Chiara Bellaveglia, Cucire le rotte

Chiara Bellaveglia, Cucire le rotte

Chiara Bellaveglia ha vent’anni, è studente universitaria, non ha alcuna esperienza editoriale, neanche in rete. È un’esordiente pura, una terra inesplorata e verde, e appartiene a quella categoria di scrittori che i critici guardano con sospetto, in attesa che le prime prove si trasformino in approdi più sicuri. Sennonché Bellaveglia mostra già in questi versi una padronanza di scrittura che affonda le radici nello studio profondo della letteratura classica e nella lettura appassionata degli autori moderni (su tutti Pier Paolo Pasolini e Mario Luzi) e contemporanei. La lingua è netta e pulita, e se deve ancora liberarsi da certi residui di cultura scolastica, non cede mai alla retorica, alla poesia fine a sé stessa, all’emozione spuria. Bellaveglia ha strumenti affilati e ben curati, e questo le consente di affidare alla poesia il meglio di sé, la parte più intima, dolorosa, ma anche coraggiosa e piena di vita. È una ricerca di maturità umana, prima ancora che letteraria, nella quale non sono esenti lo stordimento e il naufragio: «dormiremo naufraghi vicini/ tra l’odore delle basse maree/ che spinsero le nostre prore/ a cucire le rotte». Desiderio e purezza combattono un continuo duello nel recinto segnato da questi versi, raccontando di una ragazza chi si fa donna e si rivolge a un Tu nel quale poter scorgere, di volta in volta, le tracce dell’amore, della passione, dell’amicizia, dell’affetto, del desiderio del divino, della relazione che si fa fondamento di speranza. Bellaveglia mostra di aver già compreso che la poesia è prima di tutto un’esperienza fisica, un ricercare dentro i brividi e le pieghe della gioia e del dolore. Il corpo si affaccia con tutte le sue potenzialità di senso dentro questi versi e la poesia diventa porta e sigillo «sui miei contorni inquieti,/ sulle mie cavità a coprire i fondi», mostrando una maturità e una forza premesse di fecondi sviluppi. (Luca Benassi)

 

Caterina

Creatura bella,
nuda di carta velina,
che lasci a terra pelli di leone,
dimmi se il mare
che ti riempie il cuore
e corrode le dodici coste
talvolta sorride allo sterno.

Vorrei sapere adesso,
piccolo corpo inciso,
se vive ancora il ricordo
nelle tue strade violate,
se ti parlano ancora le farfalle
o se invece il vento
ha strappato le ali ai loro voli,
se t’insinua il sole.

E mentre la gabbia toracica
ti tiene reclusa
respira un sentore di vita
nell’iride vago
che vince la nera pupilla.

E ridi del vuoto.

 

Sigillo ermetico

Sigillo ermetico,
sui miei contorni inquieti,
sulle mie cavità a coprire i fondi,
come ti tocca di me
l’odore umano?

Non ti sarà semplice guida
il tracciato di vertebre nel solco,
nasconderò il mio ventre,
la madia contorta dei singulti.

Ma tu colmami, fonditi
nel mio calco di nulla
a cera persa.

Stringerò la mia vita sulla tua.

 

Dormiremo naufraghi vicini

Dormiremo naufraghi vicini
tra l’odore delle basse maree
che spinsero le nostre prore
a cucire le rotte
sopra lo stesso scampolo di mare
e il desiderio
galleggerà sugli occhi taciturno.

 

Del tuo volto mi resta

Del tuo volto mi resta
un ritratto vivo di madreperla,
la tua brezza
nelle mie crepe aperte
e tutto è scosso,
tutto respira ancora,
nel groviglio ininterrotto di linee
e un filo,
un capo alle tue mani
uno al centro del mio petto.

 

Chiudi gli occhi Nenné

Chiudi gli occhi Nenné,
che ritorni
quel muretto sul viale alberato,
una ressa di foglie che corre
sopra un campo di calce smangiata,
un reticolo di gelsomini.

Confondevi le dita minute
tra gli steli sottili intrecciati
(stupefatto prodigio infantile):
“quello è il mio gelsomino”
sognavi
“che a vederlo mi pare una stella,
e il cespuglio è una volta convessa,
come un arco di Cielo concesso,
come un’esile Infinità.”
L’intuizione bambina sincera
nel suo fiore leggeva una stella,
punto puro di libero moto:
il suo stelo rimasto ancorato
è il residuo che non gli appartiene
e le resine amare non siano
il cordone annodato al tuo fianco.

Chiudi gli occhi, Nenné,
che le stelle
sul vialetto profumano ancora.

 

Chiara Bellaveglia è nata a Roma nel 1998 e dove studia Lettere Classiche all’Università La Sapienza. Si occupa di teatro, ideando e dirigendo laboratori teatrali per bambini e adolescenti. Scrive poesia, ma non ha all’attivo nessuna pubblicazione.

 

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