proSabato: Luigi Cecchi, Slice

©Luigi Cecchi

 

SLICE

Zia Gruntezia mise le mani avanti pre-annunciando che l’allosauro non era ancora cotto, e che la cena sarebbe stata pronta in ritardo. Hugga conficcò il bastone nella sabbia, controllò l’ombra e si spazientì, perché aveva un appuntamento con gli amici a bastone-mezzi, e non gli piaceva arrivare tardi. A Zonfa, che sperava di attirare l’attenzione del cugino, non dispiaceva invece aspettare: avrebbe avuto più tempo per avvicinarsi a lui, parlarci e magari conquistarlo. Decise di tentare un primo approccio non appena Hugga avesse finito di blaterare della puntualità di certe cerimonie, e nel frattempo si ravvivò il rossore delle gote tirandosi un paio di ceffoni in faccia. Quando Zio Trugo invitò l’anziana nonna Ugabba a raccontare una delle sue storie per passare un po’ di tempo mentre l’allosauro finiva di abbrustolirsi, Hugga sospirò pesantemente e si sedette su una roccia distante, all’ombra di una felce. Zonfa ne approfittò immediatamente e si sedette vicino a lui.
«Vi racconterò – esordì Ugabba, schiudendo appena gli occhi, accerchiati da cerchi di rughe profonde – di quando il nonno di mio nonno, pilotando un guscio lucente, si innalzò nell’alto dei cieli e raggiunse le stelle. Dall’alto guardò verso il basso, e le montagne gli apparivano come increspature sulla pelle di un rinoceronte, e i mari come macchie azzurre screziate di bianco delle nubi. Egli raccolse il fuoco dalla stella più grande del cielo e lo riportò sulla terra, dove gli altri uomini come lui lo stavano attendendo. Ma il fuoco aveva un temperamento ribelle. Era fuoco! Non placida sabbia.»
«Proprio come Hugga!» Scherzò Zonfa, ridendo della propria battuta. Hugga si voltò verso di lei e la ragazza ne approfittò per far schioccare le mandibole, compiaciuta dell’attenzione. Zio Trugo invitò nonna Ugabba a proseguire con il racconto, senza badare a loro. Yluma, Blobia e Grunzo, i più giovani della famiglia, erano rapiti dalle parole dell’anziana matriarca, e nei loro occhi si leggeva chiaramente l’impazienza di sapere come sarebbe finita la storia. Nel frattempo, un delicato odore di carne abbrustolita si diffondeva piacevolmente nell’aria.
«Quando il fuoco delle stelle si rese conto che gli uomini volevano tenerlo prigioniero per sfruttarne il potere, si infuriò! Lingue di fiamme si innalzarono fino al cielo, bruciando le nubi stesse. La furia del fuoco delle stelle trasformò le montagne in polvere e i mari in sale. Lasciò questo pianeta devastato dalla sua ira, disseminato di cicatrici, morente. Ma il nonno di mio nonno sopravvisse, e con lui molti altri uomini.»
Nonna Ugabba accarezzò con la mano la testa bulbosa di Yluma. Le altre due larve si avvicinarono bramose delle stesse carezze. Zio Trugo agitò le antenne, colmo di compiacimento per il modo in cui stava andando la giornata. Zonfa stava già inumidendo le mandibole di Hugga, rapita dall’estasi dei rituali pre-accoppiamento, e nel frattempo l’allosauro era pronto da servire.
«Termina la storia, Ugabba. Io vado a prendere l’antenato.»
«Da tanta morte e distruzione, – riprese l’anziana – una nuova specie si evolvette. In parte fu merito delle emanazioni dello spirito del fuoco delle stelle, che precipitavano abbondanti sul pianeta… le stesse che ci permettono di cuocere l’allosauro, sapete? Ma senza l’ingegno degli antenati probabilmente la specie umana si sarebbe estinta. Fu la loro abilità nel mescolare insetti e uomini che permise ai nuovi nati di tornare a respirare l’aria della superficie. Ed è per questo che ogni anno commemoriamo questo giorno… il giorno degli antenati.»
Zio Trugo trascinò l’antenato fino alla grande roccia orizzontale, attorno alla quale tutti si riunirono. Facendo forza con le sue quattro braccia, Zia Gruntezia rimosse la carcassa di allosauro dal sole e la depositò sulla roccia, invitando tutti a iniziare a mangiare. Yluma, Blobia e Grunzo si tuffarono immediatamente con la faccia nella carne, scavando all’interno con la voracità tipica dei giovani che devono ancora mutare. All’antenato, che poteva resistere al di fuori della caverna solo pochi minuti, anche restando all’ombra, furono fornite delle rudimentali posate di legno affinché potesse nutrirsi in fretta.
«Ti offriamo una fetta del nostro cibo, oh antenato, – disse Zio Trugo – per ringraziarti del dono dell’esistenza che la tua stirpe ci ha donato, generando dal vetro e dalle conoscenze perdute la nostra specie.» Tutti risposero con un brusio, tranne Zonfa e Hugga.
«Trugo! Dovresti dire a quei due che non è il momento di accoppiarsi!»
«Lasciali fare, Gruntezia, – le rispose Trugo con un cenno della mano – le uova di Zonfa sono mature da almeno tre lune, e sarebbe bellissimo se le deponesse prima dell’inverno.»
Ignorando i due amanti, il resto della famiglia si riunì a mangiare. Fu un pomeriggio bellissimo, interrotto solo per un momento, quando l’antenato vomitò segnalando che era rimasto all’aperto troppo a lungo, e Zio Trugo dovette di corsa riportarlo al buio, nella caverna.
«Se muore, ne prendiamo un altro.» Gli disse Gruntezia quando tornò alla roccia. E ripresero a mangiare.

©Luigi Cecchi

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