Mark Bedin: poesie da “Variazioni in versi” (Controluna 2018)

Variazioni in versi.Bedin3

 

Il cuore mio è tra gli abissi nel più profondo riposto,
e in un vaso in carta dall’interno illuminato sta prigioniero.
Torbido in disgregata mucillagine lo sovrasta l’acqua
del mare, e in stoffa cuprea avvolto, vi si scorge dai
bianchi calici striature di stramonio cosicché più lui
non possa sospirare. E i ginocchi nervati dall’ingordigia
e rosi là dove ancora dei calcagni la pulsione suicida
s’intensifica in un’energia elettrica a eccitare la grigiastra
forma dell’amigdala, giudice ovoidale, io, sputo parole
dal delirio della stomia intestinale punta dai tafani che
con pigrizia scaccio con il palmo della mano.

Come dei polloni che delle cicatrici s’approfittano,
dalle fatidiche condizioni dell’innesco d’un dolore
che non ha motivo, m’accorgo d’un livido interno.
Il verso è un palombaro che s’adopera a rifugio
dalle più estenuanti radiazioni, sebbene coi piombi
alle caviglie, che se volesse disfarsene ne morirebbe
esangue e scarno poiché non avrebbe altra scelta
che tagliarsele o fornace che grida e fischia l’odore
della calcina viva che ascende da fosse scavate
nei campi, nelle quali, con l’utilizzo di un sofisticato
meccanismo di carrucole e corde, vengono gettati
cadaveri e carcasse d’animali.

 

Una sera coi labbri a tratti schiusi,
restio, mentre incredulo rimiravo
strambi mendaci rifratti d’albore
sulle zinnie che le bordure intanto
scortavano – slavate o più purpuree –,
mi accorsi delle bluastre ipomee,
dai viticci contorti, gonfi, sulla
rete in ferro, come dei piedistalli,
sollevando il collo con fare fiacco,
divennero; e miravo silente,
che sì tanto sporadico tacere
volse rossastro alla gola come
un groppo di tosse, rievocando,
mentre reduce si fece la luna
in cielo, colma e impeccabile;
fu come se l’intenso preludio
dal sentore di morte, palesasse
l’esistere suo – uno strano liquore –,
e disciolse esangui velluti, piaghe,
o estirpati profeti per spegnersi
quindi dirimpetto come fiaccole
nelle grotte in assenza d’ossigeno,
al sudicio suicidio, tra armoniche
ramate, che sì sfogliano le piante
con indice di saliva! E orfane
librarono d’ogni misericordia
pari alle note più afone dall’etere
che stona come al palmo le stimmate
dell’uomo non al santo, le mie sillabe.
Celebrai talora incerti pispigli
tra i più acerbi, benché saliente
al becero artificio di limpida
linea, come rimessa, spanse inconscia
nelle pozzanghere l’iride; su esse
voltarono riflussi ove discese
l’ammirata sera, e venarono
sedate l’illividire all’urlo,
pari allo strazio del coyote
nei deserti più sfatti dal saccheggio
dei mistici di religioni all’uomo
sconosciute. E poiché aduggiai il corpo
mio sovrastante, mi fermai talvolta
rasente le inferriate, che al contrario,
con sbarre di galera premurarono
le membra.

 

Salmastre iridi d’ermo pianto scolpite: da questo tavolo
scopro: d’incerta gibigiana celate, destare distese annerite;
dalla cucina, l’odore d’un caffè stantio. E io non so
più cosa è reale o illusione. Sempre, sempre di labili morti
un vivere soffocato: crudele possenza che d’infinito istante esclude
quel che dominante pensiero tanto allude!

E solo quando il ventre di cuoio verrà scuoiato
e lo scuoiato cuoio scagliato, il greto erboso di vita
gremito le latebre angosce andrà a scoprire: sono,
l’avvizzito spettro d’un frutto malsano in un bicchiere
di vetro sul tavolo posato; sono, l’addio d’una ciminiera
e il suo fumo nero: l’inchiostro disgraziato, l’astro putrido perduto
d’uno scorrer vano.

 

Mark Bedin, Variazioni in versi, Controluna, 2018

 

Mark Bedin (Vicenza, 1997) vive ad Altavilla Vicentina dove svolge l’attività di termoidraulico. Gli studi tecnici non hanno limitato la sua profonda passione per la Letteratura. La silloge Variazioni in versi è la sua prova prima.

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