Gianluca Garrapa, Intervista a Valerio Magrelli

Valerio Magrelli, Il commissario Magrelli, Einaudi, 2018

 

  1. Commissario Magrelli, ci dica, come mai, secondo lei, il suo omonimo autore, ha deciso di ingaggiare proprio un Commissario e vestire i suoi panni per scrivere questi versi? Forse la risposta è in questi versi della prima poesia?

 “Visto che tutti i libri
hanno ormai un commissario,
mi faccio commissario
della poesia […]”

o esiste una ragione più profonda nel fatto di voler scegliere la forma poetica per mettersi “sulle tracce dei misfatti / che restano impuniti a questo mondo […]”: cosa ci risponde?

Tempo fa rimasi sorpreso da una frase di Edoardo Sanguineti che diceva più o meno: la poesia nasce dall’antipatia. Nulla come questo libro potrebbe dimostrarlo. Già anni addietro composi un Haiku intitolato Contro l’abuso di Haiku. Ebbene, Il commissario Magrelli nasce proprio da una forma di profonda insofferenza verso la “giallizzazione” della letteratura, un disturbo che raggiunse il suo culmine quando a Parigi, in un Salone del libro dedicato al nostro paese, “Le Monde” uscì con quattro pagine esclusivamente dedicate al noir italiano, senza nemmeno menzionare il nome di Mario Luzi, ospite della rassegna (per chi non lo sapesse, sto parlando di un poeta). Da quel momento, un po’ scherzando, un po’ meno, è nato questo libro.

 

  1. Leggendo i casi e i misfatti versificati nel libro, non ho potuto fare a meno di notare un registro colloquiale e elegante, il verso libero e una struttura poetica che è lontana dalla lirica che racconta di un io. Il suo autore omonimo, come ha ben notato lei, anche se lei non legge,

“Il commissario non legge, ma una volta
trovò questa poesia
(divertente, diceva – l’autore
si chiama come me), […]”,

il suo autore omonimo, dicevo, sembra uno di quei poeti antichi che raccontavano le gesta di eroi che tutti ben conoscevano e, ahinoi, pure sappiamo la cronaca che la televisione ci propina tutti i giorni, e dunque questa è poesia del quotidiano, ma non dell’effimero, poiché, scrive sempre il suo autore in esergo, la citazione è di Hugo Ball, ma lei non legge e non sa chi sia Hugo Ball (era un poeta, scrittore e regista teatrale dadaista): “Tutto funziona, solo l’uomo no”, e questa è una verità universale e trans-temporale. Ma ci dica: perché, molto spesso, le cronache poi dimenticano le vittime? E il suo autore omonimo come risponderebbe a questa grave mancanza?

Il fatto che esistano addirittura delle trasmissioni televisive dedicate a scavare nella psiche dei colpevoli, la dice lunga su questa anomalia. Che poi sia il servizio pubblico ad assecondarla, la dice lunga su cosa si intenda oggi per “servizio”, e cosa per “pubblico”. Quanto a me, ho scritto Il Commissario proprio per denunciare una malattia del genere – malattia, va da sé, che non ha nulla di interessante, in quanto dovuta solo e soltanto agli indici di ascolto, e dunque al solito ritornello delle vendite. Termino riportando una battuta del grande musicologo Massimo Mila, il quale ricordava come nessuno possa esimersi dal fermarsi per strada davanti a una rissa. Ebbene, la nostra tv non fa che provocare risse per attirare l’attenzione dello spettatore-consumatore-acquirente del mercato pubblicitario. Ciò spiega tale inconsulta, criminale predilezione per l’universo criminale.

 

  1. Lei, commissario, ha viaggiato per il mondo ma, purtroppo, legge poco, e forse non potrà rispondere a questa domanda, a meno di non farsi aiutare dal suo omonimo poeta, ecco: cosa si può dire della poesia e della lettura, appunto, negli altri paesi del mondo: in Egitto, per esempio, o in Francia, in America, in Turchia, in Cile… qui in Italia si legge poco, e lei lo sa benissimo, ma altrove?

Da un certo punto di vista, come poeta, sono piuttosto fortunato, visto che posso dire di abitare nel paese che forse, in tutto il mondo, dedica meno attenzione alla poesia (perciò sono invitato, senza invitare mai…). Ovunque, in ogni parte della Terra, esistono numerosissimi festival di poesia, salvo appunto in Italia, dove la scuola e il servizio pubblico si dimostrano del tutto insensibili verso questo tipo di ricerca.

 

  1. Caro commissario, leggendo il libro, ho anche notato un altro particolare… alcune poesie hanno il sapore della critica sociale, “L’Italia è un’autostrada di menzogne”, critica beffarda che diventa sottile sarcasmo

“Morire sul lavoro,
morire di lavoro.
Risparmiare sui costi,
tagliare ancora posti.
Tagliare sulla vita,
ché la diritta via era smarrita”,

ma un’ironia non priva di una profonda umanità, lungi però, dal patetico vittimismo del piagnisteo nostrano. Ecco, vi leggo un che di eroico, una resistenza linguistica che non sconfina mai nello sperimentalismo puro e fine a sé stesso, anzi… il fine della poesia, mi pare lo stesso della critica e della giustizia, l’etica non è priva di estetica e la moralità non può che essere estetica; altre poesie, invece, mi paiono svelte, matematiche, mi ricordano i gialli deduttivi alla Sherlock Holmes, (e forse il più famoso detective di tutti i tempi non le assomiglia nemmeno un pochino, a quanto scrive il suo autore descrivendola: “Non fuma pensoso la pipa,/ né coltiva orchidee./ Non ha assistenti fidati/ e non abita al mare”) insomma, poesie come questa:

“Il patrigno del medico,
amante del dentista,
elimina l’ostetrica,
sua nuora,
per diventare erede
di otto cliniche.
L’occhiuto commissario, tuttavia,
trova tracce di pentotal
sui leggins della vittima
risolvendo la trama”,

questa, come altre poesie simili, hanno l’atmosfera delle storie di Arthur Conan Doyle, che lei forse non conosce, (era lo scrittore che ha inventato il detective più su citato… uno scrittore come Edgar Allan Poe), e che Freud, (come lei non saprà, era un neurologo, psicoanalista, e filosofo austriaco), amava leggere poiché la stessa tecnica psicoanalitica, a suo parere, seguiva il metodo del detective, e, sempre Freud, ripeteva che i poeti anticipano, involontariamente, sempre le problematiche che verranno studiate dagli specialisti dell’inconscio, il poeta, insomma, ci aiuta a conoscere meglio la natura dell’uomo:

“Qui non facciamo altro che diffidare.
Aveva ragione il poeta:
illeggibilità del mondo.
Tutto è doppio.”

Ecco, a me sembra che pure la poesia, per lo meno il genere di poesia che il suo autore frequenta, possa farci riflettere sulle situazioni che ormai sembrano averci anestetizzati: cosa risponderebbe al riguardo il suo omonimo poeta?

Intanto preciserei che l’ultima poesia riportata nasconde l’unica citazione nascosta di tutto il volumetto. Si tratta del sommo Paul Celan, che scrive appunto: “Illeggibilità del mondo./ Tutto è doppio”. Quando mi sono imbattuto in queste parole, stavo scrivendo un poemetto su L’individuo anatra lepre, in cui osservavo come la persona che hai davanti, magari un fratello, il padre o la madre, si possa rivelare d’un tratto un mascalzone. Notavo quanto sia tragico scoprire chi si nasconde dietro un volto conosciuto da sempre. Ecco, in definitiva mi è sembrato che le parole Celan riassumessero a perfezione il compito di tutti i commissari. D’altronde, l’inventore del genere giallo, E. A. Poe, fu tradotto in francese prima da Baudelaire, poi da Mallarmé… Scopo di ogni detective è appunto quello di decifrare il mondo, cioè di portare il mondo a quello stadio di leggibilità cui noi poveri mortali non abbiamo accesso.

 

  1. Un’ultima domanda e poi la lascio tornare al suo lavoro: lo sa che il suo omonimo ha recentemente pubblicato la raccolta di tutte le sue poesie col titolo Cavie e, guarda caso, in un’intervista precedente, sempre su questo sito, in cui ci raccontava, secondo i cinque sensi, il suo libro Il sangue amaro, il suo omonimo poeta Magrelli scriveva questo: “ispirandomi a una splendida riflessione di Isabelle Stengers, ho scritto una poesia in cui paragono le poesie alle cavie. […] nei riguardi delle poesie che elabora, il poeta è un po’ come uno zoologo. Ogni poesia è una cavia, ma una cavia animale e animata”. E lo sa che pure Freud, positivista come era, si avvaleva spesso della biologia e la zoologia e delle metafore darwiniane e dell’archeologia per definire i luoghi della psiche? Le dico questo perché le poesie del suo omonimo autore sono davvero uno specchio del profondo sociale, della mentalità generale che privilegia il gossip intorno ai torturatori, agli assassini, ai killer, e mai s’interessa delle vittime. Lei non segue questo istinto perverso e gregario, il suo autore, riferendosi a lei, esprime meglio questo concetto:

“Lui non è interessato al serial killer
bensì alle povere prede, serial killed.”

Mi dica: quando arresta un o una criminale, vede in loro delle vittime, cavie a loro volta e malgrado tutto? le considera comunque esseri umani o crede che siano della bestie, degli indemoniati? E cosa ne pensa di certi suoi colleghi un po’ troppo esagitati, (come scrive il suo autore: “Prima Diaz, poi Bolzaneto:/ prima la lancia, dopo l’aceto”).
E poi, ma a questa domanda lasci rispondere il suo autore, mi raccomando: pure in questa raccolta le poesie sono cavie, magari dei misfatti e della crudeltà umane?

In questo libro, ho ripetuto spesso che esistono dei crimini accettabili, e altri che accettabili non sono. Quando si varca questa linea rossa, la linea di ciò che è tollerabile, si deve solo pensare a mettere in salvo la comunità dal colpevole. Prendiamo coloro che sfregiano il volto delle donne. Qui il riferimento va alle riflessioni di Emmanuel Lévinas sul tema dello sguardo umano. Ebbene, chi cancella il volto di una persona, molto semplicemente deve essere tirato via dalla società, per evitare che possa ripetere un fatto simile. Più che il percorso riabilitativo del colpevole, ci deve stare a cuore la salvaguardia degli innocenti, la tutela delle future, potenziali vittime. Fermo restando il diritto a una detenzione umana (“ultimo dono / offerto dagli umani a chi umano non è”), credo sia inaccettabile fare esperimenti pedagogici sulla pelle del prossimo.

 

Buon lavoro commissario!

p.s.
Commissario, lei che conosce bene il suo autore, ci racconti brevemente la sua quotidianità: Dove e quando scrive di solito?

Scrivo dove capita, dovunque riesco a sottrarmi alla persecuzione che la burocrazia, nelle sue diverse forme, esercita su di me. Di solito, scrivo quando mi trovo in un ufficio postale, o mentre aspetto in un supermarket, o in una stazione.

 

In quali luoghi è nato questo libro?

Il libro è nato durante un pranzo con amici a Pasqua. Esasperato, come ho già detto, dal bombardamento di gialli, neri e giallo-neri, ho deciso di scrivere un libro che prendesse in giro questo genere letterario. Ma dell’iniziale progetto scherzoso, sono rimaste solo le poesie che dalla numero cinque in poi, seguono di dieci in dieci (15, 25, 35, 45, 55, 65). In questi testi ipotizzo altrettante trame sul genere dei romanzi più corrivi.

 

Durante la stesura capitava di passeggiare in bici, in auto, a piedi e osservare alberi, scrutare edifici, finestre, affondare lo sguardo nel cielo, seguire le onde del suono e dell’acqua e trovare un’ispirazione?

Ahimè, l’ispirazione a cui lei fa riferimento mi è completamente ignota. Durante la stesura, mi capitava tutt’al più di litigare in motocicletta con chi mi tagliava la strada da sinistra, di osservare qualche malato in una corsia d’ospedale, di attendere l’operazione del dentista chino sui miei molari, o tutt’al più di seguire le onde del suono di quei musicisti di strada che, con l’altoparlante a tutto volume, si dedicano al sistematico disturbo legalizzato del circondario.

 

Fumava o beveva durante la stesura?

Purtroppo non posso né fumare né bere come vorrei, poiché, se fossi libero di farlo, sarei un alcolizzato morto da tempo di cancro e cirrosi epatica. Vivo per il controllo, vivo grazie al controllo, la mia vita non è altro che una continua, ininterrotta astensione da tutto ciò che vorrei fare.

 

Quanto pesava?

Pesavo nove chili più di oggi, grazie appunto a una mortificante ascesi che mi impedisce di bere e di mangiare.

 

Scriveva dopo cena, la mattina prima di pranzo, quando?

Essendo sostanzialmente una persona in stato di schiavitù involontaria, io non scrivo quando voglio, ma soltanto quando posso, o meglio, le poche volte che posso.

 

Come definirebbe il suo autore la scrittura di questo libro: di spostamento, di stasi, di spazio, del corpo, della mente?

Parlerei di divertimento. A volte, solo rare volte, la scrittura può essere una specie di balletto, di comica finale: una frenesia della mano e del pensiero che ha grandi maestri alle spalle – i quali, voglio credere, dall’alto ci proteggono indulgenti, sorridendo di noi.

 

© Gianluca Garrapa

 

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