La donna che ride (G. Amato)

Mettono password ai loro dispositivi, hanno paura a salvare su un cloud, pensano a lungo a cosa condividere su un social, poi vengono da me e non sospettano niente.
Ho una piccola copisteria all’angolo della strada. Ho due stampanti che a volte si mettono a borbottare da sole, un grosso computer alla mia scrivania, macchine per rilegare i loro documenti come preferiscono – a caldo, a spirale, nel caso la banale costolina o la graffetta non bastino – e posso fare fotocopie, all’occorrenza mandare dei fax. Prendo ordinazioni anche per tazze, cuscini, puzzle, qualsiasi cosa su cui vogliano stampare la loro fotografia. Quello che non sanno è che la loro fotografia io me la tengo. Io tengo tutto quello che passa dalle mie mani. Lo salvo, di nascosto, sul computer. Lo stampo, di nascosto, anche per me.
Sono la loro memoria esterna. Tutto quello che mi danno, resta mio.
Ho decine di hard disk esterni con le loro vacanze in Croazia, con le dichiarazioni dei redditi, con le tesi di laurea sugli argomenti più disparati. A volte mi piace stampare quello che conservo, e leggerlo la sera, a letto, mettendomi due cuscini dietro la schiena e orientando bene la lampada. Non so perché, non amo rilegare questi fogli. Mi piace tenerli sciolti, disseminare quello che ho letto sul posto vuoto accanto al mio. Ho costruito anche un archivio cartaceo, nel tempo, cartelle che si accumulano nel ripiano basso della libreria. Una notte scopro il ruolo del padre in un poeta siciliano da una tesi di dottorato; un’altra notte, cerco di immaginare quanto è grande la casa dell’uomo bruno che al mattino è venuto a fotocopiare la bolletta della spazzatura.
Non si ha la minima idea di quanto si può sapere guardando una carta d’identità, conservandone la scansione. La donna che è venuta aveva corti capelli rossi e un filo di nero sugli occhi, ed eccola qui, in questa vecchia carta, con il viso reso più tondo dalla zazzera lunga e l’ombretto chiaro sulle palpebre, ancora indecisa sulle forme e sui colori, precedente a se stessa, ragazzina non per l’età ma per non essersi compresa. La carta non porta segni di riconoscimento ma lei ora ha dei tatuaggi. So dov’è nata (lontano da qui), so quando è nata (non molti anni fa), se solo potessi scoprire l’ora conoscerei il suo tema natale, ma a fidarmi degli oroscopi devo pensare che è possessiva, pigra e testarda. È ancora nubile. Alla luce della lampada guardo la scansione e la ricostruisco come se mi fosse amica: l’ultima fototessera scattata prima di cambiare vita, cambiare regione ma non residenza, e imparare che il taglio corto sfina il viso e che il rosso ravviva gli occhi, e comprendersi tanto a fondo da tatuarsi i polsi e le braccia, senza legarsi a nessuno, almeno formalmente, senza avere un lavoro abbastanza stabile da dire all’anagrafe di rimettere tutto in gioco.
Ho avuto tra le mani programmazioni di classe, certificati medici ma anche fotografie di viaggi insieme. La donna che mi ha portato Parigi, ad esempio, aveva l’aria guardinga. Scorro le foto e mi domando se lui si ritaglia ogni momento possibile dalla sua vita di marito, se dal gesto con cui le poggia la mano sul fianco posso autorizzarmi a pensare che tiene a lei quanto lei tiene a lui. Alcune notti li immagino parlare fitto con la confidenza che hanno solo i fratelli e l’intesa del tocco che hanno solo gli amanti; altre notti immagino lei inciampare per strada e storcersi la caviglia, e sapere con improvvisa certezza che non potrà chiamarlo perché lui sta cenando con i figli.
C’è chi mi porta romanzi da stampare. Vanno chiusi in grossi plichi, mi chiedono anche quelli. Sono disposti a spendere molto per la rilegatura, e mi domandano sempre quale sia la più comoda per un lettore. Sul frontespizio, nella parte bassa, sotto il titolo, c’è il loro nome, e spesso il numero di telefono, e io potrei quasi chiamarli per dire: c’è un refuso a pagina ottantadue. A nessuno interessa la sottotrama della zia. Bella l’idea, ma quanto scrivi male. Scrivi benissimo: ma l’idea dov’è?
Solo una cosa non ho mai conservato, perché era più vera di tutta la verità che avrei potuto raggiungere nei miei ragionamenti notturni.
Lui arriva un giorno che piove, ma non ha l’ombrello. Ha tutto il cappotto bagnato e io gli dico per favore, stia attento alle risme di fogli. Lui è attento, si muove con grazia, poi tira fuori un cellulare. Mi dice: si può stampare da qui?
Mandi per mail, rispondo io. Gli do l’indirizzo. Lui si mette ad armeggiare. È contento. Dopo qualche attimo, sulla posta mi arriva la fotografia di una donna.
L’uomo guarda sullo schermo del mio computer il viso che si compone nella fotografia. È innamorato: sembra stupito che i tratti siano quelli, nient’altro che quelli, ed è felice perché quel volto ride. Mi guarda come a chiedere conferma. Se gli dicessi che è bella, mi sarebbe grato e mi salterebbe alla gola. Ma io credo che abbia i tratti troppo rocciosi. Anche per questo sto zitto.
Ha un formato preferito?, gli chiedo. Lui vuole una fotografia normale. Da tenere in un libro, dice. Basta che la carta sia buona. Gli dico che ho la carta migliore, gli chiedo se vuole toccarla. Dice di no, si fida, va bene così, aspetta solo che io stampi.
Tamburella le dita sul bancone, guarda me, guarda lo schermo. Davvero non riesce a fare pace con la risata di quei tratti, che è sfacciata e piena. Lui è felice come se avesse la garanzia che in quel momento, dovunque sia, quella donna stia comunque ridendo.
Salvo una copia della foto anche per me, poi gli consegno la stampata in una bustina di carta. Lui la prende, non la apre, la sistema nella borsa, in mezzo a tanti libri. Gli offro una bustina di plastica. Così non si bagna, dico.
È allora, mentre mi paga, che mi fa la domanda, e io capisco. Come si arriva alla metro?, mi chiede. Io gli domando: non è di qui?, ma immagino già tutta la storia. Sono bravo, bravissimo a immaginare. Lui ride, imbarazzato. No, dice. Sono venuto apposta. Abito dall’altra parte della città.
Quest’uomo che è venuto da lontano, è venuto per essere certo che nessuno conoscesse la donna nella fotografia. Sta stampando di nascosto, per tenerla in mezzo ai libri, in segreto.
Non so chi tra noi due sia più il ladro di cosa, e non mi interrogo. Ma lui è così vivo. Così vivo e felice, che cancello la foto della donna che ride dal mio hard disk.

© Giovanna Amato

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