Renzo Favaron, Diario de mi e de la me luna

Renzo Favaron, Diario de mi e de la me luna, LietoColle 2018

La lettura del Diario de mi e de la me luna di Renzo Favaron è giunta a me con l’invito a ripercorrere la sua opera poetica in dialetto e, in particolare, le precedenti raccolte Un de tri tri de un (ATI editore 2011) e Balada incivie, Tartufi e Arlechini (L’Arcolaio 2015). È un invito che ho rivolto a me stessa, è un invito che sale dal dettato poetico di Renzo Favaron, nel quale l’osservazione acuta e l’ispido additare scempi e squarci si sposano con una passione che definire soltanto civile sarebbe riduttivo.
Si tratta infatti di una vera e propria dedizione alla parola, una ricerca incessante – sguardo mobile, tuffo nella folla e attraversamento del deserto – che non può non contemplare, come tappa essenziale del costante cammino, il silenzio, la non parola.
È una scelta, si badi bene, non un arrendersi. La constatazione – come non pensare a Voi, parole di Ingeborg Bachmann, testo che in più di un’occasione l’autore ha individuato come importante riferimento «anche per chi voglia scrivere un solo verso di poesia»? – che scogli e colonne d’Ercole dell’indicibile sono là, consistenti anche quando sono visibili ai poeti, non si traduce in un abbandono della ricerca, bensì in un’attenzione acuita, a tratti, parrebbe, esasperata, e comunque in una ripartenza rinnovata da una disciplina rigorosa, da un codice frutto di felice (nel senso di piena e consapevole) selezione, non di imposizione.
La condizione umana che soggiace a questo dire poetico è, con un ossimoro di provenienza ungarettiana, “allegra e disperata”.
I versi di autopresentazione del terzo dei trenta componimenti della raccolta si caricano in tale contesto della forza espressiva di un manifesto poetico:

‘Desso che so alegro e desperà
se carica el sienzhio
de cue’o che le paroe no’ sa dire.

Ora che sono allegro e disperato
nomina il silenzio
quello che le parole non dicono.

Il silenzio diventa allora, con un paradosso preparato dall’argomentare rigoroso al quale si accennava poc’anzi e che si dipana testo per testo, il vero depositario della parola, di quella parola la cui urgenza di emergere era stata scansata, scaraventata in un angolo dai molti che ne temevano e temono l’energia eversiva.
Si arriva pertanto a leggere nel testo VI della raccolta:

Par ‘na idea balba gò lassà
al sienzhio el peso del parlar,
a le paroe che gavevo in boca
e che gnessuno gaveva mai ‘scoltà.

Per una strana suggestione ho lasciato
al silenzio la facoltà di parlare,
alle parole che avevo in bocca
e che nessuno aveva mai ascoltato.

Il silenzio, termine dominante, sfondo e approdo al dialogo dell’io lirico con la luna (appuntamento letterario per eccellenza, questo,  rivisitato e riproposto nel testo VIII da Favaron, nella sua ‘versione per l’oggi’’), è condizione, è scelta, è baluardo. È, innanzitutto, presupposto per una vista più agile, per un accesso al vero, quello che, per ricorrere ancora a Bachmann, “si può pretendere per gli umani”. Dall’inverno permanente, dall’incombente glaciazione, dallo sfinimento, dallo sfiancamento per scontro perpetuato con la percezione di finitezza, di cui pure narra Diario de mi e de la me luna, si affaccia allora un getto di colore, un invito sonoro alla veglia, come avviene nel testo XI:

‘Na debolessa che no’ par vera,
alora, buta geme rosse in-te ‘l to nero
e senzha darte afano i oci se sera
pa’ essare dopo, forse, on fià pì verti.

Una debolezza che non sembra vera,
allora, butta gemme rosse nel tuo nero
e senza darti affanno i tuoi occhi si chiudono
per essere dopo, forse, un po’ più aperti.

C’è spazio, ed è uno spazio creato dal silenzio attento e assorto, per una apertura dello sguardo, per l’accesso a una parola vera, temprata dall’attraversamento delle regioni più ostili, c’è spazio per un canto nuovo, per strofe sulle quali il poeta ha lavorato e lavora con dedizione, sì, e che porge come testimone all’altro da sé, c’è spazio per i sensi desti, e per tutti i sensi, come si legge nella strofa conclusiva del XXX componimento:

Scrivare xe la strofa ‘ndove toco
la man de ‘na roba o de n’antra
creatura, la strofa che meto
in-te a man de ‘na roba
o de n’antra creatura
– fora e drento.

Scrivere per me
è qualcosa di più che sfiorare.
È la strofa dove tocco
la mano di una cosa o di un’altra
creatura, la strofa che metto
nella mano di una cosa
o di un’altra creatura
– fuori e dentro.

© Anna Maria Curci

3 comments

  1. Cara Anna Maria,

    l’accostamento a Ingeborg mi lusinga e tocca in profondità,
    perchè in questi anni è stata una figura con cui non ho mai
    cessato di dialogare, poetessa per definizione non provinciale
    e dotata di un respiro universale, che i più non sanno
    non dico cogliere, ma nemmeno sentire o verso cui aprirsi,
    anche solo per il valore della sua testimonianza e passione per la parola,
    quella parola essenzialmente umana che ci può salvare
    dalla Storia, così come la parola di Dio (ammesso che esista – la parola
    più che Dio).

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    1. Caro Renzo,
      è proprio da quella poesia, “Ihr Worte”, e dal suo discorso “Die Wahrheit ist dem Menschen zumutbar”, che ci viene offerto, mi pare, un sostanzioso testimone, e ci viene offerto come impegno. La tua poesia afferra questo impegnativo testimone e in una staffetta per idiomi e luoghi lo fa camminare, correre, sempre per dirla con le parole di Ingeborg Bachmann, “in cerca di frasi vere”. Grazie per la tua scrittura, Renzo.
      Anna Maria

      Piace a 1 persona

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