Maria Grazia Insinga, Ophrys (rec. di Giorgio Galli)

Maria Grazia Insinga scrive poesia con una volontà di ferro – affermazione di una voluta ambiguità sintattica, perché la volontà appartiene sia all’autrice che alla poesia; a chi fa, come anche al fare stesso. Ophrys (Anterem Edizioni, 2017) è più di “una raccolta poetica”: è la costruzione di un campo semantico nuovo, che risemantizza ogni parola impiegata e istituisce nuovi nessi. Un’opera difficilissima da leggere, di qualcuno che vuole buttare giù il mondo così com’è per rifarne uno nuovo. Insinga cerca la parola pura, e a volte la trova. Frattura linguaggio e senso per originare un senso inedito. Ma quello che presenta non è solo un campo semantico: è un corpo, scandito dai titoli delle sezioni nelle sue parti anatomiche. Non è “solo” parola la sua: è un mondo, con tutto il dolore del mondo.
Il tragitto poetico parte dal momento irreparabile in cui un velo si squarcia e la vita si separa dalla non-vita. Quel momento, oggi, si dà come venire al mondo in un mondo dove l’essere umano è disgiunto dalla sua terra-madre, in cui un umano atomizzato ha consumato un delitto contro la comune origine – l’origine animale e terrestre, ma anche l’origine della scintilla razionale. Attraverso slogature sintattiche e sluogature geografiche, la poesia evoca moti contrastanti, suscita asce bipenni, canta un umano mozzato e un mondo significante che sta cessando di significare, perché significati e significanti vanno in direzioni contrastanti e squartano l’asse semantico. Questa scomposizione è però sia morte che rigenerazione: è rinascita poetica e psichica, sacrificio rituale.  E’ poesia assoluta e arrabbiata quella di Maria Grazia Insinga. Nelle poesie centrali, Dio e Nike, sono presenti due elementi primordiali: acqua e fuoco. Elementi di distruzione e di rinascita. Ma anche di paura. In un poema strutturato come un corpo, la posizione centrale di questi elementi suggerisce una paura dell’umano. Una folla di reietti appare dietro la cortina dei versi, una folla breugheliana di lacerti. Il Dio di Insinga non è un Dio buono: è un principio di oppressione, possessore di corpi, dispensatore di morti. È un principio maschile di stampo patriarcale e fascista. Sotto di lui si vive una condiziona innaturale di non-libertà, di non-sé, di “moncanza”. Sotto il suo dominio c’è una donna sottratta alla creazione. Un essere precario nel mondo, eppure vivo, inquieto. Che si rivolta, uccide, si trasforma da rosa in acqua oscura. La parola è lo strumento che uccidere il mondo vecchio e ne fa uno nuovo, risemantizzandolo. L’altra poesia centrale, Nike, presenta un archetipo femminile opposto a quello oppresso dal dio: è archetipo di vittoria, di libertà dalle catene dell’appartenenza: è vittoria sulla competizione come male originario che provoca la schiera dei vinti.
C’è un nodo di violenza che avvelena ogni cosa. L’amore, in questo corpo poetico, è un amore che annienta, è amore come potere. L’umano ne esce a pezzi, sepolto, sezionato. Un rogo che si riaccende sempre e che si alimenta di chiunque non sappia saltarne fuori. In questo corpo poetico sono maledette le virtù cristiane della sottomissione e dell’umiltà. Dal nodo violento si può uscire solo con altrettanta violenza. Tutti coloro che vivono nel principio “femminile” che è principio di poesia, di bellezza, di creazione e di unione. Il principio maschile disseziona, smembra, nega. E occorre una poesia di altrettale violenza, uguale nella forza e contraria nella direzione per iniziare la ricostruzione del corpo smembrato.
Per operare questa ricostruzione bisogna innanzitutto mostrare la distruzione avvenuta. Senza cadere nella trappola di una tenerezza e di una pietà imposte. L’obbligo della tenerezza, la mansuetudine dei sentimenti dettata dall’alto, non serve per “ammansire i carnefici”, ma per privare le vittime di ogni facoltà di ribellione. C’è un disincanto assoluto nei versi di Maria Grazia Insinga, una disperazione feroce e reale, da cui non si vede l’uscita. Sembra anzi che il destino umano sia quello di replicare all’infinito lo schema della privazione e del dominio; che il moto della storia non sia né lineare né circolare, ma a spirale. L’orrore, come il fuoco, s’alimenta di tutto e cresce su se stesso, producendo oppressi sempre più oppressi e atrocità sempre più atroci. Presi dal meccanismo del martirio, e dunque complici ontologici dei carnefici, nemmeno i martiri sono oggetto di pietà. Le stesse parole, nella spirale dell’oppressione, risultano fiacche e meno chiare: parole “che non sono sì, non sono no”, “fonemi di vento” emessi da una bocca che “semina a deserto il deserto”. Il silenzio è  sottomesso e complice, ma della parola si può dire lo stesso che dei martiri: la lingua martirizzata diventa complice ontologica dei carnefici. “Soffro come un cane / più del mio cane” è il distico a cui è consegnata la riflessione più disperata del poema: intervenendo su uno dei luoghi comuni più comuni, Insinga spiattella, insieme alla banalità dell’espressione, anche quella della sofferenza da cui l’espressione è scaturita.
Di un mondo cosiffatto non si può essere partecipi senza esserne complici. L’unica possibilità è ricominciare da capo, ricostruire tutto con parole nuove ma tratte dall’origine, con sentimenti nuovi ma tratti dall’origine, con una tenerezza originaria. Ma si potrà?

© Giorgio Galli

 

DIO

I gorgo

 

L’affarista di corpi
ha un dirupo nell’occhio
solleva la donna dai bisogni
i sogni del lupo
tiene così pulite le scarpe
a protezione di un buco.
Poi vince la sbornia con l’amore
vince la sbornia e arriva vivo
affinché lei lo uccida
dice che il sogno è chiaro
dice la fuga dall’acqua
e mutila il gorgo.

 

II gorgo

 

Quel corpo transizionale alla vita
prima della vita era conferma
di un primitivo moto impresso
in una visione di purezza
roccia coralligena nel selvatico
laboratorio. E il gelo, la veggenza
germogliava la morsa della fame
ove una presa di sale era sufficiente
a far sapida ogni moncanza.
L’ora liquida correva alla sorgiva
non la trattenevi non era
la levatrice a togliere di bocca
le parole ma le parole a togliere lei
alla bocca dello stomaco nella sera
dove la rosa divampa sul viso
mi divampa acqua oscura e mi viene
al mondo con sortilegio e non è il sole
a sorgere su quei mari io ricordo
io ricordo solo i tuoi capelli nel gorgo.

 

NIKE

 

I rogo

 

a lei dai quanti? nomi dati nell’impotenza
in balia di una cosa sola di due uscita dalla bocca
a mostrificare fornicare l’impotenza del sesto precetto
dei sesti è una morte sola di due come se ora
non si potesse che restare monchi di fronte a lei il tutto
non si potesse che ridere la lingua franta a lei il lutto
salva dal rogo solo con un altro rogo un altro uno?

 

I rogo [1]

 

in ragione della solennità
in quattro tempora nel piatto
in pezzi d’arte i nervi gli avanzi niente
in niente sepoltura e nessuno
niente olio fiori spighe a grappoli

e nessuno viene, forse in povertà
e polvere, spoglie senz’acqua
e nessuno è salvato forse mezza salma
e nemmeno, da dove di dove va viene
il piatto è vuoto il piatto è un rogo

[1]     Non si tratta di un refuso: nel testo compare due volte I rogo seguito da una “nota 1” che non rimanda a nulla. È che il rogo è sempre il primo, non si progredisce dal rogo né il rogo si evolve. Dal rogo si esce o non si esce.

«La vita ci fa a pezzi – moncanza, mancanza – ma noi continuiamo a cantare come nel quadro di Bosch del XVI secolo, “Il concerto nell’uovo”. Tagliamo via la testa, la parte razionale, l’ego. Tagliamo via il male del mondo. Un’umanità acefala, tutta cuore, tutta anima. In Sicilia l’Ophrys lunulata è endemica; priva di nettare ha sul labello, appunto, una mezzaluna. Qui appare la sagoma di un omino impiccato. E l’ibridazione avviene col vento. Dopo avere visto la valle dell’Ippari e il suo giardino di orchidee selvatiche – da togliere il fiato – è nata Ophrys (dal greco ciglia): per ibridazione dal vento». (Maria Grazia Insinga)

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