Francesco Piga, Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila

Francesco Piga, Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila, Edizioni Cofine 2017

Venticinque autori dei quali viene presentata la poetica e una significativa scelta di poesie, dal più ‘antico’ Furio Miselli, nato esattamente centocinquanta anni fa, nel 1868, al giovane Luigi Maria Reale, nato nel 1972; una dotta e coinvolgente introduzione, quella di Francesco Piga, che disegna un itinerario di lettura composito e non avulso dalla letteratura nazionale – anzi! – e che, allo stesso tempo, ripercorre le tappe rilevanti dello sviluppo di una peculiare lingua della poesia delle voci e dei luoghi: questo è il volume Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila, egregiamente curato, come ricordato poc’anzi, da Francesco Piga e pubblicato a Roma nel 2017 dalla casa editrice Cofine di Vincenzo Luciani.
Seguo il suggerimento sapiente di Francesco Piga e prendo le mosse, per raccontare brevemente il mio percorso di lettura, dal territorio umbro, ovvero, per essere più precisi, dalle diversità delle fisionomie territoriali che caratterizzano questa regione. Quella della poesia dialettale umbra è una storia che ben si sposa con gli strumenti di indagine della geocritica. E dunque è bene ricordare, come fa Piga in apertura, che le diverse configurazioni geografiche in Umbria collocano limiti e confini naturali, facendo assumere alle diverse realtà locali una fisionomia particolare, «con proprie componenti linguistiche».
Come le diverse morfologie del territorio, così anche le vicende storiche concorrono a dare fogge, cadenze e tipologie diverse a parlate e a tradizioni poetiche.
Occorre allora risalire molto indietro nel tempo e lasciarsi guidare dall’ode barbara di Carducci Alle fonti del Clitumno per identificare confini, versanti opposti, riva destra e riva sinistra di fiumi, radici etrusche e radici indoeuropee.
Alle frammentazioni delle varietà linguistiche sul territorio fanno eco collegamenti e influenze provenienti da altre regioni. Ancora nel Seicento, tuttavia, la cifra della poesia in dialetto resta esclusivamente popolare.
Dalla maschera del Bartoccio nascono nel Seicento i primi testi di poesia dialettale e per tutto il Settecento le “bartocciate” vengono identificate come poesia dialettale.
Proprio la maschera del Bartoccio, recuperata per farne «espressione di ribellione e di dissacrazione nei confronti del dominio pontificio» (Renzo Zuccherini in Gli anni del Bartoccio. La letteratura dialettale perugina), segna il ritorno alla tempra combattiva e l’inizio dell’era moderna della poesia dialettale umbra.
Nei testi del primo Novecento è evidente una più spiccata raffinatezza nei sonetti; anche le narrazioni popolari, inoltre, mostrano uno stile più elaborato. Buona conoscenza dei poeti classici e di quelli contemporanei, solida capacità espressiva unita anche a insofferenza per le mode coeve e a un preciso programma di rilancio delle tradizioni popolari caratterizzano la poesia di Furio Miselli e di Fernando Leonardi.
Ma è importante volgere ora l’attenzione alla produzione poetica di autrici e autori nati nei decenni Quaranta e Cinquanta del Novecento per comprendere quanto la poesia dialettale umbra sia stata e sia tuttora formidabile testimonianza di ricerca, da un lato, di una propria espressione della contemporaneità – con incursioni di grande efficacia negli ambiti e dell’introspezione e della lirica di cose e luoghi – e tappa non trascurabile dell’innovazione del linguaggio poetico.
Innovazione, si badi bene, che non può non toccare la poesia in lingua italiana e il dinamismo della poesia tutta; è innovazione da considerare dunque in ottica ampia, non solo dunque oltre la regione,  bensì anche oltre le nazioni.
Alcuni nomi vanno senz’altro menzionati: Franco Bosi, Giampiero Mirabassi, Renzo Zuccherini, Ombretta Ciurnelli, Nadia Mogini, Walter Pilini, Paolo Ottaviani, Ferruccio Ramadori, Anna Maria Farabbi, tutti nati tra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, tutti molto attenti a un dialogo sia con la poesia dialettale della propria e di altre regioni d’Italia, sia con la poesia contemporanea tutta, anche in altre lingue nazionali. A questi nomi vanno aggiunti, andando indietro, quelli di Claudio Spinelli e di Antonio Carlo Ponti, nati rispettivamente nel 1930 e nel 1936, e, spingendosi avanti nel tempo, quello di Luigi Maria Reale, nato invece all’inizio degli anni Settanta, proprio nell’ottica di una costruzione consapevole della propria poetica.
Una dichiarazione di poetica, inusuale e incisiva è La mi poetica di Giampiero Mirabassi, nato nel 1942, poesia nella quale dimore diurne e notturne di un cinghiale danno voce alla volontà del poeta di perlustrare luoghi e memorie.
In quella che chiama «la lengua snella» di Foligno Franco Bosi, nato nel 1940, raggiunge un alto grado di espressività e di equilibrio tra ironia e toni affettuosi.
Nella poesia di Renzo Zuccherini, nato nel 1946, la passione filologica si affianca felicemente al recupero del linguaggio dialettale, la sperimentazione linguistica si coniuga con il dettato lirico, l’ironia con la sonorità consentita proprio dall’idioma scelto.
Ombretta Ciurnelli, nata nel 1947, sa far incontrare realtà locali e storia contemporanea nell’Arcontastorie. Nelle poesie di La città del vento orchestra magistralmente musica e architetture.  La città del vento ha una voce che canta più melodie, spazia su tonalità diverse, come diverse sono le misure degli intervalli che la poesia include e comprende, le misure dei passaggi o, per essere più precisi, degli intrecci tra maggiore e minore.
Accomunate da passione e studio, amore e ricerca, sono due espressioni che sembrano stare agli antipodi: quella amorevolmente ‘classica’ nelle soluzioni formali di Paolo Ottaviani, nato nel 1948, e quella intenzionalmente ‘eretica’, apparentemente incurante delle regole, vicina agli elementi e ai colori fondamentali, alla materia, alla terra di Anna Maria Farabbi, nata nel 1959.
La vocazione pedagogica e il gioco linguistico concorrono nella poesia di Walter Pilini, nato nel 1948, a una resa poetica che vibra di passione civile e di profonda umanità, anche nelle forme brevi e brevissime, come l’haiku.
Della poesia dialettale di Nadia Mogini, nata nel 1947, mi piace sottolineare il lato mistico, il suo legame con la Terra de santi, come recita il titolo di una sua poesia, il suo tacere dinanzi al proprio fondersi con il creato, come ben espresso dal testo Zzitta.
La poesia di Ferruccio Ramadori, nato nel 1942, racconta la vita dura dei contadini della Valnerina e si colloca, nel segno dell’iperbole, tra realismo e astrattismo.
Di Antonio Carlo Ponti, nato a Roma nel 1936, Cesare Vivaldi afferma che egli è predisposto, «anzi addirittura vocato» a scrivere nel dialetto di Bevagna, paese dei suoi genitori e di sua moglie, perché lo considera «carnalmente legato alla sua terra».
La precisione e la varietà di misure metriche, il recupero delle antiche laudi drammatiche perugine sono da collegarsi, nella poesia di Claudio Spinelli, nato a Perugia nel 1930, a un dire battagliero e a una spiccata vocazione teatrale nel dettato lirico.
Luigi Maria Reale rinnova il suo attaccamento alla lingua perugina proprio nel tempo della distanza fisica dalla città. Non si tratta di una trasfigurazione idilliaca, tuttavia, bensì dell’individuazione, nel concetto di “rosume”, di lavorio e rodimento interiore, di una dimensione esistenziale legata a un luogo e al suo idioma. Le “poesie inedite in volgare perugino” di Reale, riportate nel volume, testimoniano, come ha recentemente (17 novembre 2018 a Perugia) affermato l’autore, della volontà di dare voce a umani non più viventi sulla terra, parlanti una lingua le cui fogge sono irreversibilmente mutate anche nella parlata locale, della volontà, dunque, di ‘dare testimonianza’ di una visione del mondo che al ‘particulare’ di una dimensione linguistica perduta unisce  – come avviene in gran parte della poesia dialettale umbra – l’universale della poesia.

© Anna Maria Curci

ANTONIO CARLO PONTI

1944

Tremào tolassù la cullina
de la Madonna de le Grazzie
ma li bingala
appiccati su Foligne
‘n ‘l so perché mmae
ma faciono scioje
come ‘n joco.

1944. Tremavo lassù sulla collina/ della Madonna delle Grazie/ ma i bengala/ appesi su Foligno/ non so perché/ m’intenerivano/ come un gioco.

da Mevania Bevagna Beagne

GIAMPIERO MIRABASSI

LA MI POETICA

Ntra le rogaie de stó scatrafosso
a pel del macco de na tròscia sporca,
dorme l cignale de matina a sera,
sopra ncuvil de scopi e lalleroni.
Pu a notte sorte for de l’infrauschio
e mezz’ a n marchitello de cerquatti
nfròcia l grugno a asagià la terra molla
che j à da fa da guida e sentinella.
Alfin ecco la guazza del maggese
e atacca a fa l su solco bongustaio.
Ncontra n tartufo, n verme, n lumacone;
s’afèrma per guardà na cosa tonda
ch’arluccica ntól fondo de na pozza
e mentre l grugno arprende l su lavoro,
la zanna va a ncoccià npezzin de stella.

LA MIA POETICA. Tra i rovi di questo burrone/ vicino al fango di una pozzanghera sporca/ dorme il cinghiale da mattina a sera,/ sopra un giaciglio di eriche e corbezzoli./ Poi a notte esce fuori dal folto/ e in mezzo a un piccolo bosco di quercioli/ affonda il grugno per assaggiare/ la terra bagnata/ che gli deve fare da guida e sentinella./ Infine ecco la rugiada del campo mietuto/ e comincia a fare il suo solco buongustaio./ Incontra un tartufo, un verme, una limaccia/ si ferma per guardare una cosa tonda/ che luccica nel fondo di una pozza/ e mentre il grugno riprende il suo lavoro,/ la zanna va ad urtare un frammento di stella.

da Èrme

PAOLO OTTAVIANI

Gemino Quattordicesimo – I

J’aspru tintinnare
delle rime cadde
da tu’ medetare
tra perdute giadde

o ri sicchi cenni
de musica balba
tra j’etterni senni
’luminorno l’arba?

Forse tu’ svanire
s’oprì a clara vita
tòta da intuire
benanche fuggita

o mo’ t’impaura
atra luce d’ortu
o nòa orditura
de ru cantu assuortu?

Voce vaporosa
de seppia smarita
in luce viscosa
con te s’infinita,

da sangue a ru sassu
musicamatera
cuntinua trapassu
da mare a scojera,

da sosta a viaggiu
a caccia de gnente
in firmu miraggiu
que svota ra mente,

arida e fecunna
Leguria corrosa
tera verecunna
pe’ scesa franosa

’sciuttu e disadorno
con atri malanni
de campà ru giorno
in acri disganni,

passaggiu d’Enea:
Genova, Livorno
aneme in fumea
e sanza retorno.

GEMINO QUATTORDICESIMO – II. Quell’aspro tintinnare delle rime/ corrotto da tensione negativa/ come se vita il male e non le cime// limpidissime e nude e senza vento/ all’uomo offrisse, tra marine pietre/ tacque dopo ineffabile lamento,// o rugginosa ligure secchezza,/ dubitativa e scabra, rischiarò/ gli eterni ingegni di brulla vaghezza?// Forse il tuo svanire nell’odore/ d’oltremondani ciòttoli e limoni/ a vita nuova condusse il lucore// dell’intuizione pura del cantare,/ o forse ti travolse la paura/ che s’annida negli orti per celare// quel tuo grumo fecondo nell’arte?/ Quella voce incrinata che vapora/ dagli ossi con te s’infinita in carte// arse di poesia, macerati/ suoni in sostanze arrovellate e ferme,/ oggetti evanescenti incastonati// nel viaggio dall’ombra variopinta/ all’oscurità tacita del nulla/ dove ogni luce di ragione è vinta,// e dalla corrosione della terra/ per le scogliere bianche di levante/ altro dolore sale dall’acerra// come incenso nebbioso per Enea/ che Genova e Livorno ora raccolgono/ anima proba tra vaga fumea.
Eugenio Montale muore a Milano il 12 settembre 1981. L’anno dopo Giorgio Caproni pubblica Il franco cacciatore e nel 1983 la raccolta Tutte le poesie.

da Nel rispetto del cielo

OMBRETTA CIURNELLI

PUISIA

Vigole piazze
fontane murette
ncol sole ’l vento
l’acqua la graníschia
la cursa di rimore
che mmattisce
e ’l verso dla ciuetta
a ntruschià ’l bujo…

Puzzo de piscio
offrore de botteghe
pietre acomdate
case scalcinate
fenestre spalangate
porton chiuse
e i clor di pinturícchie
a scrive i mure…

Mujne e donne fatte
freghe e vecchie
padrone e serve
e gente sficennata
di sante i lumme
de j’ucifre ’l ghigno
e strúppie e matte
a bagajà ta ’l monno…

Na città già da lia è puisïa

POESIA. Vicoli piazze/ fontane muretti/ con il sole il vento/ la pioggia la grandine/ la corsa dei rumori/ che stordisce/ e il verso della civetta/ a confondere il buio…// Puzzo di piscio/ profumi di botteghe/ pietre ordinate/ case scalcinate/ finestre spalancate/ portoni chiusi/ e i colori dei pinturicchi/ a disegnare i muri…// Bambini e donne adulte/ giovani e anziani/ padroni e servi/ e gente sfaccendata/ le luci dei santi/ il ghigno dei malvagi/ e storpi e matti/ a gridare al mondo…// Una città già da sé è poesia

 

ABONORA

Abonora
(quan sol che no scopino
camina nsú e ngiú
p’arcutinalla
e ntol grigio
dle pietre de la piazza
bianca se sveja
la Fontana Granne)
daver davero
sta città del vento
deventa tutt’a ’n botto
sol che mia

AL MATTINO PRESTO. Al mattino presto/ (quando solo uno spazzino/ cammina su e giú/ per farla bella/ e nel grigio/ delle pietre della piazza/ bianca si sveglia/ la Fontana Grande)/ davvero/ questa città del vento/ diventa all’improvviso/ solo mia

NADIA MOGINI

Zzitta

Zzitta, vojo sta zzitta

zzitta a guardà la notte
a gettolà le stelle
stretto coi denti l fiato
pe n dà sturb’al criàto.

Zzitta a odorà la terra
a stricolàje i zzuppi
e gèmmna doppo gèmmna
a ndovinà la vita.

Zzitta a succhià la bufa
che goccia da le mano
sapor de n altro mondo
di summi de na fiòla.

Zzitta a sentì le foje
j’api che ciúccion l’ua
la ranzla  di granòcchi
n cane che chiama n omo.

gèmmna doppo gèmmna: manciata a due mani. Da gemm(e)na, pl. gemm(e)ne.
ZITTA. Zitta, voglio stare zitta// zitta a guardare la notte/ a pulsare le stelle/ stretto con i denti il respiro/ per non dare disturbo al creato.// Zitta ad annusare la terra/ a sbriciolarle le zolle/ e manciata dopo manciata/ a indovinare la vita.// Zitta a succhiare la neve/ che sgocciola dalle mani/ sapore di un altro mondo/ dei sogni di una bambina.// Zitta ad ascoltare le foglie/ le api che ciucciano l’uva/ la raucedine dei ranocchi/ un cane che chiama un uomo.

 

Gi via

Vorría che me portasse fòr da me
la materia schietta de le cose
la bellezza senza la su idea.
Cussì, smacchiata, artornà sostanza.

ANDARE VIA. Vorrei che mi portasse fuori da me/ la materia onesta delle cose/ la bellezza senza la sua idea./ Così, smacchiata, tornare sostanza.

da VERSANTE RIPIDO

ANNA MARIA FARABBI

L’ABISE LGUADERNO E LA LENGUA NME

camino la frontiera    sto tsitta
fora spancella più tsitto de me
lbianco me schiara e me nengue drento
me scrive lsilentsio

i so solo che da cinina mè nuto adosso lvento
e ma buttèto nterra
pu so armasta sola ncla terra
ho sentuto desse gnente
e nduelle

i so solo nfilo femmina ntlabse
ntra che ltempo lvento me magna e msona

LA MATITA IL QUADERNO E LA LINGUA IN ME. cammino la frontiera    sto zitta/ fuori nevica più zitto di me/ il bianco mi schiarisce e mi nevica dentro/ mi scrive il silenzio// io so solo che da piccola mi è venuto addosso il vento/ e mi ha buttato in terra/ poi sono rimasta sola con la terra/ ho sentito di essere niente/ e in nessun luogo// io sono solo un filo femmina nell’abse/ tra che il tempo il vento mi mangia e mi suona

 

nto no stroppo den fojo quil che scrivo evapra
la nugla passa come lfieto   lia   ncò

ma quil che nse vede   c’è

la cantica dell’invisibilità e dell’impermanenza

su uno strappo di foglio quel che scrivo evapora/ la nuvola passa come il fiato   lei   anche// ma quel che non si vede   c’è// la cantica dell’invisibilità e dell’impermanenza

 

ldialetto ldiceva lmi babbo      e lmi babbo
ce lò ncorpo

si fò cadé la lengua nterra
m’esce

il dialetto lo diceva il mio babbo e il mio babbo/ ce l’ho in corpo// se faccio cadere la lingua in terra/ mi esce

 

lmi fièto sona

ncol petto stricqlo lvento
gutso lbecco e linfiltso
ntla coratella del mirecqlo
ho mpareto a mirè ntol bujo
a volè lvoto
a regge ncielo e nterra lmi io
e creaje lnido

la mi nonna mabujèto parchiamà

diario dell’uccellina

il mio fiato suona// con il petto rompo il vento/ tempero la matita e l’infilzo/ nelle interiora del miracolo/ ho imparato a mirare nel buio/ a volare il vuoto/ a sostenere in cielo e in terra il mio io/ creandogli il nido// la mia nonna mi ha abbugliato per cantare// diario dell’uccellina
archiamà: si tenevano gli uccelli da richiamo al buio affinché potessero cantare meglio

da Abse

LUIGI MARIA REALE

3.

te devi d’aricrede benzie: l’enferno sta n’terra – tuquie
‘not ‘sta canea ch’amanco s’ pol véde
e puro ce stè ‘mmezzo e t’è d’ariènde
a st’evidenzia – cè da facce ‘l callo

ti devi ricredere piuttosto: l’inferno sta in terra – quaggiù/ fra questa canaglia che nemmero può vedersi/ eppure ci stai in mezzo e devi arrenderti/ a questa evidenza – devi farci il callo

da 3 poesie inedite in volgare perugino, 15 settembre 2015

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