proSabato: “Camilla cara…”. Camilla Cederna e Luce D’Eramo si scrivono

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Camilla cara,
..in questi giorni ho letto il tuo recente «Vicino e distante» (autunno 1985), ma ho riletto sulla lanciata gli altri tuoi due libri che sono usciti dalla Mondadori: «Nostra Italia del miracolo» (1980) e «Casa nostra» (1983). E, non so, irretita dalla ricchezza del tuo scandaglio nella realtà italiana, mi sono risfogliata anche i tuoi libri precedenti, quelli editi da Longanesi e poi da Feltrinelli, a partire dl lontano «Noi siamo le signore» (1958). Tredici volumi, ma ho presenti alla mente anche certi tuoi pezzi e corrispondenze (dagli Usa, dall’URSS, dalla Cina) che non hai raccolto in questi volumi. M’è venuto da riflettere sul tuo «corpo scritturale» e ho cose da chiederti, tre domande. Te le dico e argomento così come mi si sono poste. Tu però rispondi nell’ordine che vuoi, spontaneamente come io fossi davanti a te a intervistarti, in un colloquio orale. Puoi?
..Ecco, a parer mio, hai sempre intrecciato quello che i sensi percepiscono − l’occhio vede, l’orecchio ascolta, il naso odora, il palato assapora, le mani toccano − con ciò che la memoria sa di quello che stai osservando. Alterni la figurazione sensibile con le notizie, mischiando il piano rappresentativo e il piano formale del discorso, in modo così indistricabile che l’informazione si fa racconto e l’immagine si fa ricordo personale. I dati indagati, captati, carpiti diventano suspence romanzesca, a cui i particolari esatti, i luoghi le persone i gesti gli ambienti danno fisicità. Un esempio qualsiasi. Anni fa, raccontasti una «Sei giorni» di Milano. Una sera guardavo in tivù quei ciclisti che pedalavano a volte sur place nel circuito ovale e mi sono detta: «Il video non rende quello che ho visto in realtà». Ma io non ho mai assistito a una sei giorni e mi sono accorta ch’era il tuo testo a essermisi sedimentato come un’esperienza vissuta.
..Ma il tuo procedimento narrativo non è uniforme. Non c’è uno stampo in cui immetti di volta in volta gli oggetti della tua attenzione. Ogni storia ha il suo filo d’Arianna, che cambia di vicenda in vicenda, come fosse il caso in esame a strutturare in racconto. Per esempio, in «L’ultimo safari» (in «Nostra Italia del miracolo») ci troviamo ai bordi di una piscina ad Acapulco, e, guardando il sangue che tinge l’acqua di rosso dopo la raffica di pallottole, ripercorriamo l’esistenza dell’ucciso sino alla sua infanzia che risale a galla assieme al suo cadavere.
..La mia domanda è: come ti poni di fronte alla pagina bianca e come riesci a comporre quanto hai di fronte con ciò che gli sta dietro, sotto e a lato? Cioè come organizzi la tua scrittura? Prendi appunti? Correggi molto? In breve, qual è il tuo metodo di lavoro?
..Sopra ho parlato d’un crescendo organico nella tua opera; la sensazione è che, nel decorticare a una a una le singole situazioni, con gli anni la tua curiosità s’è allargata e approfondita dalla dimensione del costume a quella sociale che, implicita anche nei primissimi libri, s’è via via esplicitata come luogo sempre più urgente della tua riflessione. Fino a che ti sei battuta in prima persona mettendo nero su bianco l’occultato, l’illecito, il criminoso, diventando bersaglio di campagne diffamatorie e processi. Penso al tuo libro su Pinelli, al tuo «Sparare a vista» al tuo «j’accuse» sulla carriera del presidente Leone, che costituiscono la seconda fase della tua produzione. E arriviamo ai tuoi ultimi libri, apparentemente meno clamorosi, che sono invece d’una forza ostinata di scavo nelle «periferie», negli scandali a latere, nelle città devastate dalla speculazione. […]
..Vorrei che tu mi parlassi di come s’è sviluppata la tua tematica, del processo interiore attraverso il quale ti sei sempre più mobilitata al servizio degli sfruttati, emarginati, ingannati, dei raggirati.
..Qui vorrei dirti che il tuo essere donna risulta essenziale al tuo sguardo sul mondo. Prima di tutto scritturalmente. Il tuo presunto tono frivolo è il tuo modo d’alleggerire te stessa, di mascherare il tuo coraggio anche ai tuoi propri occhi. Inoltre, appena scopri uno spunto gentile in una persona, in una situazione, gli dai spazio; appena puoi rinfranchi l’atmosfera con un segno di gentilezza, di calore delicato del tuo prossimo, d’un paesaggio, d’un ornamento, d’un mazzo di fiori.
..Per finire, molti attacchi sul significato del tuo lavoro sono stati devoluti sul tuo essere donna (pettegola, maligna, uterina nei giudizi, ecc.) Ti chiedo: ti rendi conto che l’aver assunto la tua femminilità (il «lato debole»), nella tua scrittura viva come nel far fronte ai mali politici e sociali che ci stanno addosso, è la «forma» del tuo coraggio? Quando sei fatta oggetto di minacce, quest’assunzione ti pesa o per te fa la parte della tua lotta alle ingiustizie e alla volgarità?.

Ti abbraccio e grazie

tua Lucetta

Roma, 30 maggio 1986

..D’accordo cara, ti rispondo a macchina di getto, quindi senza pensare e ripensare.
..Molto generosamente Valerio Riva, in uno dei suoi libretti annessi all’«Espresso» scelse uno dei miei articoli (1963) come un classico dell’epoca ed era «Il re del tangaccio», quello che allora chiamavano ancora il Molleggiato, ed era Adriano Celentano. Un pezzo che, come anche tu accenni, Riva dice «è totalmente mimato: come se Camilla parlandoci di Celentano ne rifacesse i gesti, alzando le braccia, movendo le gambe, danzando, cantando… […]
..«Trasportare l scrittura in immagine, gesti, ritmo, non è facile» commenta Riva, «ma è per questo che un esempio giornalistico diventa esemplare nel modo di fare giornalismo».
..Tu mi chiedi come organizzo la mia scrittura. Bene: è forse la mia malsana curiosità che mi spinge a osservare tutto (prima mi informo anche degli usi e costumi dell’intervistato). Poi prendo appunti, molti appunti, non so cos’è il magnetofono e non sarei capace di usarlo. È per questo che faccio ripetere pezzi di canzoni; e se, nel caso di Acapulco, devo partire per cercare di capire il delitto, il perché e il per come, prima intervisto a Milano i parenti della bella omicida, quelli che non la potevano soffrire, quelli che vantavano la sua mira spettacolosa, la sua gioia di uccidere un animale (per esempio a Dobbiaco un camoscio in quindici punti per ucciderlo a poco a poco). E poi, siccome allora facevo vita mondana, ricordo quello che lei diceva a una cena in casa Volpi, vantando la sua bravura nel prender la mira e uccidere un bufalo, facendo accapponare la pelle al suo vicino, Carlo Ripa di Meana, che non sopportava questi discorsi di sangue e crudeltà e voleva solo ammirare il bellissimo viso della cacciatrice.
..Come ad un certo momento è cambiata la mia tematica e sono stata afferrata dalla passione civile? Ecco, prima del ’69 avevo viaggiato molto, molto in America, a Dallas dopo l’omicidio di Kennedy, a Los Angeles per la morte di Sharon Tate. E sempre la mia curiosità è smania di notizie (mai di scoop: di scoop non ne ho mai fatti) mi spinse perfino ad andare a parlare con un perito-settore giapponese, che mi minacciò sia pure scherzosamente, con due lunghissimi bisturi. […]
..Tornata a Milano nel ’69, vista com’era la mia città, gli attentati ai treni (di Freda e Ventura), il processo agli anarchici innocenti, le nuove costanti del contesto urbano, cioè le sinistre isole di gipponi furgoni cellulari e pantere della polizia in assetto di guerra, i cortei di scioperanti con fischietti e cartelli, i cortei antirepressivi le scritte fasciste che si moltiplicavano sui muri, le aggressioni fasciste all’università, infine la strage di Piazza Fontana, tutto questo mi ha fatto capire che dovevo restare a Milano, che di Milano dovevo occuparmi, che dovevo cercare la verità su Valpreda preso come colpevole, su Pinelli «suicidato» dalla questura, ed eccomi, in compagnia di giornalisti coraggiosi e di giovani avvocati, che comincio le mie campagne contro le bugie (per sempre mi sono rimaste in mente quelle del questore Guida la notte della caduta di Pinelli dalla finestra). Solo dopo 12 anni, il questore fu accusato d’aver diffuso in quella notte «notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico». Ho seguito il processo, tutte le gaffes, le bugie, le retrodatazioni dell’ora, le misere figure di commissari, agenti, sostituti procuratori, brigadieri, e tutte le archiviazioni, la ricusazione di giudici onesti, insomma di lì è nato il libro «Pinelli, Una finestra sulla strage», il mio primo libro politico, in cui ho capito come la giustizia può essere ingiusta.
..Da allora non mi s’è mai smorzato l’impegno civile, chiamiamolo così, la lotta contro le ingiustizie, e «Casa nostra» l’ho scritto soprattutto per arrivare nel sud e parlare di camorra e di mafia.
..In altri libri ho preso di mira la borghesia da cui sono venuta e che mi ha respinta negli anni della lotta (e io ne ero contenta); sempre annotando manie, aneddoti, tic e mode. La mia forza forse è sempre stata la mia ironia e l’autoironia, che mi hanno dato la fama di frivolezza, dote che non rifiuto: per me è giusto trattare le cose gravi con leggerezza e con gravità quelle leggere. Con ogni tanto il giusto sdegno e quasi l’anatema. Il mio tanto lodato coraggio è solo incoscienza, mi paura del pericolo.
..Quando al modo in cui lavoro, posso dire con una certa malinconia che ogni pezzo che scrivo è come il primo: invidio chi si mette alla macchina da scrivere e va avanti per ore come un treno senza perdere il filo. Io scrivo sempre a mano su una carta che fa imbestialire i miei amici, questo ciclostilo un po’ assorbente che vedi. Scrivo con la biro (mai posseduta una vera stilografica), poi ricopio a macchina e correggo, poi leggo forte e ricopio ancora una volta, e la mia fortuna è sempre stata quella di stare nei settimanali, cioè con un po’ di tempo a disposizione. Ho il telefono vicino, che a volte m’infastidisce, ma quasi sempre mi interessa, caso mai chiamo io per interrompermi e farmi venire un’idea.
..Oltre che per le mene dei politici, le loro bugie, ecc., mi arrabbio per l’imbruttimento volontario del nostro ex bel Paese, ora evitato dai turisti, per i mari schifosi, i laghi morti, i fiumi inquinati, per la natura sfregiata e per le tangenti che prendono questi signori per costruire su terreni demaniali ecc.
..Cara, spero che quanto ti ho scritto (se riuscirai a leggerlo con tutte le aggiunte a  margine e le correzioni) possa servire.
..Intanto ti abbraccio

tua Camilla

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in «Minerva: l’altra metà dell’informazione», n. 9-10, nov. dic. 1986

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