proSabato: Simone Weil, L’Iliade poema della forza

Quando si è dovuta distruggere ogni aspirazione di vita in se stessi, per rispettare in altri la vita è necessario uno sforzo di generosità da spezzare il cuore. Fra i guerrieri di Omero non è lecito supporne alcuno capace di un tale sforzo, se non forse colui che in certo modo si trova al centro del poema, Patroclo, che «seppe esser dolce con tutti» e nell’Iliade non commette nulla di brutale o di crudele. Ma in più millenni di storia, quanti uomini conosciamo che siano stati capaci di dimostrare una così divina generosità? È dubbio che se ne possa nominare due o tre. Mancando di tale generosità, il soldato che vince è come un flagello della natura; posseduto dalla guerra, è divenuto, non meno dello schiavo sebbene in tutt’altro modo, una cosa, e le parole sono prive di potere su di lui come sulla materia. L’uno e l’altro, al contatto della forza, ne subiscono l’effetto infallibile che è di rendere quelli che tocca o muti o sordi.
Tale la natura della forza. Il potere ch’essa possiede, di trasformare gli uomini in cose, è duplice e si esercita da ambo le parti: essa pietrifica diversamente, ma ugualmente, le anime di quelli che la subiscono e di quelli che la usano. Tale proprietà tocca il più alto grado in mezzo alle armi, dal momento nel quale una battaglia si orienta verso una decisione. Le battaglie non si decidono tra uomini che calcolano, combinano, prendono una risoluzione e la attuano, ma tra uomini spogliati di queste facoltà, trasformati, caduti al livello della materia inerte che non è che passività, come cieche forze che non sono che impeto. È questo il segreto ultimo della guerra, e l’Iliade lo esprime paragonando i guerrieri all’incendio, alla inondazione, al vento, alle bestie feroci, a qualsiasi causa cieca di disastro, oppure agli animali paurosi, agli alberi, all’acqua, alla sabbia, a tutto ciò che è mosso dalla violenza delle forze esterne. Da un giorno all’altro, a volte da un’ora all’altra, Greci e Troiani subiscono di volta in volta le due trasmutazioni:

«Come da un sanguinario leone sono assalite
mucche al pascolo in una vasta prateria acquitrinosa
a migliaia…; tutte esse tremano; così allora gli Achei
furono dispersi in panico da Ettore e Zeus padre,
tutti…
Come quando il fuoco devastatore cade sul fitto di un bosco;
per tutto roteando il vento lo porta, ed i fusti
sbarbati cadono allora, al premer del fuoco violento,
così l’Atride Agamennone faceva cadere le teste
dei Troiani fuggenti…».

L’arte della guerra altro non è che l’arte di produrre tali trasmutazioni, e la materia, i modi, la morte stessa inflitta al nemico non sono che mezzi per ottenere questo effetto; esso ha come vero oggetto l’anima stessa dei combattenti. Ma queste trasmutazioni costituiscono sempre un mistero, e autori ne sono gli dèi, essi che toccano l’immaginazione degli uomini. Sia come sia, questa doppia proprietà di pietrificazione è essenziale alla forza, e un’anima posta al contatto della forza non vi sfugge se non per una qualche sorta di miracolo. Tali miracoli sono rari e brevi.
La leggerezza di coloro che maneggiano senza rispetto quegli uomini e quelle cose che sono o sembrano essere alla loro mercé, la disperazione che costringe il soldato a distruggere, lo stritolamento dello schiavo e del vinto, i massacri, tutto contribuisce a formare un quadro uniforme d’orrore. Esso ha un eroe solo: la forza. Ne risulterebbe una tetra monotonia, se non vi fossero, disseminati qua e là, momenti luminosi, momenti brevi e divini nei quali gli uomini hanno un’anima. L’anima che così si risveglia un istante, per riperdersi poco dopo sotto l’imperio della forza, si desta pura e intatta; non vi appare alcun sentimento ambiguo, complicato o torbido; vi hanno posto solo il coraggio e l’amore. Talora un uomo trova così la sua anima mentre delibera con se stesso, quando tenti, come Ettore dinanzi a Troia, senza il soccorso degli uomini o degli dèi, di affrontare da solo il destino. Gli altri momenti in cui gli uomini trovano la loro anima sono quelli in cui amano; non c’è quasi forma pura dell’amore tra gli uomini che sia assente dall’Iliade.
La tradizione dell’ospitalità, anche dopo diverse generazioni, ha la meglio sull’accecamento della battaglia:

«Così per te sono un ospite amato nel seno di Argo…
Storniamo l’uno dall’altro le lance, pur nella mischia».

L’amore del figlio per i genitori, del padre e della madre per il figlio è sempre indicato in modo breve quanto toccante:

«Ella rispose, Teti, effondendo lagrime:
“Mi sei nato a una breve vita, figlio mio, come dici…”».

Così l’amore fraterno:

«I miei tre fratelli, che a me partorì una sola madre,
così cari…».

L’amore coniugale, condannato alla sventura, è di una sorprendente purezza. Lo sposo, evocando le umiliazioni del servaggio che attendono la donna amata, omette quella il cui solo pensiero macchierebbe la loro tenerezza. Nulla è più semplice delle parole rivolte dalla sposa a colui che morrà:

———————————-«…meglio per me,
se ti perdo, esser sottoterra; non avrò più ricorso,
quando tu abbia incontrato il tuo destino,
solo sventure…».

Non meno toccanti le parole rivolte allo sposo morto:

«Mio sposo, sei morto anzi tempo, cosi giovane; e me, la tua vedova,
lasci sola nella mia casa, il nostro bambino ancor piccolo
che avemmo tu ed io, sventurati. E non penso
che mai sarà grande…
Poiché morendo non m’hai teso dal tuo letto le mani,
non m’hai detto una savia parola, ché sempre
io vi pensi giorno e notte, piangendo».

La più bella amicizia, quella tra compagni di battaglie, è il tema degli ultimi canti:

——————————————-«…Ma Achille
piangeva, pensando al compagno diletto; ed il sonno
non lo prese, che tutto doma; si rigirava qua e là…».

Ma il trionfo più puro dell’amore, la grazia suprema delle guerre, è l’amicizia che sale al cuore dei nemici mortali. Essa fa sparire la fame di vendetta per i l figlio ucciso, per l’amico ucciso; cancella, miracolo ancor più grande, la distanza tra benefattore e supplice, tra vincitore e vinto:

«Ma quando fu placato il bisogno di bere e mangiare,
prese allora il Dardànide Priamo ad ammirare Achille,
com’era grande e bello; aveva il volto di un dio.
E a sua volta il Dardànide Priamo fu ammirato da Achille
che gli guardava il bel volto e ascoltava la sua parola.
E quando si furon saziati di contemplarsi l’un l’altro…».

Tali momenti di grazia sono rari nell’Iliade ma bastano a far sentire con estremo rimpianto ciò che la violenza fa e farà perire.

Simone Weil

(traduzione di Cristina Campo)

 

Edizione di riferimento: Simone Weil, La Grecia e le intuizioni precristiane. Traduzioni dal francese di Margherita Harwell Pieracci e Cristina Campo, Rusconi 1974, pp. 32-36.

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