Letizia Leone, poesie da “Viola norimberga”

Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello

[…] Quando il tempo è dolore non si può far nulla di meglio che farlo passare, e ogni poesia diventa una formula magica. […] Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello; grazie a loro riuscivo a stare in piedi per ore senza svenire, perché c’era sempre un altro verso da recitare, e quando un verso non ti veniva in mente, potevi pensarci, anziché pensare alla tua debolezza. […]

(Primo Levi)

Un cubetto di ghiaccio del 1943. O per meglio dire:
un dado di gelo, urla, ciottoli con dentro l’alba che affiora,
l’insensata montagna di delitti.

Vai a sbattere sulla barriera glaciale della Storia.
Perfino la poesia diventa cera,
la poesia vera, che è un tappo per le orecchie.

Le ballate di cera di Schiller furono i tappi di Primo Levi,
Uno, due, tre molliche di silenzio fino ai timpani.

Senza suono la musica delicata della memoria.
Abbassa il volume di queste raffiche dell’appello.

Ancora tracce fresche
sui fondali immensi delle miniere del Male?

(p. 19)

 

*

 

Mi fermo.
Aspetto il buio.
Il sole ai piedi e le tenebrose lucertole.

Questa Storia
non si può scrivere a mezzogiorno.

Prigioniero ti rendo il bocciolo
Di mestizia.
Il calco bruciante della sua forma.

Il vapore potrebbe
condensare nelle tue iniziali
nelle vocali gonfiare.

Decifrare i Rotoli
Dell’elettrocardiografo.

Bisogna pregare, lo so.
Si può imparare.

(p. 29)

 

*

 

Erebo
Notte
La faccia blu.

Un cupido appesantito
Dalla faretra di cenere

Scocca le frecce della colpa
sullo scandalo
ebreo del tuo corpo.

Erebo
Notte
il sonno e il sasso
dei torturatori
sazi.

Eremo.
Notte ebrea
nell’erebo Nazista.

(p. 76)

Letizia Leone, Viola norimberga, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018

 

Un libro dalla forza espressiva formidabile e dall’equilibrio non comune. La forma impeccabile fronteggia la materia, che sia bruta, ingiallita, cinerea, incandescente, tiene testa alla terrificante evocazione del male elevato a sistema così come alla stolida ripetizione della violenza. Il lavoro poetico, solido e consapevole, si fa carico del rischio altissimo di rendere l’indicibile senza precipitare nel retorico, senza scivolare nel patetico, senza lasciarsi avviluppare nel vago, senza schivare l’orrore con l’eufemismo. Questo è Viola norimberga di Letizia Leone. (Anna Maria Curci)

_____________________

Letizia Leone è nata a Roma, dove ha conseguito la laurea in Lettere e il perfezionamento in Linguistica. Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce (2000), L’ora minerale (2004), Carte Sanitarie (2008), La disgrazia elementare (2011), Confetti sporchi (2013), Rose e detriti (2015). È redattrice della Rivista Internazionale “L’ombra delle parole” e della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole”.

5 comments

  1. Fioca la parola fino a scomparire rivolo.
    Questa della Storia, nel corpo, nostro misero,

    la parola in decomposizione vitrea.
    Sia un sanguinamento perenne!

    La prescrizione poetica di Letizia LEONE.
    Non dimentichiamo, mai!

    Abbraccio la redazione di Poetarum.
    Grande Proposta.

    Mi piace

  2. Mi piace molto la prima parte. E certi affondi:

    “un dado di gelo, urla, ciottoli con dentro l’alba che affiora,

    ….
    la poesia vera, che è un tappo per le orecchie.
    ….

    Questa Storia
    non si può scrivere a mezzogiorno.”

    Meno la seconda.

    Mi piace

  3. Sono molti gli esempi in cui la lettura della poesia ha salvato qualcuno. L’esperienza di Levi è emblematica. I versi non fanno mai male, tanto meno quelli di Letizia Leone…
    “Questa Storia
    non si può scrivere a mezzogiorno” ,
    “Decifrare i rotoli..,
    “Bisogna pregare, lo so.
    Si può imparare.”

    Una poesia dall’impegno continuo… è quello che oggi ci manca di più!

    Mi piace

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