleum; nel carrello
aceto di vino
bianco. Sembrava stanco
si fermò ai salumi, prima di contemplare
la tundra delle dimensioni.
Schivava i tralicci, perso
nell’arcipelago di vuoti a rendere.
A rendersi conto di quella parata
c’era da impazzire: code e fretta
alla cassa, grazie senza rimpiazzi.
Nel padiglione degli sconti regnava
l’allegria disordinata-ordinaria
guarda quello, costa poco
e quell’altro! Da abbellire il tinello.
Intanto il salariato gettava la cotenna
nel precipizio dei secchi
il ciclo della vita, diceva:
dammi una cicca.
Solženicyn si stupì di trovare
libri e dizionari vicino ai detersivi.
Riprese a perlustrare quei corridoi
lisci come steppa. Pensò “di questi tempi
nessuno ha più la barba alla mia maniera”.
Una mamma, accanto al frigo
inventava la cena della sera.
Ogni bocca stufa parlava
al cellulare, e tu, dietro lo scaffale,
misuravi le parentesi, le borse piene
di digressioni, la noia.
Ecco i surgelati, li ho riconosciuti:
pensavo si scongelassero nelle domeniche di sole
invece il ghiaccio andava sempre,
passato e presente, dentro e fuori le scatolette.
Pulsavano le tempie davanti alle insegne.
E i rumori? I rumori entravano tutti
gli sghignazzi dal piazzale, più un temporale.
Non è questa la torba buona, la betulla che consola.
Spiriti a terra, troppa miseria; una minestra
di superlativi: tutto bellissimo.
Fossimo un patronimico, piuttosto.
Figli di mondi, paci.
Questo voleva urlare:
figli di terra, fiumi, pace, mondo, senza superlativi.
Annodati, contaminati, così come siamo
tutti rinchiusi nell’orto umano.

 

I

Sono ore di cuore nel bitume
eppure io scorgo solo il frinire
dei corpi.
Non è di spazio che ho bisogno
a me basta: il tempo.
Il filantropo, si sa, lo fa per tornaconto
sfida il male con la ricompensa
e il male, il male resta
in sella, bene allacciato.

II

Lo so, non trovo nessuno tanto sincero
da dire: hai torto a stare rintanato,
malpagato, nell’orto fatto di mura, carta
e videoterminale; nella periferia, circondato.
Sul curriculum non l’ho scritto
meglio tacere le inclinazioni
nessuno conosce le virtù del ritiro
i litri di vino stillati nello sfintere
il rodimento vivo e mai palese
il riordino, la ritirata
nessuno conosce più il greco, la lingua, se non i greci
ma quelli hanno il mare e il miele per condire
la malinconia.

III

Hai detto che sei felice col pensiero
che esprimi anche solo guardando l’acquario,
o un vaso di Venini: perfetto coordinato giallo,
l’esaltazione per le acque terrene.
E irridere gli ossimori è diventato mestiere
ma io ti avevo avvertito – prima che piangessi,
prima che si rompesse la porcellana della bambola
bambina – siamo dei Sargassi
e là torneremo.

 

UN ESTRATTO DAL POEMETTO “TRANSITO” da Il Misantropo dei Sargassi

Il viaggio si è fatto largo, solo un fremito,
a galla nella testa, nei discorsi mezzo evaporato,
un tappo nello stagno.
Deragliata la voce combatte
coi guasti del generatore a gasolio, annuncia
pesce fritto (quando tornerà l’elettricità:
una cernia d’Oceano o pezzi dal fiume),
per ora si può giacere sullo zenzero, spaziare
avverte, la voce: è troppo lunga la strada,
più lontana
delle vite di tutti, l’una accanto all’altra.

Riempire la clessidra con le domande delle dune,
questa l’eco malmessa del tempo. Anche il tempo
si dissolve sotto uno zenit siderale, possente
di un’unica linea vertebrale.
Riempire i volti di luce, prima dell’ingorgo
del tramonto. Nella notte tornare a far respirare
la salvezza. Per salvarsi, si sa, occorre avere i piedi
e una stella che si metta a funzionare.

Una sposa intanto sussulta, laggiù, a Lampedusa.
Prepara l’altare al centro di identificazione
il sì è già stato pronunciato. Manca ora il bacio della vita.
Radiazioni spalmano le coste, annientano arrivi e approdi.

Perché parti? Perché vai? Le mani
formano una catena, sebbene non siamo
abituati all’ignoto……

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